Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

sabato 18 febbraio 2017

FRANCESCO PAOLO FRONTINI Nel 50° anno della sua attività artistica

Profili   d'artisti  catanesi :


Quando la sera del 31 marzo 1881 fu rappresentata al nostro Teatro Comunale (allora Massimo) l'opera in tre atti Nella di F. Paolo Frontini, fu un' delirio di pubblico, e un trionfo per l'autore. Il pubblico ebbe subito la sensazione di trovarsi a contatto di un musicista capace di donargli melodie e motivi che travolgono 1' animo degli ascoltatori per la loro intima forza di commozione dovuta al temperamento passionale dell'autore che ha il dono di saper presentare sotto un'eletta forma artistica voci ed aspirazioni dello spirito nostro : voci ed aspirazioni che vagano fluttuanti e indecisi nei precordi dello' spirito umano, e che trovano finalmente, per opera di una mente superiore, il mezzo di liberarsi e di tradursi pienamente in atto con uno sviluppo di motivi ricchi di forme e di ritmi, di toni e di colori capaci di imprimersi nella mente dell'ascoltatore con tale forza da poter essere ad ogni istante rievocati e  più  intensamente  gustati.
Ma lasciamo la parola al critico teatrale del « Plebiscito» giornale dell'epoca: «Quel giovanetto appena ventenne, magro, smilzo, asciutto, bruno e con due baffetti nascenti ; quel giovanetto dallo sguardo ardito ed intelligente, che sino a ieri pochi conoscevano, ieri sera era l'oggetto dello entusiasmo di un popolo acclamante, oggi è l'argomento di tutte le conversazioni 
Perchè — voglio dirvelo subito — prima di parlarvi dell'opera, sento il dovere di rendere omaggio all'ingegno non ordinario, alle preziose attitudini, alle rare doti di un giovanetto, poco più che un ragazzo, che già ci riempie di lietissima meraviglia, mostrandoci altezza di intelligenza, robustezza di componimento, profondi e severi studi ! E' più che una premessa : è una ferma assicurazione di un avvenire splendido e di cui la Patria sarà orgogliosa.
La Nella è un tentativo — scritta due anni fa! — ma è un tentativo di gigante! ».
« Il Corriere di Catania », « La Gazzetta di Catania », « Il Piccolo Catanese», il « Don Pancrazio » e tutti i giornali artistici della penisola scrissero sullo stesso tono, giudicando il successo del giovane catanese. E da quel giorno comincia l'ascesa del giovanissimo maestro, che già nel 1880, aveva ottenuto, alla Esposizione Artistica-lndustriale di Cremona, una medaglia per una Ouverture a grande orchestra, ed ave-va completato un'altra opera in un prologo e tre atti: « Aleramo », rimasta sempre inedita.

Nel 1882 scrisse per incarico del municipio di Catania, una « Azione lirica » in tre parti dal titolo : « Sansone » che venne eseguita nell'agosto dello stesso anno, in occasione delle feste agatine.  Anche questo lavoro ottenne un successo lusinghiero di pubblico e di critica. 

E' in quest'anno che il maestro Frontini riceve l'incarico dalla Casa Ricordi di raccogliere in un volume i canti popolari della Sicilia. Un onore grandissimo per un maestro ventiduenne, una vera consacrazione per il suo nome se la più importante Casa Editrice musicale italiana lo include fra quelli già di sicura fama.
La raccolta di 50 canti siciliani dai titolo « Eco di Sicilia » fu la prima a far conoscere al mondo artistico e al gran pubblico la pura e genuina vena melodica di questo meraviglioso popolo che attraverso i secoli ha saputo mantenere intatto un inestimabile patrimonio musicale, tramandandolo da una  generazione all'altra. 
  
Il  Frontini ebbe il merito grandissimo di mantenersi fedele alle fonti sia nella trascrizione della melodia, come nella elaborazione dell accompagnamento per il quale egli ebbe sempre presenti tonalità, accordi e cadenze genuinemente siciliani. Ciò che non sarebbe possibile dire per la più recente raccolta fatta dal Favara ed edita altresì dal Ricordi. Il Favara ha voluto fare sfoggio di qualità contrapuntistiche le quali hanno falsato spesso il carattere della canzone accoppiando ad una melodia fresca, sincera, squisita ed ispirata, accompagnamenti fatti di accordi artificiosamente elaborati astrusi, dando luogo a contorcimenti armonici che tolgono alla pura melodia tradizionale la sua bellezza naturale.
La raccolta del Frontini fu accolta col più vivo interesse anche e sopratutto da chi si occupava allora di folklore. Giuseppe Pitrè in una lunga lettera diretta al Frontini e pubblicata su l'Archivio per le tradizioni popolari (Palermo 1883) gli diceva fra l'altro: le cinquanta melodie di questa Raccolta sono, per lo più scelte con giudizio, e trascritte con la fedeltà voluta in cosiffatti lavori ».

Nel frattempo il Frontini, instancabile e di facile vena, pubblica con la stessa Casa Ricordi belle e squisite romanze da camera, che conquistano rapidamente tutti i salotti d'Italia e dell'estero. I critici musicali, con a capo il Filippi e il D'Arcais, non esitano a riconoscere in lui qualità spiccatamente personali che lo pongono senz' altro accanto ai rinomati Tosti, Rotoli, Denza che in quell'epoca erano celebrati in tutti i salotti.
Le romanze del Frontini sono innumerevoli, circa un centinaio, ma le più belle, dove all'originalità della frase si accoppia una elevata ed elegante armonizzazione, sono : Paggio e regina, Folchetto, Alla luna, La cieca, Canto di Mignon, I baci, Le nuage, Viole bianche, Povera mamma! Senza baci, Baci mortali, e tante e tante altre che sarebbe lungo enumerare.
A proposito della romanza Le nuage, su versi di Emilio Zola, il celebre romanziere francese scriveva al Frontini :
« Monsieur,
« J' ai enfin recu votre morceau de musique, et je vous envoie tous mes remerciements et toutes mes felicitations.
« Votre melodie est charmante et d'un ca-ractére élevé, qui emporte trés haut les médio-cres vers de ma jeunesse.
« Veuiliez agréer, monsieur, l'assurance de mes meilleurs sentiments.
Médan, 12 novembre 1884
Emilio  Zola ».

Per queste pubblicazioni il maestro ottiene una medaglia alla Esposizione Internazionale di Musica di Bologna nel 1888.

Ma ecco ancora un'altra raccolta che mostra nel giovane maestro il grande amore per la sua Sicilia, ch'egli vorrebbe più conosciuta e più amata attraverso l'incommensurabile tesoro delle sue melodie. Egli riunisce in un volumetto le nenie ed i canti che il popolo siciliano fa rivivere ogni anno davanti al caratteristico presepe durante le feste del Santo Natale che, col mese mariano, è la festa alla quale l'animo devoto del nostro popolo maggiormente si ispira. Così vien fuori il « Natale Siciliano » (ed. A. D. Marchi - Milano, 1893) che conferma sempre più lo spirito di comprensione che anima il temperamento dell'artista, capace di sentire come nessun altro la bellezza e la eternità della vena melodica popolare. Tutto un passato senza volto e senza precise determinazioni trovò nel Frontini un realizzatore ispirato ed abile che lo fermò definitivamente per la gioia dei posteri.

