Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

lunedì 9 aprile 2012

La Morte di Giovanni Verga - di Federico De Roberto

La Lettura - Rivista mensile del Corriere della Sera
  Il Maestro non si era sentito così bene come negli ultimi tempi, come nell'ultimo giorno.
I disturbi, le sofferenze, le oscure minacce che gli avevano fatto dire più volte: «— La, vita mi è di peso», parevano cessati. Si lagnava soltanto del freddo di questo crudo inverno. Il caminetto dove bruciavano i tronchi morti e i rami potati dei suoi cedri e dei suoi olivi di Nuova luce non riusciva a riscaldare la troppo vasta camera. Voleva provvedersi, di stufe elettriche, e ad un amico venuto a trovarlo l'ultima volta aveva fatto provare quelle mandate da un fornitore. Troppo piccole, neanche in due bastavano ad addolcire la temperatura.
— Balocchi —, aveva detto; — buone tutt'al più sulla scrivania, per lavorare.
— Per lavorare? — ripeté l'amico, con la luce d'una speranza, negli occhi.
Egli sorrise, enimmaticamente. '
Prima di uscir di casa parlò d'affari. La crisi degli agrumi, gravissima all'inizio della campagna, si mitigava alquanto : i compratori avevano offerto un prezzo non rovinoso; già si procedeva al primo raccolto dei frutti d'oro. Un'incresciosa quistione di proprietà letteraria s'avviava al componimento. Di uno scrittore francese che poco prima gli aveva preannunziato un articolo sul Temps per proporre che gli fosse conferito il premio Nobel, era senza notizie; del resto, non credeva al premio, e come tutte le volte che si parlava delle cose sue lasciò morire il discorso. Poi parlò della crisi politica, disse con parole roventi il suo sdegno contro tutti i responsabili dell'avvilimento della nazione dopo la prova terribile gloriosamente superata,. Manifestò il proponimento di recarsi a Roma per assistere ancora una volta ai lavori del Senato, e ricusò il consiglio di aspettare la stagione più mite.
Parlò anche d'arte e, raro caso, di poesia.
Il  poeta dei Vinti, non aveva mai scritto versi, né gustava molto quelli degli altri. Come sen-timento, la disperazione di Leopardi riusciva cordialmente antipatica al credente nella vita, al creatore di vite.
—  Foscolo, sì... — E ad un tratto, dalle latebre della memoria non più sicura, già involta nelle nebbie della sclerosi, dalle labbra che non avevano più recitato versi dopo i remotissimi anni della scuola, sgorgarono limpidi, come letti, come dettati nell'estro, con voce forte, con larghi gesti, questi dei Sepolcri:
— Il navigante 
Che veleggiò quel mar sotto l'Eubea, 
Vedea per l'ampia oscurità scintille 
Balenar d'elmi e di cozzanti brandi, 
Fumar le pire ìgneo vapor, corrusche 
D'armi ferree vedea larve guerriere 
Cercar la pugna; e all'orror de' notturni 
Silenzii si spandea lungo ne' campi 
Di falangi un tumulto, e un suon di tube,   
E un incalzar di cavalli accorrenti 
Scalpitanti sugli elmi a'.moribondi,  
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Le Parche cantavano in quel momento il canto suo ultimo:  Clold cessava di filare e Atropo già brandiva le affilate cesoie..,.
Ma, presso a spegnersi, la lampada mandava, un più vivo guizzo. Per le scale, nelle vie, il passo era fermo; anzi il saldo braccio del gran Vecchio si offriva al braccio del meno vecchio ma anche meno valido amico.
—  Il morto regge il vivo!.. — e la voce rideva, nel ripetere la celia paesana.
Spirito e fibra erano investiti da una nuova onda di vita. D'ordinario, giunto dinanzi al suo Circolo, egli vi si fermava, già stanco, per tirare il fiato : quella sera volle proseguire fino al negozio degli apparecchi elettrici; poi, disassuefatto dai caffè, ebbe voglia di prendere qualche cosa — « Non importa che cosa! » — pur di ricordare altri tempi, i tempi di Milano, i convegni con Boito, con Giacosa, con Capuana, con Luigi Gualdo, con Giovanni Pozza, con tutti gli amici perduti.
