Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

domenica 30 novembre 2014

G. Verga, F. De Roberto e Ricordi - Bozze del contratto per il libretto della Lupa - 1891


Scritto da Simone Ricci

Il "ferro" del Verismo andava battuto finché era caldo: si può forse riassumere con questo modo di dire riadattato la vicenda che ha visto come protagonisti Giacomo PucciniGiulio Ricordi e Giovanni Verga. Una vicenda che si colloca storicamente nel periodo in cui le opere liriche cercavano di seguire l'esempio lanciato nel 1890 da "Cavalleria rusticana" di Pietro Mascagni, il cui successo internazionale aveva intensificato la ricerca di soggetti simili. Questo sforzo cominciò prima ancora che "Manon Lescaut", il primo vero trionfo di Puccini, fosse rappresentata per la prima volta al Regio di Torino (1° febbraio 1893). Bisogna infatti tornare indietro al 1891.
Lo stesso Ricordi aveva deciso di siglare un contratto con Giovanni Verga: lo scrittore siciliano aveva il compito di fornire un nuovo libretto, prendendo spunto da una novella tratta da "Vita dei campi", un impegno da portare a termine insieme a Federico De Roberto, altro rappresentate del filone verista. Si trattava de "La lupa", la storia di una donna siciliana piuttosto "vorace" dal punto di vista sessuale (la pubblicazione della novella in questione risaliva al 1880). Comincia in questo maniera la storia di un'opera che non vedrà mai la luce, a causa di una serie di eventi concomitanti, primo fra tutti il maggior interesse nutrito da Puccini nei confronti di quella che poi sarebbe diventata "La bohème".

b_200_150_16777215_00___images_de-roberto.jpgIn seguito alla stesura del contratto, il lavoro era proseguito senza grandi squilli di tromba. Verga era ben immerso nella stesura del libretto, tanto che la sua novella si trasformò rapidamente in un dramma. Nel 1893, il compositore lucchese approvò il primo abbozzo, chiedendo comunque qualche lieve modifica: ad esempio, la parte della figlia della "lupa", Maricchia, aveva bisogno di maggiore tenerezza. Verga andò ben oltre le richieste di Ricordi e nel 1894 l'abbozzo stava prendendo sempre più forma, al punto che Puccini dimostrò un entusiasmo crescente.  "La lupa" aveva buone possibilità di vedere la luce di lì a poco, come testimoniato da una lettera di Verga a De Roberto:

Perché continui a essere felice, ora che sembra così ansioso di cominciare, potresti mandarmi una scena dopo l'altra appena le hai terminate.
Ma cosa pensava esattamente Puccini di questo progetto? A parte qualche scarno riferimento nelle sue lettere (Io per ora lupeggio), il suo obiettivo era quello di mettere in musica un'opera breve, di dimensioni non superiori ai "Pagliacci" o "Le Villi", un atto unico che necessitava di numerosi tagli. Ricordi pensò bene di far visitare Catania al suo pupillo, in modo da assorbire l'atmosfera locale e immedesimarsi meglio. Le distrazioni della Bohème, però, erano troppo forti per fargli pensare a un allestimento del genere. 
La tappa siciliana confuse ancora di più le idee. Una volta tornato a Torre del Lago, Puccini confessò a Ricordi di avere parecchi dubbi sulla Lupa: non voleva accantonare nessun progetto, ma il soggetto di Verga non faceva evidentemente per lui, come spiegato nel viaggio di ritorno alla contessa Blandine Gravina. Il musicista toscano la ascoltò disapprovare lo scioglimento del dramma, vale a dire l'uccisione della protagonista nel corso di una processione. Verga iniziò a sospettare che Puccini lo prendesse in giro, ma attese ben diciassette anni che la sua novella fosse messa in musica, prima di puntare su altri autori. 
Temo che sarà minestra riscaldata. Io e Ricordi parleremo insieme al Puccini, che vuole e non vuole, e lo metteremo al caso di dir netto sì o no.
L'amarezza dello scrittore è più che palpabile (la lettera risale all'estate del 1893), un sentimento che sfocerà in breve tempo in rassegnazione. Bisogna però sottolineare come il tempo perso con "La lupa" non fu inutile e sprecato in senso assoluto. In effetti, Puccini si ispirò a questi abbozzi per comporre il tema di Rodolfo nella Bohème, mentre altre idee e spunti furono sfruttati in seguito per la "Tosca". 
Soltanto nel 1948 (Verga e Puccini erano morti da oltre due decenni), la novella verghiana diventò un'opera, grazie a Santo Santonocito, il quale si avvalse del libretto di Vincenzo De Simone. Chissà come sarebbe stata la Lupa pucciniana: nessuno può dirlo, la vicenda verrà ricordata per i ripensamenti, i sospetti e le indecisioni dei protagonisti, il compositore scartò molti soggetti nel corso della sua vita, ma in questa occasione fu molto vicino a portare a termine il lavoro, prima di metterlo da parte in maniera definitiva.
------------------------------------------------------------------------
Bozze contratto, collezione privata di F. De Roberto (inedito)
