Intanto era stato dato l'annunzio di Malìa, un'opera in tre atti.
L'attesa è insolita e, per una serie di circostanze volute o casuali, l'opera del maestro che esplica tutta la sua personalità di musicista nell'ambito della tradizione classica italiana, vien data proprio a Bologna nel maggio del 1891 nel teatro Brunetti (oggi Duse); Bologna era allora una città tutta presa di Wagner; non è a dire quindi con quanta diffidenza il pubblico si accostasse ai tre atti del maestro catanese. Eppure il successo fu grande e, nonostante certa critica alimentata da princìpi e teorie wagneriani, l'opera ebbe numerosissime repliche e segnò un vero trionfo per il maestro. A Catania, a Milano, a Torino e in altre città ancora il lavoro riscuote sempre maggiori applausi e consensi. Il nome del maestro diventa popolarissimo, la sua musica domina per un certo tempo il gusto e l'animo degli appassionati: Malìa si chiama la nuova opera per cui Luigi Capuana aveva scritto il libretto dietro invito del maestro, suo amico carissimo, nonché concittadino. Erroneamente si crede che il Capuana abbia tratto il libretto dalla sua famosa commedia dialettale. Anche Ugo Fleres (Uriel), che nel 1892 si occupò di Malìa, mentre appunto l'opera passava di trionfo in trionfo per i teatri d'Italia, ebbe a scrivere sul Folchetto di Roma :
«Il Capuana, tuttavia un po' stupito di aver collaborato a un'opera musicale, ripigliò l'idea di quel libretto, la maturò e la sviluppò finchè ne uscì una commedia : Malìa.
« Il caso di un melodramma nato da un dramma è più che ordinario; basta rammentare l'Ernani, il Rigoletto, la Lucrezia Borgia e tante altre opere italiane e francesi. Il caso contrario, cioè di un melodramma, o meglio di un libretto che partorisce un dramma, o più propriamente una commedia, credo sia del tutto nuovo, o almeno straordinario».

Ugo Fleres intanto finiva anche lui col determinare un caso straordinario: non avendo a sua disposizione un ritratto del Frontini, donde trarre un clichè, si trasformò in disegnatore, riuscendo a ritrarre le sembianze dell' amico aiutandosi con la sola memoria che in verità fece fare miracoli alla mano non adusata a simili fatiche. Lo schizzo a sanguina di Ugo Fleres fece il giro di molte riviste dell'epoca che trovavano interessante far conoscere questo caso rarissimo di uno scrittore che s'improvvisava — e con successo ritrattista e contribuiva nel frattempo render popolare la figura del giovane maestro mentre Malìa teneva il cartello per ben sedici sere a Milano e a più riprese veniva data a Catania, a Trapani, a Siracusa e in vari teatri del continente.

Il soggetto verista, di ambiente siciliano e ispirato al Capuana — siciliano anche lui e grande assertore del verismo nel romanzo e nella novella — dall'avere ascoltato i canti popolari siciliani raccolti dal Frontini, aveva provocato nell'animo del musicista maggiore intensità d'ispirazione e una moltiplicata possibilità costruttiva. Dal '95 comincia per il Frontini un periodo di intenso fervore creativo. Mentre prepara l'opera « il Falconiere », pubblica numerosissime romanze di fine gusto e di squisita fattura dove l'arte tutta personale del maestro sente di una elaborazione appassionata e intensa che maggiormente serve a mettere in risalto il suo fondo lirico inesauribile.
Il poemetto lirico « Medio Evo »  riesce proprio un piccolo lavoro di musica da camera. Il già celebre Massenet scrive così al maestro Frontini : 
« ...je suis ravi de vos oeuvres : ravi! Bravo de tout coeur! »
« Medio Evo » fu cantato dalla celebre Corelli in diversi teatri e sale, ottenendo sempre pieno successo.
Nel '99 si rappresenta al Teatro « Pacini » di Catania l'opera in tre atti:  « il Falconiere ».
Questa nuova opera affermò sempre più il nome del maestro ancor giovane, che si univa alla schiera dei valorosi operisti della « giovane scuola ». La critica ufficiale salutava finalmente senza alcuna discordanza il nuovo astro del melodramma italiano.

Ma ecco che la sorte l'abbandona, la fortuna gli volge le spalle: muore l'editore che progettava una tournée in America, fallisce la Casa Editrice e le opere cadono nell'oblìo.
Sopraggiungono tempi tristi per il giovane maestro, che non resiste ai colpi dell'avverso destino e si chiude nel silenzio più angosciato, A nulla valgono gl'incitamenti degli amici il poeta G. A. Cesareo gli scriveva nel novembre del 1901 :
« Caro e illustre amico.
Io non l'avevo punto dimenticata, caro maestro, e fra la musica che mi piace di riudire sovente c'è pure la sua: anche l'altra sera ho fatto sentire a una bella signora il suo « Paggio e Regina », e subito ella ne divenne entusiasta.
Avanti, avanti, caro Frontini: Lei è ancor giovane, ha ingegno e può molto. Io son certo che, s'Ella vorrà, potrà raccogliere la corona di Colui che scrisse la Norma, e rivendicare il prestigio della  musica schiettamente nazionale.
Coi più affettuosi saluti
Suo G. A. Cesareo ».
Passano  ancora cinque anni.....  e  finalmente
l'artista non resiste più al divino richiamo che urge in fondo al suo petto.
La letteratura pianistica che tende ad atrofizzarsi nella vecchia formula del pezzo alla Be-cucci e alla Acton, della sonatina alla Graziani Walter o alla De Crescenzo trova nel maestro Frontini il rinnovatore, che darà a questa specie di composizione l'impronta neo-classica che renderà celebre il nome del maestro catanese. Fin dai primi dieci pezzi che gli Editori Carisch und Janichen di Milano (oggi A. & G. Carisch & C.) lanciano in una volta, la critica musicale delle più grandi nazioni del mondo s'impadronisce di questo nuovo nome e non si stanca di esaltarne loriginalità dei pezzi, la sincerità, l'impronta prettamente italiana. Le serie si susseguono incessantemente. Anno per anno il maestro affida ai suoi editori nuove serie di pezzi. Tutta la stampa musicale della Germania, della Francia, dell'Inghilterra, della Russia e dell'America si occupa dei pezzi musicali di Francesco Paolo Frontini.

Il catalogo speciale delle opere di questo maestro cresce anno per anno di volume.
Nel 1920 una sincera ammiratrice dell'Italia, nota cultrice di musica, dopo una sosta a Catania scrisse del Maestro Frontini sopra una grande rivista di  Boston.  L'articolo fu riportato da diversi giornali italiani, anche da una rivista catanese dell'epoca. L'autrice dell'articolo, Amalia Viola Sedley diceva fra l'altro: Egli vive da tempo appartato dal mondo, pur non avendo mai cessato di lavorare. E il suo valore non poteva non trionfare, ed oggi il suo nome è familiare a un numero infinito di persone che hanno avuto la fortuna di gustare la bellezza della sua musica. Durante le mie lunghe peregrinazioni per il mondo, da Boston a San Paulo del Brasile, da Parigi a Milano, da Berlino a Roma, da Londra ad Atene, ho avuto continuamente l'occasione di osservare quale godimento procuri  nel  pubblico la musica frontiniana.

Oggi moltissimi fra gl'innumerevoli pezzi del maestro Frontini sono penetrati in tutti i salotti, ovunque si faccia musica italiana, ovunque risuoni una radio, un grammofono o un'orchestra.
Cinquant'anni di geniale attività hanno assicurato al maestro catanese una fama che non tramonterà certamente con la sua vita. 