L'ultimo giorno, tra i suoi, al Circolo, fu presente a se stesso come non mai; rincasando, passando a salutare la figlia d'adozione, nel quartierino del primo piano, scherzò e rise, giovanilmente. Cenò solo, come d'ordinario, nel suo grande quartiere del piano superiore; dopo cena domandò al cameriere se avesse posto in ordine ogni cosa; alla risposta, affermativa, soggiunse :
— Puoi andare a riposare — Furono le sue ultime parole.
Si preparava a riposare egli stesso. Diede alla sua persona le cure consuete e si chiuse in camera, secondo l'antica, consuetudine. Prese dalla scrivania e portò sul comodino l'ultimo libro ricevuto in dono: il Natio borgo selvaggio di Ferdinando Paolieri, scrittore a cui portava moltissima stima; e sul volume dispose le lenti divenutegli necessarie, da anni a, cagione del  presbitismo.   Caricata la sveglia,  e l'orologio da tasca, cominciò a svestirsi, liberò il braccio destro dalla manica della giacchetta. La folgore lo percosse in quel punto,  sulla fronte.
Il colpo mortale non riuscì ad abbatterlo, nel primo momento. Il primo sintomo, la, nausea, lo sbocco di vomito, lo colse in piedi, contro lo stipite dell'uscio. Poi cadde, ma non di peso, perché nessun rumore fu udito, nessuna lesione fu riscontrata sul corpo. Si piegò, si distese lentamente, compostamente.
E le ore della lunga notte invernale cominciarono a scorrere, nella casa silenziosa, sul corpo immobile al nudo suolo, sotto la gelida luce della lampada, elettrica. Ne scorsero dieci, di quelle interminabili ore: dalle dieci della sera alle otto del mattino. I dottori affermano che la coscienza fu perduta fin dal primo momento. Giova crederlo; perché, se la coscienza restò desta e vigile, per tutte quelle ore, o per qualcuna, o per qualche attimo; se le labbra vollero chiamarle, e non poterono, se il braccio, volle tendersi e non poté, lo strazio dovette essere ineffabile — come quello che egli aveva provato un'altra volta, la prima volta che era caduto ai piedi del letto, anni addietro, e aveva voluto e non aveva potuto gridare aiuto.
« Teneva gli occhi fissi sulla figliuola, e accennava col capo... Ella gli si buttò addosso, disperata, piangendo, singhiozzando... Gli occhi, tristi, s'eran fatti più dolci, e qualcosa gli, tremava sulle labbra...»."
Il Maestro non parlava, più, ma gli occhi, erano aperti, e la sua voce usciva, esce ancora, uscirà nei secoli dalle pagine del suo libro imperituro,
—Ti ho voluto bene anch'io... quanto ho potuto... come ho potuto... Quando uno fa quello che può... »,
Egli aveva fatto quanto era umanamente possibile, per queste creature del suo nome e del suo sangue. Trent'anmi addietro, nella piena maturità dell'ingeno, nel massimo fervore della produzione, il domani di Mastro don Gesualdo, mentre scriveva le prime pagine della Duchessa di Leyra, aveva chiuso il quaderno, riposta la cartella, lasciata arrugginire la penna, abbandonate Milano e Roma, per venire a far da padre ai nipotini due volte orfani, per badare alla loro educazione, per garantire i loro interessi. Fino all'ultimo giorno, a ottantadue anni, si era imposta la più rigida economia, si era privato di tante cose, anche necessarie, per amore di queste creature.
La figlia d'adozione gliel'ha, reso. È stata la prima, ad accorrere, la sola a soccorrerlo, durante la mattinata. È stata lei a sollevare da terra, accogliendo tutte le sue forze, il corpo rigido e greve; è stata lei a rendergli i più umili servigi, fino all'ultimo istante.
« Allora l'attirò a sé, lentamente, quasi esitando, guardandola fissa, e l'abbracciò stretta stretta, posando la guancia ispida su quei bei capelli fini... ».
La scienza dice che questi movimenti sono, semplici riflessi, dipendenti da fatti d'irritabilità corticale, quindi del tutto meccanici e inconsapevoli; che gli occhi non vedono, che l'anima non sente. L'amore si rifiuta di crederlo, ha fede che l'amore lo intenda e gli risponda.