sabato 8 novembre 2014

Pietro Antonio Coppola un musicista insigne - 1793 / 1877.

foto con dedica a F. P. Frontini


Che il nome di P. A. Coppola ricorra frequentemente nella memoria dei catanesi non si può negare. Purtoppo, però — ripetendo quanto scriveva il «Bellini», giornale letterario artistico teatrale, che ebbe lunga vita e larga rinomanza, nel numero 424, anno XXVI del 15 maggio 1901 — non si può nemmeno negare che il Coppola, tanto onorato in vita, è stato completamente trascurato dopo la morte. Se ne togli infatti il pregevole mezzo busto eseguito dallo scultore catanese Salvatore Grimaldi e collocato al Giardino Bellini nel 1874, vivente il Maestro; se ne togli la via a lui intitolata, oggi non c'è altro che ricordi quest'altra gloria musicale catanese, perchè distrutto è ormai quel Teatro Comunale che portava il suo nome, negletta la tomba nel nostro Cimitero, e priva tuttora del monumentino che doveva essere eretto con le lire tremilasettecento deliberate dal Municipio pochi anni appresso la morte del Coppola; né le sue opere, come quelle del Pacini, del Platania, del Savasta, di Giuseppe Perrotta, di F. P. Frontini, di Gianni Bucceri, di Santo Santonocito, di Alfredo Sangiorgi e di altri, ricorrono più in alcun repertorio, se non molto raramente.

Di «statura regolare, piuttosto robusto, carnagione biancorossa, occhi cerulei», il suo ritratto, che ora figura alla Mostra di Catania fra quelli di altri illustri catanesi, fu donato dallo stesso Maestro alla nostra Università, rispondendo all'invito espressamente rivoltogli. Ecco, infatti, quanto, con sua lettera del 2 settembre 1858, scriveva al Coppola il Presidente della Deputazione della Regia Università agli Studi di Catania, Ferdinando Cutrona: Signore, la Deputazione ha deliberato consacrare alla pubblica riconoscenza dei posteri a memoria di quei sommi che hanno illustrato Catania e questa R. Università nei suoi rami dello scibile umano. Riunire i ritratti nelle principali aule della stessa che si trasformerebbero per così dire in un Pantheon Catanese, e questi ritratti procurarsi dalle famiglie o da coloro che le rappresentano è stata Videa più facilmente realizzabile e si è quindi adottata. Ella che tanto onora questa terra natale per le dotte produzioni musicali che la designano come uno dei più distinti Maestri in quell'Arte, merita sedere tra i primi posti di sì bella coronai di eletti ingegni. E però la Deputazione la prega volerle regalare, per sì onorevole destino, protestandosi per atto di tanta cortesia temutissimo. Il Presidente Ferdinando Cutrona.
Questa lettera (che si legge a pag. 49 di una vera Biografìa del Maestro Pietro Antonio Coppola, con tutti i documenti inediti trovati dopo la sua morte per Giuseppe De Felice Giuffrida, edita in Catania dalla Tipografia Popolare di Andrea Cavallaro, via Montesano, Casa Calvagna, 1877), testimonia più e meglio di qualunque altra notizia quale alta reputazione circondasse il Coppola.