Sappiamo che nella grande manifestazione che Catania prepara al suo genio musicale Vincenzo Bellini, per il prossimo mese di dicembre, si vorrebbe far rivivere la freschissima Malìa, come attestato di riconoscenza verso il Maestro che in cinquant'anni d'indefesso lavoro ha apportato al suo paese onore e vanto, testimoniando che la vena melodica catanese è sempre viva.
Non sappiamo da chi la gradita e doverosa idea sia partita, ma è certo che sarebbe un bell'esempio e una bella arditezza dimostrare alle altre città d'Italia come noi sappiamo onorare, senza bisogno di attenderne il trapasso, coloro che per forza d'ingegno o di genio, lasciano un'orma presso i posteri.

Sovratutto grati saranno i giovani della recentissima generazione che educati alla tradizione, potranno vedere in Francesco Paole Frontini uno dei rari conservatori della inestinguibile melodia italiana.

Comune di Catania 1931. n2 anno III 

venerdì 10 febbraio 2017

Salvatore Juvara

Profili di artisti catanesi 


Salvatore Juvara riusciva, poco più che ventenne, con un'opera ben costruita — Minatore; — a conquistare la stima di quella benemerita schiera d'artisti che, saliti a rinomanza nei varii centri d'Italia, erano ritornati negli ultimi anni dell'Ottocento nella città nativa, e prodigavano consigli e incoraggiamenti ai giovani, creando cosi a Catania un fervido movimento artistico. Lo Juvara che da ragazzo aveva avuto un discreto avviamento dallo scultore Licata e aveva frequentato la scuola serale operaia « I figli del Lavoro », non trovava altro incitamento a perseverare nella via intrapresa che le lodi dei vecchi maestri. Il suo desiderio di andare a Roma per dedicarsi ad uno studio ordinato e severo rimase sempre inappagato a causa delle strettezze economiche della famiglia che costrinsero per lungo tempo Juvara ad adattarsi alle esigenze dei committenti di ritratti e di monumenti fune-rarii; ma quando egli potè liberamente seguire le sue ispirazioni, diede esaurienti saggi di un felice temperamento.
Le durezze della vita, confessa il nostro scultore — raccontando bizzarri casi in un dialetto stranamente deformato da quella pronuncia che gli è tipica — mi hanno sempre impedito di studiare e di realizzare un'opera mia, concepita secondo il mio sentire.

Ciò se onora l'artefice, che, giunto alla piena maturità — egli è nato nel 1877 — crede d'aver fatto poco o niente, palesa quello che si può chiamare il difetto o il pregio, secondo il punto di vista, di Salvatore Juvara : la scarsa produttività. Egli non entra nello studio se non è animato dall'impeto creativo. Lodevolissima consuetudine se grazie ad essa non ci accade mai di trovare nelle sue opere segni di fatica o di stanchezza, ma bensì la scioltezza e il calore delle cose spontanee. Notevoli per questo riguardo sono alcune composizioni funebri dalle linee armoniosamente svolte, e non pochi ritratti, vibranti di vita, dove è resa con evidenza la verità della carne: mi riferisco particolarmente al medaglione in cui emerge con effetti complessi di chiaroscuro il profilo della madre dello scultore, espresso con commovente linguaggio plastico che direi persino dialettale.


Nel 1904 lo Juvara vinse il concorso nazionale per una targa a Gioacchino Biscari presentando un bozzetto giudicato il solo in cui con nobiltà ed eleganza era stata interpretata l'epigrafe dettata da Mario Rapisardi in memoria del patriotta catanese. La targa non fu compiuta per l'improvvisa decisione dell'autore di allontanarsi dalla Sicilia, dove pare non si sentisse più al sicuro. Egli dice di avere avuto la vera sensazione del disastro di Messina non quando si trovò con la squadra di soccorso De Felice tra le macerie della città distrutta, ma solo nel momento in cui, ritornato a Catania, fece per aprire la porta dello studio e questa oppose una resistenza insolita: per una stretta fessura si vedeva la targa a Biscari ridotta in frantumi. L'artista ebbe allora la visione netta delle conseguenze del terremoto. 

Non osò forzare la porta, rigirò la chiave e impressionatissimo si allontanò. Lo stesso giorno partiva  per Milano.
Le poche opere ivi eseguite sono di carattere decorativo e risentono dell'influsso bistolfiano. Si pensi alla gran voga che ebbero in quel tempo gli imitatori di Leonardo Bistolfi.

Di carattere ornamentale o commemorativo sono pure i lavori eseguiti a Buenos Ayres, dove lo Juvara dimorò fino al 1911. Il soggiorno in America avrebbe avuto una più lunga durata se la nostalgia della patria non avesse turbato l'artista al punto da non consentirgli di lavorare con serenità.  Gli capitò spesso di lasciare le stecche per correre là dove in occasione di qualche pubblico avvenimento gli fosse dato vedere la bandiera italiana.
A Catania essenzialmente si è svolta la parte migliore dell'attività creatrice dello Juvara.
Egli si affermò come valente ritrattista nel busto della madre di Mario Rapisardi (si trova nel nostro Museo Civico)
 inteso alla maniera verista, intensamente espressivo e pieno di dolorosa spiritualità. Anche il busto del dottore Testaj, quello del pittore Giuseppe Rapisardi e specialmente il «Condottiero», che qui riproduciamo, son trattati con maschia e solida sicurezza.
Per le stesse qualità sono pregevoli i busti dei professori Carnazza Amari, Nicola Coviello e Salvatore La Rosa, i primi due collocati nel loggiato vaccariniano del nostro Ateneo e il terzo in un'aula del Palazzo di Giustizia.
Dopo la guerra Juvara si è dedicato a figurazioni patriottiche ed è riuscito vincitore in cinque concorsi. La targa per gli studenti della nostra R. Università morti nella grande guerra, l'altra per gli alunni del R. Istituto Tecnico Carlo Gemmellaro e i tre monumenti, eretti rispettivamente per i Caduti di Licodia Eubea, Paterno e Regalbuto, sono sobrie ed equilibrate rappresentazioni delle virtù eroiche di nostra gente. Basterebbero ad attestare il forte temperamento di questo scultore la figura del giovane  combattente irrigidita in uno sforzo supremo di sacrificio nella targa dell'Università, e la superba compostezza del fante che lancia la bomba, nel bel monumento dì Regalbuto.


Le opere recenti segnano un altro orientamento al quale non restano estranee le tendenze della scultura modernissima, accolte però con quella moderazione propria di chi si è formato nel clima naturalista del tardo Ottocento. « Cruccio», per esempio, non ha precedenti nelle opere di Juvara e per larghezza di piani e densità di espressione si può considerare uno dei più  significativi  lavori   dell'ultima  maniera.
Vanno infine qui ricordati i vigorosi disegni a matita, nei quali è facile riconoscere la mano esperta del modellatore, i pastelli e gli schizzi a penna in cui Juvara rivela squisite doti pittoriche e raggiunge, talvolta, con morbidezza di tocco o con agilità di tratti effetti di singolare interesse.