La diagnosi è di emorragia cerebrale con paralisi totale dell'arto superiore destro e di entrambi gl'inferiori, con forte contrattura del braccio sinistro, abolizione dei riflessi pupillari, rilassamento dei muscoli facciali, impedimento della deglutizione e dei movimenti della lingua. La prognosi è nefasta: concede sol-tanto che questo stato si possa prolungare durante qualche giorno. Ma se egli non è rimasto ucciso sul colpo, se è sopravvissuto alle dieci ore di assideramento, non potrà ancora riaversi?... Non è una speranza, se resterà paralizzato nel corpo, privato delle facoltà più nobili, del pensiero e della parola. Se egli ode, se pensa, ripete certamente a se stesso ciò che ha sempre detto: che è meglio esser portato via di schianto, piuttosto che ricominciare a morire a poco a poco.
Le sanguisughe sono applicate sotto gli orecchi, la cuffia col ghiaccio è adattata, sul capo; si praticano le iniezioni di ergotina. Nessuna alterazione nei lineamenti, ancora: è sempre lui, il suo profilo da cammeo, il suo vivo sguardo. Impossibile credere che quegli occhi non vedano; impossibile osservare la prescrizione di non chiamarlo: tanto pare che distingua ed interroghi.
Preesisteva l'arterio-sclerosi di tutto il sistema, vascolare; ma se il cuore è vecchio, è ancora saldo. Il respiro è libero. Appena, un lieve arrossamento della fronte e delle guance rivela la congestione. Quando, occorre scoprire il suo corpo;, la mano ancora valida ricerca il lembo delle lenzuola, e stira quello della camicia, con un gesto di pudore. È anch'esso automatico?... Occorre tener ferma quella mano, che oppone una gran resistenza; anche la gamba paralizzata ha spesse contrazioni.
Ma verso sera questi movimenti si rallentano, le condizioni generali si aggravano. Il polso comincia ad essere aritmico, con ondulazioni sempre più larghe. Poi si riprende, va d'accordo col respiro. Nulla si può ancora prevedere, se non che passerà la notte.
All'alba del domani il parroco di Santa . Chiara gli dà l'Estrema unzione. Santa Chiara è la badia dove sua Madre adolescente visse tanti anni educanda; dove furono portati, morti, tutti i suoi cari. Con i ricordi della vita delle Clarisse narrati da sua Madre egli compose la Storia d'una Capinera. Dai balconi della sua casa, dal suo letto, egli ha visto durante più che mezzo secolo la facciata della chiesa, sull'altro lato della via, quasi dirimpetto. È stato sempre credente, sebbene non rigoroso osservante. Ogni mese, nel giorno della morte della Madre, ha fatto dire una messa. A Milano, quarant'anni addietro, un Venerdì Santo, un confratello lo vide entrare in chiesa e ne fu un poco stupito e gliene domandò il perché. Egli rispose:
—  Perché so dì far piacere a mia Madre. L'amico osservò :
— Ma tua Madre è a Catania, non lo sa, non ti vede:..
—  Non importa: la vedo io.
Di fianco al letto, sopra una losanga di velluto rosso, sono raggruppati i ritratti della Madre, del Padre, della sorella, dei fratelli, dei nipotini morti. Del Padre vi sono anche, nella stessa camera, due ritratti su tela, grandi al vero, una mezza figura, alquanto fredda, disegnata e colorita dopo la morte, e, d'un'al tra mano, più esperta, la sola testa appena abbozzata, ma piena di vita.
Il parroco, spettatore di tante agonie, assicura che si rimetterà. Ma con l'avanzarsi del nuovo giorno il viso si accende sempre più, il rilassamento dei muscoli faciali del lato destro aumenta. I movimenti sono quasi del tutto cessati, gli occhi non si aprono più; solo la mano sinistra si spinge, di tanto in tanto, chiusa e lenta come quella d'un bambino, verso la guancia. Poi anch'essa si ferma.
E tutti, intorno a lui, hanno le mani legate. Nulla resta da tentare. Non si può far altro che guardarlo, aspettando. A vespro l'aggravamento è più evidente; i dottori dicono che la crisi avverrà prima del nuovo giorno, che l'alba di domani rischiarerà la fredda salma.