Ingegno precoce, nato come Bellini da una famiglia di musicisti, a 17anni, non solo P. A. Coppola era chiamato a dirigere, come maestro di cembalo e concertatore, il nostro Teatro Comunale, dove suo padre, Giuseppe, era maestro concertatore fin dal 1795, anno in cui s'era trasferito con la famiglia da Castrogiovanni (Enna) a Catania, ma si faceva apprezzare per la severità dei suoi studi e per gli Inni, le Cantate, i Dialoghi, le Sinfonie, ecc. che componeva. Ma, apparso il 18 novembre 1825 il suo primo spartito, «Il Figlio del bandito», Pietro Antonio Coppola, a dire dei contemporanei, spiegò la scintilla del suo genio.
A quella prima opera seguirono «Achille in Sciro» e «Artale d'Alagona», date nello stesso «Comunale» di Catania, rispettivamente nel 1829 e nel 1830.
«Achille in Sciro» piacque tanto che il famoso impresario Barbaja lo richiese per il «San Carlo» di Napoli, dove fu rappresentato nella quaresima del 1831 presenti e plaudenti Rossini, Donizetti, Raimondi.
La gloria incomincia ad aureolare la fronte di P. A. Coppola, che da Napoli passa a Roma, dove la sera del 14 febbraio del 1835 egli trionfa al Teatro Valle con la «Nina pazza per amore», considerata il suo capolavoro e che richiamò sul Maestro l'attenzione dei principali teatri di Europa e d'America, particolarmente dell'I e R. Teatro di Musica Italiana di Vienna e del San Carlos di Lisbona. E nel giugno del 1836 all'Imperiale di Vienna il Coppola, con la musica tutta anima e brio della «Festa della Rosa», riscaldò a tal segno quei freddi spettatori che non seppero più frenarsi dal chiamarlo al proscenio e colmarlo di fiori. E quando, uscito dal teatro, egli salì in carrozza per farsi condurre a casa, la folla, in preda ad un indescrivibile entusiasmo, staccò i cavalli e trascinò a mano la carrozza, illuminando il percorso con torcie accese; L'eco di quel successo, per cui il Coppola fu salutato cardinale dell'Arte musicale valicò monti e mari e da ogni dove giunsero al Maestro attestazioni di compiacimento. Assai significative sono: la lettera dell'Intendente del Valle di Catania al Patrizio della Città e quella del Segretario del Decurionato.
Questo ultimo, nella seduta del 25 aprile 1838, approvava la proposta del Segretario Salvatore Leonardo, di coniare in onore del Maestro P. A. Coppola una medaglia di oro del valore di onze cinquanta, ma il Governo borbonico, nemico della gloria e del progresso e uso ad avversare tutto ciò che si facesse di bene, di buono e di bello, non volle acconsentire. Qualche anno dopo gli veniva intitolato il Comunale.
Tutti i teatri in Italia e all'Estero, si contendevano ormai le opere del Coppola, e così ecco alle vecchie aggiungersi le nuove: dalla «Bella Celeste degli Spadari» al «Postiglione», date, nella primavera del 1837 rispettivamente alla «Cannobiana» e alla «Scala» di Milano; dalla «Giovanna P Regina di Napoli» all'«Ines de Castro», date al «San Carlo» di Lisbona; dal «Folletto», dato a Roma nel 1844, all'«Orfana Guelfa», che fu definita opera degna di stare a fianco di quelle dei più celebri maestri del secolo e che fu rappresentata nel 1846 al R. Teatro Carolino di Palermo, dove l'anno appresso fu dato il «Fingal», opera di grande spettacolo.
Resosi vacante il posto di direttore del Conservatorio Musicale di Palermo, già tenuto da Pietro Raimondi, il Principe di Satriano, Viceré di Sicilia, così, fra l'altro, in data 7 luglio 1853, scriveva  al  Coppola:   Onoratissirno Signore...  Epperò a bella fama del profondo sapere musicale che di lei corre, per la testimonianza brillante delle Opere con tanto plauso universalmente accolte, e l'essere Ella nativo di questa Isola, farebbero dare a Lei la preferenza quando si avesse certezza che le individuali di Lei convenienze le consentissero di fermare in Palermo la sua dimora; con percepire un annuo assegnamento di 900 ducati, oltre della casa tolta in affìtto dal Conservatorio.
Ma il Maestro Coppola non accetta: anziché dalla cattedra egli vuole insegnare dalla scena con le opere.
Dopo tanto peregrinare, nel 1865, vinto dalla nostalgia di rivedere la casetta nella quale aveva imparato dal padre i primi elementi di musica, viene a Catania; vi è accolto trionfalmente: strade illuminate a festa, bande, rappresentazioni e balli al Teatro Comunale. In quella occasione egli dedica a Catania la sua ultima opera «Matatia vincitore» e il Comune gli offre «un medaglione d'oro del valore di lire 1275» (ossia cento onze): Al Creatore d'armonie, la Patria.
Ritornato a Lisbona, egli suscita ancora entusiasmo ed ammirazione con una recita, il 4 marzo del 1871, della «Bella Celeste»; ma ora P. A. Coppola non corre più dietro l'ispirazione e, inoperoso, lascia che gli allori appassiscano sulla sua fronte. Un tarlo ora lo rode: il desiderio di passare in patria gli ultimi anni della sua vita.
Conosciuto questo suo desiderio il Sindaco di Catania Antonio Paterno Marchese del Toscano, ecco una deliberazione del Consiglio Comunale con la quale si accordava al Maestro P. A. Coppola una annua pensione di L. 2.400, da percepirla durante la sua dimora in questa città, coll'obbligo di prestarsi alla direzione ed assistenza degli stabilimenti musicali, in cui il Municipio potrà utilizzare l'opera sua.
E il primo gennaio del 1872 il Maestro Pietro Antonio Coppola rientra a Catania. Di nuovo nelle sue mani, il Teatro Comunale assurge ad un livello artistico considerevole.
Ma ormai la vita del Maestro volge alla fine: nato FU dicembre del 1793, il Coppola conta già 84 anni quando, la mattina del 13 novembre 1877, alle ore sei e cinquanta minuti, si spegne: la sua ultima opera era stata un omaggio a Bellini: quella «Messa da Requiem» che, eseguita in Cattedrale il 24 settembre 1876, tumulandosi le ceneri del Cigno, fu giudicata veramente grande.
Nel numero del giornale «Bellini», del 15 maggio 1901, citato in principio, si legge che, sul punto di morire, Pietro Antonio Coppola fu sorpreso dal suo confessore Padre Guglielmino, che lo assisteva, a battere il tempo musicale. Esortato a dimenticare la musica e pensare al Cielo, il Maestro, raccolte le ultime forze, rispose: Ma son celesti melodie; e tranquillamente spirò.
Francesco Granata, 1953