E' caratteristica la modellatura virile in questo scultore che non sempre si limita all'espressione immediata della realtà materiale, in quanto è proporzione di masse e ritmo di volumi, ma spesso va oltre la superficie.
Spoglio di preconcetti artistici, Salvatore Juvara non ha mai sottilizzato sopra una linea per farle dire cose recondite e profonde: libero da soverchie preoccupazioni di stile e da ogni artificio, ha tratto le sue esperienze dall'attenta e amorosa osservazione del vero, obbedendo senza  tormentose   ricerche  alle  sue  doti  native di plastico.
LUIGI GANDOLFO
 Comune di Catania 1931 n1 anno III



Francesco Paolo Frontini - Corriere Musicale dei Piccoli


Corriere Musicale dei Piccoli - rubrica d'oro 1926



Pochissimi, fra i lettori del < Corriere Musicale dei Piccoli », potranno dire di non conoscere il nome del celebre compositore Catanese F. P. Frontini il quale, nonostante la sua proverbiale modestia — accompagnatasi ad una innata, ormai invincibile timidezza — ha imposto magnificamente il suo nome in Italia e all'estero. Cosi le diverse centinaia di composizioni per pianoforte e melodie per canto e pianoforte sono penetrale a poco a poco in tulli i salotti dove si fa della musica, dopo avere riscosso il plauso più fervido da parte della critica ufficiale ila-liana e straniera. Riviste e giornali di prim'ordine tedeschi, inglesi, svizzeri, greci, francesi, spagnoli, americani, si occupano incessantemente, da molti anni, detta produzione musicale del Maestro Frontini che è di una fecondità straordinaria.

Non è possibile pensare di poter segnare qui i suoi pezzi, quando se ne contano circa duecento nel solo catalogo della Casa Editrice Musicale A. & C. Carisch & C. di Milano, ed altre case ancora (p. es. Forlivesi, Ricordi, Sonzogno) hanno stampata sue composizioni, molte delle quali diventate già popolarissime, e fra queste citiamo appena, a caso, : Sérénade Arabe ; Menuet in la mag. ; Capricieuse; Souvenir de Chopìn ; Vox animae; Sogno di marinaro; Petit montagnard; Canzone di strada; Retour au village; Tzigane; Danza spagnola; Danza sacra orientale; Schizzi della trincèa: (Letterina alla mamma, Preghiera del soldato, La notte).

Il maestro Frontini ha un'impronta personale, una struttura così caratteristica che non i possibile confonderla con nessun'altra del genere. E forse la spiegazione principale sta in questo : egli ha saputo attingere alle fonti pure e incontaminate dell'anima popolare siciliana; anima appassionala e ricca di tendenze musicali della quale il suo spirito di artista delicato e sincero ha intuito le profondità e la bellezza. Giovanissimo, sentì già il bisogno di far conoscere al mondo i più caratteristici canti del popolo siciliano, riunendone, sotto il titolo ; Eco di Sicilia, una cinquantina dei più rappresentativi, che il Ricordi lanciò a suo tempo, con strepitoso successo, in una magnifica edizione, più volte ripetuta.
Ha scritto anche per il teatro diverse opere (Nella, Sansone, Aleramo, Malia, Il Falconiere, Fatalità) delle quali Malìa, su libretto del grande scomparso Luigi Capuana, fu trionfalmente rappresentata a Bologna, Catania, Milano, Trapani, Siracusa, Torino, ed altre città. Pare che a Catania si ridarà presto, per opera di un comitato locale.

Ma la vita febbrile della grande Milano, dove il giovane Maestro si era domicilialo, non riuscì a vincere il possente fascino che Catania, la sua amata città natia, ha sempre esercitato su la sua anima nostalgica. Così che ad un certo punto, il giovane maestro, assetato di sole e di azzurro, abbandonò definitivamente Milano per vivere nella sua settecentesca Catania, nella patria di Bellini, dal quale il Frontini ha, senza dubbio, ereditato non poca dell'inesauribile vena melodica.

Egli vive solitario, pago dell'affetto del figli e della incancellabile gratitudine che i suoi innumerevoli discepoli vecchi e giovani, vicini e lontani, non possono fare a meno di manifestargli, in ogni occasione. Tutto il suo mondo è la sua stanza dalle pareti letteralmente ricoperte di quadri, dove si notano opere di sommi e ingenui tentativi di dilettanti: tutti omaggi di ammiratori, tutte prove di gratitudine verso l'artista che ha saputo dare con le sue divine note, momenti di felicità a tanti cuori umani. Su due guéridons secenteschi, che stanno in un angolo dello studio, in penombra, si nota subito un numero infinito di bibelots e di oggettini vari dalle forme più strane e più bizzarre : tutta roba proveniente dai più remoti punti della terra, tutti ricordi di suoi amati discepoli, molti dei quali vivono in lontanissime terre di Asia, America, Africa ed Oceania. Molti dolori e più di un lutto hanno martorialo l'animo dell' illustre uomo ; ma l'Arte è stata la sua forza e la sua salvezza . 
Le sue pupille azzurre, vivaci e penetranti, nulla hanno perduto della loro fiamma interiore che le rende ricche di forza e di fascino, la sua figura elegante e caratteristica (un tempo a Catania, mi é stato detto, fu di moda il cappello alla Frontini) nulla ha perduto della sveltezza giovanile e del vigore di una volta; e pochi, forse, dei suoi cari concittadini pensano che l'illustre maestro abbia superato la sessantina.
La sua vita modesta ed austera è ancora l'espressione del suo temperamento che rifugge da tutte le artifiziose esteriorità; è tutt'uno con la semplicità melodica e armonica, senza astruserie e banalità, che impronta la sua musica.

Siamo lieti di poter pubblicare un pezzo che Egli ha scritto appositamente per i nostri piccoli lettori, i quali impareranno ad amare e ad apprezzare sempre più questo delicato e grande artista che onora la sua patria.
Alessio Karassik.

giovedì 9 febbraio 2017

Giovanni Grasso - Commemorazione 1931

Dopo un giro in landò per la Catania ottocentesca cinta di bastioni e una sosta nella villetta accanto al mare che vede i signori languidi dinanzi ai gelati di lampone, eccoci improvvisamente in un piccolo, nientaffatto lussuoso, direi quasi informe locale : un freddo corridoio che inghiotte gli uomini ancora storditi dal sole che la piazza accanto investe, un angusto susseguirsi di archi e puntelli, e poi, in fondo, come a concludere le allineate file di alcune panche sgangherate, una panca appena più alta, sollevantesi un metro dal terreno rozzo e alla quale non si potrebbe dare con precisione il nome di palcoscenico. Ecco assorta ed esaltata nello stesso momento, gente del popolo nei cui occhi brilla una luce che prima s'ignorava;



ecco atteggiamenti quasi incompatibili nelle persone che li assumono, ecco mani applaudire, braccia agitarsi in discussioni; nei volti dei cento spettatori mille espressioni, mille volontà, mille volti.
Appena un attimo di silenzio; poi squilla daccapo la voce del venditore ambulante che ti offre una manciata di ceci ; in un angolo — avvolta in una nube di fumo che pare voglia renderla evanescente e voglia farla scomparire come essere misterioso e tenebroso — una donnetta mesce acqua a meno di un soldo il bicchiere dopo che, ad uguale costo ha fornito il pubblico di un biglietto per assistere alla rappresentazione che or ora incomincia. Quasi una bolgia infernale. Un caldo asfissiante, un rumoreggiare di ragazzi e di adulti e di donnicciuole, uno sberleffare e un motteggiarsi a vicenda, un lanciar frizzi, acuti come sa fare il catanese, se per caso si scopre in mezzo al popolino il signorotto che non disdegna di assistere ad  una rappresentazione che ha luogo al Teatro Machiavelli.



