Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

domenica 7 aprile 2013

ll dramma di una vita - Francesco Paolo Frontini 1860/1939

"Eppure quest'uomo non lo vidi mai triste".

Io giovinetto, lui adulto, lo incontravo di tanto in tanto in qualche strada secondaria della tranquilla Catania dei primi anni del secolo, sempre solo e sempre vestito di scuro, gli occhi grandi e scrutatori, che più grandi parevano sotto la larga tesa del cappello, di quei cappelli che gli spagnoli chiamano sombreros, da sombra, ombra; ed io guardavo lui sapendo chi era, e lui guardava me vedendosi guardato, immaginavo.


Mi guardava, invece (me lo disse molti anni dopo, quando gli fui presentato e parlammo) perchè, malgrado nel mio abbigliamento non fosse alcunchè di ricercato o di stravagante, gli sembravo un mezzo artista.

Nel vestire, Frontini seguiva la moda, ed alla figura di lui, esile, un po' più alta della media, ma diritta e mirabilmente tagliata, bene si adattavano i doppio-petto ed i calzoni leggermente ad imbuto la cui piega cadeva perfetta sulle scarpe quasi sempre di vernice.
A ben guardare però, in quel suo severo vestire una deviazione c'era, ed era, oltre il sombrero, la cravatta nera alla Lavalliére (a fiocco) svolazzante sotto il pizzo bipartito: una deviazione romantica, sicura reminiscenza dei contatti giovanili con l'ultima "scapigliatura" milanese; della quale egli, col Fontana col Marenco col Praga junior, era stato per alcun tempo non soltanto spettatore, ma attore; chè durante la sua permanenza a Milano e dopo il successo ottenuto dalla prima raccolta di canti popolari Ecodella Sicilia che lo rivelò, in ispecie il Marenco gli si era affezionato e gli aveva offerto un libretto tratto dal suo Il Falconieredi Pietra Ardena.

La mia prima conversazione col Maestro dovette avvenire negli ultimi mesi del 1929, io non più giovine, egli avanti negli anni.
L'attore Turi Pandolfini gli aveva dato a leggere, perchè ne componesse i commenti musicali, il mio atto unico Vicolo delle belle, e Frontini aveva consentito.
Lo rividi con gioia; mi ravvisò subito.
Abitava in quel tempo in via Maddem, al primo Piano di una casa che quattordici anni dopo un inglorioso bombardamento aereo doveva quasi distruggere.

Confesso che di Frontini io non conoscevo che pochissime musiche: qualche pezzo per piano ed, alcune suonate «di colore» divulgate, bontà sua, dalla Radio; ignoranza che per quanto non sia tutta da addebitare a me, mi mortificava parecchio.
Com' è naturale, comunque, fin da quel primo contatto col Maestro, trattandosi di un mio collaboratore e di uno che doveva trasportare nel mondo astratto della melodia e dei suoni, sia pure con semplici commenti, le creature «terrestri» nate dalla mia fantasia, ansiosamente cercai di penetrare nell'intimo di lui, indovinare i suoi gusti, le sue predilezioni artistiche.

Ma Frontini, schivo come era e come sempre fu, disposto più ad ascoltare che a parlare, almeno quel giorno restò per me il signore col sombrero sui grandi occhi scrutatori che molti anni prima incontravo in qualche strada secondaria della sua e mia Catania post-ottocentesca; e chi, almeno in parte, me lo rivelò fu la sua casa, che tenterò di descrivere.

Penetrandovi, mi sorprese. Per il netto contrasto con la via non larga e tortuosa, popolare e popolosa, che nessuno avrebbe immaginato potesse fare da anticamera alla casa di un musicista e di un musicista come Frontini, aristocratico e raffinato, mi trovai ad un tratto in un mondo diverso, superiore, ed il mio piacere fu grande.
Nelle stanze, per le chiuse vetrate dei balconi, fortemente schermate da spesse ed eleganti tendine che le coprivano per intero, si diffondeva una luce tranquilla e discreta, una luce che in omaggio al Maestro avrebbe potuto dirsi «in tono minore»; e poi, sebbene sorretta ed avvivata da qualche ramo fiorito posto in vasi di terso cristallo, un'aria che mi parve da cenòbio e che tutta permeava di silenzi la casa.

Nello studio, al posto d'onore il pianoforte, chiuso; cascate di quadri e quadretti alle pareti, ed in robusti scaffali di legno scuro e di gusto ottocentesco, volumi e volumi di musiche, vistosamente rilegati.
Notai subito tra i quadri un grande ritratto di Bellini (il Deus loci, pensai), ed in alcune fotografie chiuse in cornici e posate sul coperchio del piano, riconobbi il profilo arcigno di Verdi, il volto grave di Rapisardi e quello bonario di Massenet, le lenti di Boito, il basco di Wagner, la folta chioma e gli occhi un tantino cansonatori di Mascagni.