***
Coppola compositore drammatico, nacque a Castrogiovanni (provincia di Caltanisetta) l'11 dicembre 1793 ; morì a Catania il 13 novembre 1877.
Studiò la musica dapprima con suo padre, maestro di cappella,  fu per breve tempo al Conservatorio di Napoli, ma la sua educazione musicale la completò in massima parte da solo studiando i trattati degli importanti teorici francesi e tedeschi.
- A 23 anni esordì come compositore drammatico coll'opera: I/ Figlio del bandito (Napoli, teatro del Fondo, 1816), alla quale seguirono: Achille in Sciro (ivi, 1825) e Artale d'Aragona (Catania, 1834) che non ebbero però --specialmente l'ultima - grandi successi.
Il maggior successo l'ebbe con l'opera : Nina pazza per amore (Roma , teatro Valle, febbraio 1835) che gli valse una grande popolarità, e che entusiasmò gli spettatori di tutti i principali teatri d'Europa; questa opera fece in breve tempo il giro d'Italia, la si diede a Vienna, Berlino, Parigi (teatro Italiano, 6 maggio 1854; già prima - nel 1839 - venne data, ridotta per l'opera francese, col titolo di Eva), Lisbona e più tardi ebbe uguali successi in Messico.
Gli spartiti che seguirono furono : Gl' Illinesi (Torino , teatro Regio , 26 dicembre 1836); La Festa della Rosa o Enrichetla di Baienfeld (Vienna, teatro Italiano, quaresima 1836); La Bella Celeste degli Spadari (Milano, teatro Canobbiana, 14 giugno 1837); 1l Postiglione di Longjumeau (Milano, teatro alla Scala, 6 novembre 1838); Giovanna I di Napoli (Lisbona, teatro S. Carlo, 11 ottobre 1840); Ines de Castro (1842);
// Folletto (Roma, 1844); L'Orfana guelfa (Palermo, teatro Caroline, quaresima 1846) e Fingal (quaresima 1847).
- Dal 1839 al 1842, e dal 1850 al 1871 visse a Lisbona in qualità di direttore di musica al teatro S. Carlo, nonchè del teatro del conte Farrobo, per il quale scrisse tre opere in lingua portoghese ed una francese.
- Nell'autunno del 1873 si stabilì in Catania ove, dietro speciale invito del Comune, assunse la direzione degli Istituti musicali della città.
Visse qui gli ultimi anni di sua vita onorato e stimato da quanti ebbero la fortuna di avvicinare quell' ingegno.
Nina Pazza Per Amore: The Love Mad Nina; a Comic Opera in Two Acts as ...  - P. A.  Coppola,  
P. A. Coppola offre questo piccolo autografo 
al giovane Frontini, allievo prediletto ...