La rappresentazione è annunziata da un manifesto murale su cui si è sbizzarrita la fantasia di un pittore da strapazzo : in esso è dipinta, a vivissimi colori, una scena che l'uomo comune non può in alcun modo decifrare ; qualcosa come le anime del purgatorio nel crocicchio dei « bravi » :   uomini   che sembrano alberi dalla gigantesca statura, alberi che sembrano strani insetti mai visti ; una chiesa, una stradicciuola, un'Etna che dovrebbe essere di là dal gruppo descritto e che invece è posta come nel centro dell'abitato e che, con la sua presenza, quasi incombente su uomini e cose, dà forse il senso della grandiosità, dell'infinito e dell'imperscrutabile all'ambiente. Di traverso al cartellone è attaccata  una   trisciolina di carta sulla quale  il calligrafo di turno ha scritto :

OGGI :   « CAVALLERIA   RUSTICANA » CON   FUMO   E   SANGUE

intendendo  dire che i non minuscoli attori di legno dispongono di speciali attrezzi per mezzo dei quali il puparo — che sta dietro le quinte e che, sudato, li manovra — ha la possibilità di presentare i personaggi in maniera assai realista e molto vicina al vero.
Si alza il sipario. Da questo momento incomincia la vita del più grande attore tragico che abbia avuto la Sicilia, d'uno dei più grandi attori che la storia teatrale ricordi.
Se qualcuno, in quel momento, pensò di penetrare, attraverso la piccolissima porta d'accesso al palcoscenico, fino all'angolo nel quale il «puparo», circondato dalle sue marionette e ingrovigliato in mezzo a cassepanche, a fili e ad attrezzi « parlava », come si dice nel gergo, i personaggi — notò certamente che il giovine figlio di don Angelo era come trasumanato.
Occhi egli aveva vivi e profondi, e negli occhi era tutta una vita, tutta una primavera che sbocciava fiori come nei campi della terra che lo aveva visto nascere — e poi la primavera mano mano sbiadiva e lontanava, e tumultuose le nubi che avevano gravato sull'orizzonte foriero di tempeste sopraggiungevano; e gli occhi avevano lampeggiamenti strani; tutta la forza d'una natura esuberante, di un volto capace di assumere mille espressioni, di un cuore che batteva fortemente e quasi ti faceva toccare con mano i suoi palpiti, era in quegli occhi. Il giovinetto che il padre aveva educato a stare rigido dietro le quinte per seguire solo con la voce i movimenti dei suoi « pupi », adesso invece si animava alla vicenda, e le sue braccia descrivevano nell'aria larghi gesti, e poi con le mani si arruffava i capelli corvini e ricciuti — i bei capelli di eterno ragazzo — o si premeva nel petto come per dire che di là, di là scaturiva tutto quel tumulto di passioni, tutta quell'ardente rete d'amore e di dolore, di gelosia e di dolcezze, di voluttà e di amarezze che gli tormentava l'anima e di cui pareva che dicesse ; vedete ? la colpa non è mia ! Intanto i « pupi » seguivano giù, nel breve palcoscenico, la voce; la mano nervosa di chi li manovrava li faceva passeggiare da destra a sinistra, li faceva sostare o girovagare, faceva loro muovere appena   i   piccoli   legni   ch'erano  posti   al  luogo
delle   braccia, ma eran  « pupi ».....   L'attore,
quello vero, quello di carne e d'ossa, era come imprigionato: parlava, si esaltava, rappresentava di già, ma un'altra sofferenza — oltre quella dell'arte, oltre quella del personaggio — si abbatteva contro di lui e tentava di soffocarlo.
Io dico che il segreto per potere comprendere la grandezza di Giovanni Grasso, la ragione per cui questo attore d'eccezione potè commuovere tutti i pubblici e potè fare sussultare con lui l'impassibile inglese come il cupo moscovita, l'aristocratico parigino come il sospettoso siciliano, l'americano chiassoso o il tedesco raccolto; il segreto per potere comprendere, dicevo, la grandezza di Giovanni Grasso consiste appunto nello scoprire quella sofferenza dei primi momenti — la sofferenza di colui che sa di patere essere e non è, che sa di avere un volto e   di  essere   costretto a  mettersi  una  maschera.