Comincia l'ultima veglia, nella notte assiderata. Il respiro non è più libero, ha, le prime soste, seguite da rapide riprese. La temperatura sale al grado della febbre. Sotto la borsa   col ghiaccio la fronte s'imperla di sudore. La boc dischiusa s'inaridisce; per rinfrescarla, a quando a quando un pannolino inumidito è passato sulle labbra e sulla lingua. Il solo gesto è ora quello della mascella inferiore che s'abbassa un poco per poi rientrare nell'altra : e in questo movimento, più che nel candore delle chiome, più che nei solchi delle rughe, si rivela, la grande vecchiezza.
Mezzanotte. Ad uno ad uno tutti i rumori della via si vengono spegnendo, e nel silenzio crescente si comincia a udire il respiro affannoso. L'ansito aumenta d'ora in ora, è già il. rantolo tracheale previsto dai medici : profondo, cavernoso, come un sordo e chiuso bollore. L'inspirazione è più lunga, ma superficiale, in modo da sollevare il solo torace superiore. Il sudore è profuso. La lingua ingrossata e accortaciata, s'insinua fra le labbra vibranti, sembra che debba ostruirle e strozzarlo. La, saliva gorgoglia nella gola, colma la bocca, si riversa sulle guance. Non è tempo di raccoglierla con i batuffoli di cotone idrofilo, che altra ne sale e si spande.
Le veglianti s'inginocchiano e pregano.   
Le tre. Le quattro. La Morte non è puntuale al convegno. Il cuore palpita ancora, il sangue circola. Il polso, fattosi più piccolo, ridiventa frequente.
Soffocata dalla distanza, qualche rumore dì passo, qualche suono di voce vengono dal l'anticamera: sono i cronisti dei giornali e i messi delle pubbliche' autorità, che aspettano anch'essi. 
Ma non è l'ora. L'ora assegnata è trascorsa da un pezzo. Già sale qualche segno del 
risveglio,  dalla via, il cielo impallidisce; Santa Chiara suona a mattutino.                    
Il viso, è sempre più acceso, arso dalla febbre; più copioso il sudore e la bava, più serrati gli occhi. E il rantolo s'incupisce, empie la camera, s'ode dalle stanze attigue, opprime il petto e mozza il fiato ai circostanti.
È giorno; il primo raggio di sole indora il cornicione di Santa Chiara. La vita ferve nella via; ma le voci dei venditori ambulanti, il rotolare dei carri, il rombo dei tram, sono dominati dal rantolo atroce.
Le otto. Le nove. Da quando dura, questo rantolo? L'orologio non dice più nulla. Sembra, che il tempo si sia fermato. È oggi, o è ancora ieri?
 Una pausa: un'ansia, un tacito chiamare, un accorrere silenzioso. Ma il petto si gonfia ancora. Questo gran, cuore non vuol cessare di battere. Il cervello è invaso dal sangue, i polmoni sono imbevuti di siero, tutti i muscoli sono inerti, ma il cuore resiste, da solo: non si lascia sopraffare.
Resisterà ancora un altro giorno?
Le dieci. Un'altra pausa nel rantolo, meno breve della prima. Poi il travaglio dei fianchi e della fauci ricomincia. Un'altra pausa, più lunga, e un'altra ripresa. È già il respiro dei Cheynes-Stokes.
Ora tutti sono intorno al letto. Nessuno ha detto nulla, ma si è udito il passo lieve della Ineviabile. Liberato dall'inutile borsa, la testa si disegna in tutta la sua purezza, la fronte si modella in tutta la sua nobiltà.
Ancora una pausa. E ancora una ripresa. Il gorgoglio tracheale si affievolisce,  è come . un lento rompersi di grosse e rare bolle.
Le pause non si contano più. Dopo una delle più lunghe, tanto lunga, che sembra l'eterna, uno dei dottori, con le mani raccolte, fa un gesto, accenna, col capo di sì. Ma il respiro ricomincia, tenacemente.
A un tratto il torace è percorso da un moto di contrazione, i muscoli del dorso e dei lombi s'inarcano, l'occipite fa leva sul guanciale, come in un supremo tentativo di sollevamento, come per un'estrema resistenza da opporre ad un più violento assalto a corpo a corpo. Ma è un guizzo che si spegne. Il respiro si arresta: il sanitario trae l'orologio. Non è ancora l'ora precisa. C'è ancora una ripresa.
Le dieci e venti. Comincia l'immortalità,
                                                                 F. de Roberto.

L'ultima istantanea di Giovanni Verga, dinnanzi al Circolo dell'Unione, Catania gennaio 1922