giovedì 6 novembre 2014

Filippo Liardo (Leonforte, 1 maggio 1834 – Asnières, 19 febbraio 1917) è stato un pittore italiano

Disegno di F. Liardo - Collezione Francesco Paolo Frontini

FILIPPO LIARDO
Nacque a Leonforte da Salvatore e da Rosalia Pappalardo, catanese, il 1° maggio del 1840. A venti anni lo troviamo a Palermo, avviato alla pittura; ma era quello il sessanta, l'anno dei Mille, e Liardo, indossata la camicia rossa, tra una schioppettata e l'altra, gettò le basi del quadro "Il bombardamento di Palermo" col quale, cinque anni appresso, tenterà la conquista di Parigi.
Sebbene in un volume uscito in Francia nel 1803, "Nos peintres, dessinés par eux mèmes", egli abbia tracciato un vivacissimo ritratto di se stesso, poco conosciamo del periodo che va dai primi tentativi palermitani al viaggio a Pariggi. 
Sappiamo solo che, promosso ufficiane sul Volturno e sciolto l'Esercito garibaldino, Liardo rimase a Napoli a studiare, probabilmente iscritto in regola a quell'Accademia; che nel '64 espose a Firenze e che l'anno appresso si presentò a Parigi col "Bombardamento" anzidetto e con un gran numero di disegni colti dal vero durante la meravigliosa Epopea. Il successo gli arrise e i maggiori giornali illustrati del tempo:"L'illustrazione" di Londra e "Le monde illustre" ai quali si aggiunse poi "La vie elegante", lo presero come disegnatore-reporter, a fianco dello spagnolo Daniel Urrabieta y Vierge, il famoso illustratore del "Pablo di Segovia" e dei primi capitoli del "Don Chisciotte". Nel '66 rieccolo ancora in Italia, dove segue le sorti garibaldine nel Trentino (un ritratto ad olio del Generale ed una mirabile raccolta di disegni di guerra furono il frutto di quella sfortunata campagna), e nel '70 a Roma, dove dipinse tre ritratti di principesse di Casa Borghese. Dopo, si stabilì definitivamente a Parigi e vi morì settantenne; pare in miseria.
Come disegnatore di riviste e di giornali illustrati, Filippo Liardo fu un osservatore della realtà brioso, tal'altra lirico, sempre acuto e, per necessità di cose, velocissimo, inquantochè il pubblico chiedeva sempre più forti e nuove sensazioni e l'avvento dell'istantanea e delle riproduzioni fotomeccaniche era ancora di là da venire. Come pittore, ligio all'insegnamento del primo Morelli,ne seguì le orme nobilissime e si accostò ai maggiori esponenti del periodo aureo della pittura francese.
Dei quadri non dispersi nel periodo della Comune, il migliore di quelli conservati in Italia è "La sepoltura garibaldina", oggi nella Galleria d'Arte moderna di Palermo. Sala G
N.266 - Filippo Liardo:  "La bufera" - proprietà, senatore Pasquale Libertini.
Estratto dal catalogo:"MOSTRA RETROSPETTIVA DELLA PITTURA CATANESE"
Catania - Castello Ursino 1-31 ottobre XVII - XVIII
"La sepoltura garibaldina"