Quando questa maschera sarà strappata si rivelerà intero l'uomo; nel  gesto di colui che toglie   il   posticcio che gli impiastrica il volto  è la caratteristica dell'attore.
Coloro  che   giudicarono   Grasso   prendendo   il suo punto di partenza come il centro della sua personalità e che credettero di ravvisare il gran-de attore  nell'antico   «puparo»,   il  futuro Compar   Alfio   nello   stilizzato   e   convenzionale   Orlando,  che attribuirono alla  sua arte le qualità passionali  di  quei  fantocci  ch'egli   era  costretto a presentare e nei quali il suo cuore non poteva palpitare,   costoro   errarono.   Grasso  interprete di  Rinaldo  di  Montalbano,   di  Gano  di  Ma-gonza, di Rodomonte, di Merlino e di Malagigi non era Grasso ;   oppure — che è  la stessa cosa — le figure del ciclo carolingio nella presentazione di  Grasso  assumevano  altra forma,   altro aspetto,  altro valore.   Quelli erano  tipi,  erano   personaggi   e   non   persone ;   la   poesia   che emanava ed emana ancora dalle loro gesta nasceva da tutt'altra  ispirazione che non da quella  che  sbocciò  in  mezzo  alla  zagara  dei   nostri giardini che hanno come sfondo l'Etna e che si concludono con  un  mare   più  azzurro,   più  profondo, più arioso di  quello per il quale  navigò l'eroe   della  Chanson.   Quando  il   figlio  di   don Angelo —  spinto  dal  bisogno di  attirare  il  popolino   fedele   alla   tradizione   paterna   nell'antico teatro — metteva  in scena i casi  di Orlando    non   scavava   certo   in   profondità   se   scambiava la generosità del   personaggio   con  la  generosità   propria   del   siciliano,   se   attribuiva   la pazzia  dell'innamorato  di   Angelica  alle esaltazioni che poi doveva avere, per esempio, il suo Vanni del Feudalismo»,   se   infine   dava   alla galanteria del difensore del Cristianesimo lo stesse spirito che  poi  doveva  avere  Turiddu   Macca,  dal  basilico  all'orecchio e   dai   pantaloni   a campana.
Quella della prima giovinezza fu scuola per lui.... forse nemmeno scuola: fu la necessaria sofferenza che ad ogni artista impone la vita, quella catena che si è costretti a trascinare, che spesso si maledice ma che invece è stata benedetta da Dio perchè lima e raffina la nostra anima, perchè ci insegna la via del mondo e ci rivela completi — quelli che noi siamo, quelli che dobbiamo essere. Tale catena trascinò Giovanni Grasso per qualche tempo e fu fortuna per lui; fu fortuna perchè nella ribellione consistette la sua grandezza e la sua personalità. Ed allora, diavolo ribelle,  si accorse che quanto aveva dato di sé alle sue marionette era stato vano, quanto aveva cercato di ritrovare nei personaggi che si muovono con fili ed hanno volto ed occhi immobili era stato illusione, ciò che prima era stata la sua preghiera e la sua canzone era falso. Non è vero, che Grasso apprendeva dai « pupi » ; che Grasso andava loro incontro lieto di accogliere il loro mondo nel suo mondo con volto sorridente e con animo pronto; non è vero che lo spagnuolismo di maniera al quale era sembrato avesse aderito il suo cuore poteva essere simile a quell'altro spagnuolismo, meno formale e più profondo, che contraddistingue noi siciliani impetuosi ed aggressivi.
Ho sottolineato poco fa le parole con le quali venne annunziata la recita di « Cavalleria rusticana eseguita dalle marionette di Grasso — la seconda maniera del leone siciliano, dopo il tentativo che subì come eredità paterna e prima della completa rivelazione — : amore al realismo, ho detto ; richiamo verso la verità. Fu, questo, il primo passo; l'altro, meno lungo ma più significativo e più compendioso,  doveva compierlo appena dopo, senza ch'egli stesso se ne accorgesse ; la vera rivelazione della caratteristica di Giovanni Grasso fu quando il « puparo » si decise a diventare attore, e non perchè — notate bene — nella nuova veste avesse agio di meglio mostrarsi al pubblico, con tutte le sue possibilità e con tutte le sue infinite sfumature d'espressione, (questa è cosa secondaria  quando  si  vuole ricostruire il temperamento di un attore e si vogliono ricercare le ragioni per le quali il suo nome è degno di sopravvivere alla sua persona) ma perchè con quel gesto egli era ritornato bambino, aveva annullato quanto di formalistico poteva esservi nel mondo ch'egli conosceva, e, liberandosi del fardello del tempo, aveva dimostrata una fede nella natura, nelle brute forze della natura che sono capaci di sconvolgere in un attimo quanto ci circonda e quanto la natura stessa aveva prime creato.
Esteriormente, la civiltà era per lui rappresentata dal «pupo», dalla marionetta che gli altri — le altre marionette che ci circondano — vogliono così e così, con quell'abito, con quel sorrisino affiorante nelle labbra, con quel volto tinto, e che deve dire di sì e di sì anche quando il cuore vorrebbe dir di no e deve restare impassibile anche quando l'anima piange o si vorrebbe sghignazzare; la natura era invece rappresentata dalla persona, dall'uomo il quale si presenta al mondo così com'è, senza trucchi, senza inganni, col solo lasciapassare della sua sensibilità, della sua volontà, della sua innocenza.
Ed ecco l'uomo dinanzi agli altri uomini. Il cammino di Giovanni Grasso, da questo momento in poi, è coerente, lineare, logico; è il cammino di colui ch'è ritornato alla primitività, che non riconosce altra legge all'infuori eli quella del suo cuore, che vive nell'istinto della sua anima la quale non può suggerire cose errate perchè sente di essere pura e di vedere in purità ciò che ad essa si avvicina e ciò che la circonda.
Gli affetti più dolci, più spontanei diventano il centro del nuovo teatro ; la venerazione della madre, l'amore alla propria donna, il rispetto all'amicizia sono i punti fondamentali sui quali si basano i drammi che Giovanni Grasso presenta al mondo il quale, attonito, non ha nemmeno la possibilità di discutere questa nuova forza che ha annullato ciò che prima sembrava intangibile e inviolabile. E tali affetti non hanno confine : la madre è tutto, la propria donna è tutto, l'amico è tutto; chi tradisce una di queste tre regole fondamentali — che sono la legge dell'amore — è degno di essere punito, ed è punito non perchè la logica vuole così, ma perchè così comanda l'istinto, il cuore. E' punito, non per l'odio che suscita il traditore, ma per l'amore che ispira il tradito; non per vendetta della colpa, ma per l'annullamento della  colpa.
Ricordo di Giovanni Grasso una interpretazione che andò celebre durante il primo periodo della sua vita teatrale : un drammetto che non aveva niente d'artistico, ch'era anzi la negazione dell'arte e che solo una mentalità antiletteraria poteva concepire : era un atto che fece un poco imbizzire Giovanni Verga. Era intitolato Dodici anni dopo e voleva essere la.....
continuazione della Cavalleria : Compar Alfio ch'esce dal carcere dopo di avere scontato la sua pena e che s'incontra col figlioletto di Turiddu Macca. La si direbbe un tiro dell'attere alla poderosa opera del genio di nostra stirpe, se non si conoscesse la devozione che Grasso nutriva per Verga. Si dice infatti che Verga una sera sia andato ad assistere alla rappresentazione con la ferma volontà di richiamare il sue interprete e di impedire lo scempio. Ebbene, quando l'artista fu di fronte all'attore; quando l'attore ebbe il tempo di farsi ascoltare, allora ogni rancore  scomparve.
Grasso aveva una battuta semplicissima, ma egli dava ad essa tutta la potenza d' espressione che possedeva ; il suo volto — le ricordate ? pallido, butterato e nello stesso tempo gentile — il suo volto pareva fosse stato tagliato a pezzi, pareva fosse liberato di tutta la carne che 1'avrebbe impacciato, e le parole erano pronunziate con lentezza, lanciate in una volta e nello stesso tempo soffocate come l'urlo d'un leone ferito; e la ferita era il rimorso, la necessità di accusarsi, il riconoscimento del peccato: « U mmazzai jù a tò patri ! » ed era giù a terra, come un colosso abbattuto, piangendo, singhiozzando.
Questo gesto è significativo nel nostro grande attore: è ancora una volta l'abolizione del formalismo e dell'esteriorità; è l'uomo che ha bisogno di scontare a modo suo la pena, con ciò che maggiormente potrebbe umiliarlo ed affliggerlo: la confessione. Non solo; è la dichiarazione precisa del suo animo che mosso solamente  dall'amore  per  cui, se uccide  Turiddu Macca pensa che con quella morte ha salvato l'amico e la propria donna dal peccato, peccato che inchioda in una lama di coltello unta d'aglio. Infine come ha liberato la sua arte d'ogni formalismo, così vuole che la realizzazione sia priva di fronzoli e d'artifici, costituisca anche uno sconvolgimento di tecnica e di stile ; quella tecnica e quello stile ch'erano la conquista di tanti altri attori del suo periodo — non ultimo di quell'Ernesto Rossi che gli offrì, entusiasta e sincero, un posto gratuito alla Scuola di recitazione di Firenze, quasi che l'aquila si potesse imprigionare in una gabbia o il leone potesse diventare più espressivo se addomesticato e trasformato in cagnolino, pronto a sollevare dietro un cenno le zampe anteriori e a fare la riverenza, o non meglio se non lo si lascia libero a vagare per la foresta e ad atterrire col suo urlo tutta la jungla.