Alle pareti, cascate di quadri e quadretti ho detto. In maggioranza erano piccoli olii, doni fatti al Maestro da ammiratori ed allievi; ma vi erano anche fotografie di cantanti, col solito pavone in corpo ed in costumi approssimativi che avrebbero fatto allegare i denti a Caramba: il quadretto sociale accanto a quello aneddotico il paesaggio e la natura morta, l'acquerello ed il disegno a penna, una rude fotografia di «paesana» siciliana accanto al dolciastro ritratto di un Manrico verdiano con la spada nel pugno ed i capelli arricciati. "Non guardi quei ritratti mi disse ad un certo punto il Maestro —, sono ricordi remoti: ma con i quadri.. ve ne sono dei belli, sa! non una raccolta, ma il mio piccolo mondo".
Quadri belli, difatti, ve ne erano; e come si distinguevano bene dagli altri! Ricordo due o tre piccole tele di Antonino Gandolfo, i soliti miseri "interni" di questo poeta-pittore, le solite figure di
di popolane desolate e rassegnate; due abbaglianti nudi femminili di Zenone Lavagna; una dolce e pensosa testa di fanciulla di Francesco Longo Mancini: un vigoroso «studio» di vecchio, di Roberto Rimini; un piccolo autoritratto, che non dipinto ma scolpito parea, di Natale Attanasio; due «bozzetti» di Calcedonio Reina, nei quali il doppio tormento tecnico e spirituale di questo pittore di eccezione era espresso con strana ma estrosa efficacia; un piccolo ritratto a penna, infine, di Giovanni Verga, eseguito dal Gandolfo, lo stesso da me illustrato in un articolo sulla iconografia verghiana, del quale scritto Nino Cappellani riprodusse un brano nella sua Vita di Giovanni Verga. Insomma, alcuni gioielli fra conterie, che Frontini, vedendo il mio interessamento, ebbe l'amabilità di indicarmi, uno ad uno direi, con mio grande diletto.



« Questi quadri — aveva detto il Maestro sono il mio piccolo mondo ». In questo suo ingenuo pensiero lessi il dramma interiore di Frontini, il suo chiuso dolore per essere solo conosciuto come l'autore del Piccolo montanaro e della Serenata araba e per gli storiografi della musica, l'autore di una remota Malìa e di un remotissimo Falconiere; per questo suo ingenuo pensiero compresi la solitudine del Maestro. Per quale misteriosa e fatale circostanza, di tante musiche squisite e profonde, raffinate e toccanti; di tanti notturni e serenate, minuetti e preludi, romance e canzoni, marce, intermezzi, quartetti — per non dire delle cinque pazienti ed intelligenti raccolte di melodie siciliane —- solamente due ne debbono essere ricordate?
Nel trigesimo della morte, avvenuta il 26 luglio del 1939, allievi ed amici organizzarono un concerto per pochi strumenti, in memoria. In quella occasione un giornalista-scrittore, prima che s' iniziasse il concerto, con molta leggerezza sentenziò: «Di musicisti come Frontini. oggi ve ne sono cinquanta». Quelle parole mi irritarono; l'amico, giacchè era un amicot non conosceva che la Serenata araba ed Il piccolo montanaro. «Togli lo zero!», gli rimproverai. Finita la celebrazione, mi cercò e mi disse: "Avevi ragione! ".

In questo episodio vi è, nella sua desolata tristezza, tutto il dramma della vita di Francesco Paolo Frontini.
Eppure quest'uomo non lo vidi mai triste.

LA SICILIA - Catania, 5/04/1957


Domani sera, alle ore 20,30 andrà in scena al teatro Massimo Bellini « Malìa », di Francesco Paolo Frontini. nella revisione di Francesco Pastura. Lo spettacolo si inquadra nelle manifestationi aventi carattere siciliano sovvenzionate con recente provvedimento regionale.
L'opera sarà diretta dal maestro Ottavio Ziino e avrà per interpreti Luisa Malagrida (Jana). Carmelo Mollica (Cola), Aida Londei (Nedda), Angelo Lo Forese (Nino) e Antonio Zerbini .(Massaro Paolo). Maestro del coro sarà Gaetano Riccitelli. La regia e stata affidata a Carlo Maestrini, il quale si avvarrà di scene appositamente realizzate da Sormani su bozzetti originali del pittore catanese Francesco Contraffatto, nonchè dei costumi eseguiti da Triolo su bozzetti di Roberto Rimini.