Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

sabato 15 marzo 2014

Frontini e la canzone Napoletana di Piedigrotta 1898/1903

... "Francesco Paolo Frontini, aveva fatto i suoi studi musicali a Palermo ma si era poi   perfezionato' a Napoli con Lauro Rossi. Temperamento estroso e sanguigno, aveva composto alcune opere di netta marca verista. ' Anche nella sua vasta produzione vocale cameristica spesso il gesto è esorbitante, incontenibile. Si avvicina a Piedigrotta nel pieno della carriera, nel 1898. Viene da sospettare che anche in questo caso ci fosse qualche 'pressione' editoriale. La Società Musicale Napolitana di Beniamino Carelli aveva pubblicato in quegli anni diversi brani vocali di Frontini e non mi sembra illecito pensare che ci fosse stato almeno un 'concordato', finalizzato a produzioni di largo mercato. (Anche perché il musicista era giunto a trentott'anni senza aver dato segni di interesse per la canzone napoletana.) Quanto di buon grado il catanese abbia accolto l'invito non so dire. In quell'anno produce due canzoni per Piedigrotta: 'Ogulio (canzone tarantella) e Ammore bello (canzone patetica). I testi di entrambe sono di Aniello Califano e entrambe vengono pubblicate dalla Società Musicale Napolitana. La prima racconta in modo ammiccante di una certa Pertusella che aveva un desiderio annascuso che non la lasciava dormire. Nessuno riusciva a capire cosa fosse. Ma 'nu bbello furiero maggiore è abbastanza navigato da farglielo passare. Ovviamente il giovinotto è 'ingannatore e dopo tante promesse, finita la 'terapia', la pianta. (Vi' che bbella frittata!) La ragazza cade 'malata' - leggi incinta - e così a ggente sapette e vedette... Qua gulio Pertusella tenette! La musicazione è vivace. Solista e coro si alternano con il necessario brio. Gli spunti melodici si rifanno alla tradizione tarantellesca, da Rossini in poi. La strofa è in minore e il refrain in maggiore. Il tutto si ripete tre volte. Troviamo delle vocalizzazioni del solista sulle frasi del coro, secondo il modulo caro a De Leva. Ma c'è anche un momento decisamente originale. Sotto finale, la melodia si interrompe per una brusca 'strappata'. L'allusione a un pieno d'orchestra mi sembra evidente.



Il fortissimo all'unisono raggiunge la caratteristica abbassata con la precisa percezione del passaggio dai maggiore al minore. Dopo una pausa riattacca la voce sola con un tempo più ritenuto e senza determinare il modo ma alla ripresa dell'accompagnamento ci accorgiamo di essere di nuovo in maggiore. Procedimento che suona decisamente insolito e incisivo.

Ammore bello è un convenzionale inno all'eros. Chi non lo capisce 'Mpietto, 'na petra, tenarrà pe ' core E che ce campa a ffa? Meglio ca more -forse è questo indelicato invito che ha suggerito al musicista il dichiarato 'patetismo'. Per il resto siamo in una prevedibile arcadia' partenopea: Ch"e sciure fanno 'ammore 'e palummelle, Ch''e spine fanno 'ammore li ruselle... E il ritornello conclude: Sta vita che sarria Si nun ce stisse tu? Talché l'andante mesto prescritto appare degno di miglior causa. Abbiamo il solito passaggio dal minore al maggiore, il melodizzare è intenso e richiama alcuni degli stilemi tipici della tradizione. 


Si veda l'abbassamento del secondo grado, mi bemolle della prima battuta, che risulta tanto più avvertibile in quanto poco prima era stato dato in posizione naturale. E l'ulteriore alterazione della sensibile, do diesis / do naturale, che, per quanto giustificato dalla trasformazione nella settima di re, rende il percorso melodico accidentato. A sottolineare la vigoria espressiva, Frontini adopera inoltre un modulo di 'orchestrazione' - la scrittura pianistica ha un netto sentore di 'riduzione' - tipico dell'opera verista: il grande unisono vocale e strumentale che potenzia e infiamma le frasi più accalorate. Una temperie melodrammatica che sembra persino eccessiva per la sua destinazione.

Quattro anni dopo (1902) abbiamo un altro sussulto piedigrottesco con tre canzoni. Che ci fosse di nuovo lo zampino di Carelli si può desumere dal fatto che una è dedicata proprio a lui. Vengono pubblicate quasi contemporaneamente - i numeri di lastra sono 353. 354, 356 - sempre dalla Società Musicale Napolitana. La prima è una Serenata su un testo piuttosto anodino di Luigi Criscuolo. Un innamorato deluso canta per l'ultima volta alla sua ex prima di andarsene per sempre. È un addio più che altro rituale giacché M'è contrario pur'ó viente, Manc'à voce fa sentì; Ma me siente, o nun me siente. Nun me 'mporta. Carulì. La forma è quella della canzone: strofa in minore e ritornello in maggiore. Siamo in un sei ottavi andante appassionato. Compaiono alcuni stilemi tradizionali rivisti alla maniera di Mario Costa: una sesta napoletana data con i fondamentali, l'alternanza insistita di due triadi: maggiore / minore un tono sotto. L'atmosfera è densa. Da segnalare un momento interessante nel finale.

 

La quarta e sesta del Mi maggiore di impianto conduce a una settima di dominante. Ma quest'ultima subito dopo subisce uno spostamento del quinto grado che passa al sesto abbassato. Il quale anticipa la caratteristica del Mi minore della battuta successiva. Procedimento non del tutto inedito ma certamente assai efficace.

Le altre due canzoni del 1902 si basano su testi di Giovanni Capurro. Bella mia... (canzonetta) non sembra una delle vette del poeta di O sole mio. L'innamorato di una ricamatrice le manda messaggini attraverso un uccellino: tu nun sai ca mme ne moro pecché penzo sempre a te. Frontini non si cura dell'obitus imminente e imposta uno spigliato allegretto in quattro quarti. Alternanza di minore / maggiore. Melodie semplici, nessuna 'curiositàhttp://it.wikipedia.org/wiki/Festa_di_Piedigrotta armonica. Altro impegno dimostra Buscia! (canzone patetica). Il testo è più organico e avvincente. Nun fuste tu ca nzino a me diciste Te voglio bene quanto a vita mia? L'abbandonato ricorda quando le chiese, in una notte di luna, quanto l'amasse e lei rispose: quanto a chella luce 'e Dio. Ma la luna
l'aveva sentita e si coprì con una nuvola pecché sapeva ch'era na buscia. Sono due blocchi di otto endecasillabi. I primi quattro formano la strofa, gli altri quattro, ripetuti, il refrain. La musicazione è accesa, appassionata. Non ci sono particolari che richiamino la tradizione, salvo il consueto minore / maggiore. Il linguaggio e la forma sono quelli della canzone. Si possono notare, nella ripetizione dei quattro versi del refrain, i grandi unisoni 'veristi'. La canzone vinse il primo premio del concorso bandito quell'anno dalla 'ditta editrice'. Si può dire che gli autori giocavano in casa - è questo il pezzo dedicato a Carelli. Peraltro anche l'insigne maestro di canto si era stufato di fare l'editore - aveva superato i settanta - e tre anni dopo cedette l'impresa. Molte canzoni napoletane a Bideri, il resto dell'importante catalogo a Ricordi. 

 




Che vuò di?Che vuò fa?, Oscar Monaco - s.m.napoli. 1903.

A luna e Vuie, Teodoro Rovito - s.m.napoli. 1903