Primitivo dunque fu Grasso nel senso più vasto e più largo della parola; fu primitivo come artista e fu primitivo come attore; e questa primitività, questa scompostezza, questa irrequietezza del sentire e dell'esprimere diedero vita — perchè tali caratteristiche sono quelle che contraddistinguono la nostra gente — diedero vita al teatro siciliano; non solamente a quel teatro dal quale dovevano poi uscire Angelo Musco e Marinella Bragaglia, Mimì Aguglia e tutti quegli altri attori che elessero il Grande del Teatro Machiavelli come maestro e lo venerano come tale, ma sopratutto a quel teatro eh è la realizzazione artistica del nostro tormento  isolano,  nel quale ogni siciliano si chiude appunto come dentro un'isola, a quel teatro che comprese il genio di Giovanni Verga e la finezza di Luigi Capuana e la sottigliezza di Nino Martoglio, quel teatro ch'è un punto d'arrivo e un punto di partenza non soltanto di tutte le letterature dialettali ma di quelle che hanno dignità e vita nazionali.
Chi mi ha seguito fino a questo momento, si sarà accorto che il centro di questa possente forza nata per sbalordire fu l'amore: amore rude, selvaggio, ma amore; quello stesso del quale egli sapeva parlare con tanta leggiadria, con tanta dolcezza, con tanta simpatia alla Rusidda di Pietra fra pietre, alla « dolce mugghiredda » di Feudalismo, alla Marta di Capitano Bianco, a Chiara di Notte senz'alba, a tutte le infinite altre creature, madri e spose, che popolarono il suo repertorio; e fu amore per la terra, amore per il suo dolce orizzonte, per il suo cielo, per il suo mare, per le piccole cose come per le grandi, per la « pecorella bianca », per l'orologio che « batteva le ore durante l'assenza del personaggio » che egli incarnava, per la casa dove ogni angolo è un mistero e un mondo ; amore detto talvolta con troppa enfasi che però non era retorica; l'amore che può avere ,un bambino il quale si risveglia — come l'Aligi della tragedia dannunziana che Borgese per lui tradusse — dopo lungo sonno e tutto ciò che vede all'intorno diventa meraviglioso e diventa nuovo ed  inusitato.
In questo amore fu un tradito ed un calunniato. Purtroppo, assai superficialmente taluni o troppo lo ammirarono o troppo lo denigrarono, perchè videro in lui l'accoltellatore della scena finale, quasi che fosse gesto di maffia quella che invece era la catastrofe nella quale — come gli eroi del mito eschileo, come Oreste, come Edipo, come il padre di Ifigenia — egli rimaneva un vinto, schiacciato dal suo stesso atto di rivolta.
Oggi, dopo sei mesi dalla morte, dopo quei lunghi anni di silenzio che dovette imporsi per il terribile male che lo doveva colpire nel sonno, il nome di Giovanni Grasso è pieno di luce, è vivo come furono vive le sue creature, è presente in noi che lo amammo e in coloro che non lo conobbero nemmeno. Abbiamo perduto il suo gesto, non rivedremo più gli occhi suoi, il suo volto, la sua gigantesca figura, non riascolteremo più la sua voce tremante di emozione e di commozione, quella voce che faceva sussultare tutte le platee e faceva fremere tutti i pubblici, ma la grandezza della sua arte chi potrà cancellarla mai ? A differenza di ciò che avviene con gli altri attori, dei quali l'espressione, che vive con loro, si sperde nel tempo — il tempo in Giovanni Grasso ha operato un altro miracolo, che fu l'ultima riconoscenza della Natura madre : quello di confondere nel mito la sua arte ; ed il suo nome resta il simbolo di tutta una gente.
VITO MAR NICOLOSI
Rivista del comune di Catania maggio-giugno 1931 



martedì 7 febbraio 2017

Mimì Aguglia LE ORIGINI D'UNA NUOVA ATTRICE

LE ORIGINI  D'UNA NUOVA ATTRICE
Dal  caffè-concerto alla « Figlia di Jorio »


La signorina Mimi Aguglia è giovanissima. Non ha che venta'anni. Bruna, pallida, sorridente, con i capelli corti tagliati alla nazarena e un po' scomposti sulla fronte, con due occhi neri e fiammeggianti, offre tutte le attraenti caratteristiche delle fanciulle siciliane, che ondeggiano nella linea loro profilo tra Spagna e l'Oriente.
Fino a pochi mesi fa il nome della signorina Aguglia era completamente ignoto nel mondo teatrale italiano. O meglio, era conosciuto in una breve zona, in una penisola dell'arte scenica, cioè tra i frequentatori dei cafés-chantans che costituiscono una legione, che rappresentano una casta a parte, senza frequenti contatti con il pubblico ordinario dei teatri.
Ma anche caffè-concerto la giovinetta siciliana non aveva raggiunto la notorietà della Persico, della Ciotti, della Scozzi e di altre canzonettiste in voga.
E' vero che l'Aguglia è potuta arrivare, qualche volta, in locali di primo ordine, come l'Olympia di Roma, ma nella stessa città, poco dopo, ha pure calcato le tavole d'un piccolo locale di piazza Guglielmo Pepe, a breve distanza dai minuscoli serragli, dai giuochi di bersaglio e dai musei di galvanoplastica, in quella paurosa piazza romana dosa l'arte spicciola attirava e agglomerava parecchi strati di delinquenza, e che ora. dopo un ukase della Giunta comunale, è stata definitivamente spazzata di tutti i suoi equivoci edifici di legno, e degli ancora più equivoci spettatori diurni e notturni.
La bruna canzonettista dunque arrivando dalla Sicilia si trovava ancora a metà del suo cammino di gloria e di fortuna nel caffè-concerto, quando ne fu sbalzata con fulminea rapidità, per piom-
bare all'improvviso sopra un terreno che, dato il genere della sua arte, sarebbe apparso irraggiungibile, e ciò che è più prodigioso, da quel terreno si è levata subito vittoriosa, agitando il vessillo d un'arte novella, che fa esclamare a tutti: —Ma chi è quest'oscura attrice, la quale vince alla prima prova, eseguendo un lavoro di Gabriele D'Annunzio, che sgomentò artiste drammatiche esperte e consumate nella loro arte?

Insomma, la canzonettista diventava ad un tratto attrice tragica, e riceveva l'ampia consacrazione del pubblico teatrale, al di fuori e al di sopra della zona scenica in cui era apparsa e cresciuta.



***
M'è parso perciò interessante farmi raccontare da Mimi Aguglia la sua vita artistica, che rappresenta indubbiamente un capitolo curioso ne' nostri costumi teatrali.
La sua narrazione è stata semplice e sincera.
La nuova attrice è nata a Palermo. Suo padre Ignazio ha diretto alcune di quelle modeste compagnie di varietà nelle quali si recita, si canta e si balla, unioni patriarcali di due o tre famiglie, che percorrono ordinariamente le piccole città, le borgate e perfino i villaggi più remoti della Sicilia. La madre, Giuseppina Di Lorenzo (parente di Tina di Lorenzo, che, come si sa, è di famiglia siciliana), è morta due anni or sono, ma ella pure recitava accanto al marito, come recitano e cantano i fratellini e le sorelline di Mimì.
Don Ignazio Aguglia meriterebbe un' illustrazione a parte. Irruento ed eccitabile, ma galantuomo sino allo scrupolo, egli ha difeso la figlia contro tutte le insidie che potevano presentare il café-chantant e una vita costantemente errabonda. Le sue mani ni sono levale minacciose, e qualche volta hanno colpito nel segno. Così pure nel suo pugno ha balenato la canna di un revolver, Fortunatamente  senza disastrose conseguenze.
Ma è certo elle la bella Mimi è passata, come la proverbiale salamandra, attraverso il fuoco scottante del mondo canzonettistico, accontentandosi di eludere la fiera vigilanza paterna con qualche scappatella sentimentale. Del resto l'amore, l'amore a tinte romantiche, è un'istituzione radicata in Sicilia, e Mimi Aguglia mi ha confessato di essere stata furiosamente amata a dodici anni, e di avere, in quell'età infantile, provocato ì primi clamorosi rabbuffi di suo padre.
A cinque anni la piccina esordiva in una vecchia operetta drammatica, La Bastiglia, sostenendo la parte d'una bambina rapita che chiede l'elemosina ai passanti, e già strappava molte lagrime all'ingenuo pubblico de' piccoli teatri siciliani. A sette anni cantava delle canzonette 
allegre nell'Arena San Giorgio di Palermo, e un anno appresso destava nuova commozione recitando: Così va il mondo, bimba mia, a Mistretta.
La ragazzina, in tal guisa, foggiava sé stessa, quasi inconsciamente, ad un doppio gioco drammatico e comico. Per un momento i genitori 
pensarono di allontanarla dal teatro e di farne una maestrina. Infatti la mandarono a studiare nelle scuole, qua e là. Ma la nostalgia del palcoscenico era in Mimi così forte che a dodici anni ritornò giuliva alle farse ed alle canzonette.
Fu allora che, sviluppatasi la sua bellezza, ebbe la prima avventura romantica, di carattere spiccatamente siciliano.
Un giovinetto di sedici anni - come è precoce l'amore in Sicilia -
frequentando il caffè nel quale cantava l'Aguglia, s'innamorò della dodicenne canzonettista.
Egli non vantava alcun titolo per salire sul palcoscenico, e tanto meno per avvicinare in altro
modo la ben guardata divette. Che cosa pensò di fare allora? Sottrasse duemila lire a suo padre,
un agiato signore, e poi si presentò a don Ignazio Aguglia, che di nulla sospettava, per scritturare tutta la famiglia
a condizioni più vantaggiose di quelle che offriva il proprietario del caffè catanese.
Quindi improvvisò una piccola compagnia, vi si mise a capo, e incominciò con essa a girare la Sicilia, delirando allo stesso tempo d'amore per Mimì, la quale corrispose subito con entusiasmo alla passione del signorino.
S'intende che il loro affetto era improntato ad un puro platonismo  
ed i loro colloqui riuscivano rari e brevi, giacchè
don Ignazio Aguglia, fino da allora, passava le sue giornate accanto alla figliuola.

Viceversa gli altri comici, per spillare quattrini all'imberbe innamorato, si prestavano volentieri a rendergli degl'innocenti servigi amorosi, ed è così che un brutto giorno don Ignazio Aguglia indovinò il trucco e fece balenare per la prima volta in aria la canna del suo revolver! 
La compagnia tosto si disperse, la coppia amorosa versò un mare di lacrime, ma l'eroe del romanzetto dovette partire precipitosamente per Catania.
Dopo sono venuti gli anni de' maggiori successi provinciali, con alternative di miseria e di guadagni, 
tra  le variabili vicissitudini di tutti gl'irregolari della scena. tra  le variabili vicessitudini di tutti gl'irregolari della scena
Una sera, a Termini Imerese, la canzonettista si tramutò un'altra volta in attrice 
drammatica, e recitò, insieme a Giacinta Pezzana, nel Signor Alfonso di Dumas. In seguito
Mimì fece la prima conparsa accanto a Giovanni Grasso, il formidabile attore siciliano non ancora svelato all'Italia,
in quel sotteraneo teatro Machiavelli, dal quale è balzata una nuova arte, impressionante per la sua cruda verità.
La scrittura offerta a Mimì la obbligava a sostenere tutte le parti, dalla vecchia caratteristica alla giovane amorosa, e di più la obbligava a cantare e ballare. 
Da quel caos rappresentativo uscirono le prime affermazioni drammatiche della giovinetta, che delineava la propria arte in Cavalleria Rusticana, nella Zolfara e nei Mafiusi.
Con il Grasso, allora, rimase poco tempo. Ragioni economiche attrassero di nuovo lei e la famiglia verso gli spettacoli di varietà e di operetta. Mimì fu anche operettista al Rossini e alla Fenice di Napoli, ma il café-chantant rimaneva sempre il suo campo preferito. Mimì Aguglia, nella sua colorita narrazione, ha pure accennato alle prime rivalità artistiche con le compagne, a' nuovi amori sentimentali sempre bruscamente interrotti dal focoso don Ignazio, e sopratutto ad una solenne bastonatura che egli somministrò ad un pseudo-giornalista teatrale, che aveva tentato un grossolano ricatto contro la figlia. 
Ma questi — ha osservato ridendo la mia narratrice — sono gl'incidenti inevitabili del mondo canzonettistico.

Piuttosto è da ricordare una curiosa avventura giudiziaria che toccò, quando aveva diciassette anni, alla signorina Aguglia.
Ella cantava in un caffè di Salerno delle canzonette napoletane, e tra le altre una intitolata La serva un po' libera, ma appunto per questo accolta con speciali applausi. Una sera capitò nel caffè un delegato di P. S., e le sue orecchie pudiche rimasero offese dalle strofe a doppio senso della Serva. Senz'altro salì sul palcoscenico ed ingiunse all'Aguglia di non cantare più la gioconda canzone. La sera appresso, quando il pubblico salernitano si vide defraudato del numero prediletto, incominciò ad urlare e a strepitare, minacciando di porre a soqquadro il locale.
Accorso un altro delegato che non aveva gli scrupoli del suo collega, per evitare maggiori disordini tolse il divieto, e Mimi riprese subito La Serva, tra un uragano di applausi. Ma il delegato amico della pudicizia, sconfessando l'operato del collega, stese una feroce denunzia, obbligando la graziosa canzonettista a comparire innanzi al Pretore, sotto la duplice accusa di contravvenzione ai regolamenti di P. S. e di oltraggio al pudore. Tutta Salerno insorse a favore d: Mimi Aguglia, ed il processo — svoltosi innanzi ad una folla enorme — si tramutò in un'apoteosi.
L'accusata non diede campo al suo avvocato di profferire una sola parola. Essa dimostrò eloquentemente che La Serva era una delle canzoni meno immorali del suo repertorio, mentre le altre, più pepate, non erano state colpite dalla censura. E a richiesta del Pubblico Ministero, ne accennò, canticchiando maliziosamente, qualcuna, e disse, per esempio,  due versi della Farenara...
Il pubblico intanto incominciava ad appassionarsi e ad applaudire come al caffè! Sicché il Pretore, esaurientemente convinto che il primo delegato aveva preso un granchio ed il secondo meritava una promozione, si levò e lesse una sentenza di non farsi luogo a procedere per inesistenza di reato.

Mimì Aguglia in Malia di Luigi Capuana


Ho voluto riferire le bizzarre origini della nuova attrice — che ora trionfa nella Figlia di Jorio in siciliano — com'essa me le ha narrate, perchè questo repentino passaggio dal caffè-concerto al teatro tragico mi pare degno di studio, ed è una novella prova della singolare versatilità de' nostri artisti. Il caso di una giovinetta che ha vuto innanzi a sé un orizzonte artistico ben ristretto, e che tuttavia ha saputo sdoppiare le sue qualità sceniche per giungere all'esecuzione di un'opera d'arte superiore,  non è frequente.
Certo, se ora noi ci domandassimo quale altro cammino potrebbe fare la signorina Aguglia per arrivare ancor più in alto e poter conquistare con uguale sicurezza la scena italiana dopo quella dialettale, rimarremmo un po' imbarazzati. E poi, sono tante le contraddizioni di cui è seminata la giovanile carriera della pallida Mimi!
Vi sorprenderebbe se, un bel giorno, la tragica Mila di Codra ripiombasse di nuovo dall'Olimpo, ricomponendo il suo viso espressivo ed i suoi occhi seduttori alle grazie della canzonetta napoletana?                               Stanis:  Manca. - Varietas  aprile 1905