***

F. Liardo



Guglielmo Policastro, studioso e scrittore di storia catanese (Catania 1881-1954)



Distillò in una quantità enorme di volumi, opuscoli e articoli i segreti di mille archivi, spesso mai prima esplorati. La biografia del marchese Antonino di San Giuliano fu la sua prima opera di vasto impegno; la seconda fu una Storia del Teatro siciliano (che è del '24). Le sue maggiori fatiche, che lo impegnarono in un estenuante lavoro ventennale, sono Catania prima del 1693 (nel 1693 la città fu ineramente distrutta dal terremoto), Catania del Settecento (ossia dopo la ricostruzione) e Bellini, rispettivamente del 1952, del 1950 e del 1935. Altre biografie, altri studi egli dedicò ai siciliani (Musco, Francesco Di Bartolo, Angelo Majorana, Gioacchino Russo, Orlando, Natale Attanasio) e, più raramente, a italiani d'altre regioni (Mussolini, Oriani, Bissolati, Boselli). Collaborò al Marzocco, alla Lettura, a Matelda, al Resto del Carlino, al Popolo di Sicilia, al Popolo di Roma, al Bollettino della Sera (New York), eccetera. Non ignorò il teatro (Oltre il potere umano, Il ponte della vita, 17 sicretu di Puddicinedda, 'U misi di maiu) né la narrativa (Il cortile di San Pantaleo e Inutilità del bene, romanzi) e la poesia. Prima che morisse, l'amministrazione comunale di Catania gli affidò l'incarico di ricostituire l'archivio storico, distrutto, con tutto il palazzo comunale, dall'incendio sedizioso del 14 dicembre 1944; ma riuscì solo ad accingersi all'opera. Pochi giorni prima di spirare potè mettere invece la parola « fine » a uno studio su Bellini a Parigi e a Londra. - s. Nic.

(1909) LA FONTE
Come un sottile stelo di cristallo, 
fiorito in cima in un azzurro giglio, 
dal centro de la vasca, ov'è un groviglio 
mostruoso di rami di corallo, 

rapido s'erge, un cerulo zampillo 
che scrosciando ricade, poi con roco 
romore ne la conca che trabocca 
d'acqua, ov'un cigno vaga dal tranquillo 
occhio e si sciacqua, or sì, or no, per gioco. 
Canta la fonte sonora con bocca 
una lieta canzone: i lilla a ciocca
olezzano , a l'Intorno ne l'aiuole 
tra l'umor de la vasca e il caldo sole, 
e mirano de l'Acque il dolce ballo.
                                                   Guglielmo Policastro.

***

Ricordo di Policastro
La mia amicizia con Guglielmo Policastro nacque quando io, reduce dalla guerra 915-918, venni dalla mia Giarre, dove ero nato nel 1895, a stabilirmi a Catania. Lui era già maturo e noto. Era nato nel 1881. Io, invece, giovane ancora e agli inizi della mia attività pubblicistica. Poi, a mano a mano che l'amore per la vita e la storia di Catania mi avvicinava e legava sempre più a lui, i nostri rapporti divenivano più stretti e cordiali. Avveniva tra me e Guglielmo Policastro quel che nel medesimo periodo avveniva tra me e Saverio Fiducia. Due miei grandi amici, uno migliore e più caro dell'altro.                          ,
Poi, quando egli mise mano alla selezione e alla raccolta dei suoi articoli, disseminati qua e là in giornali e riviste, per la stampa dei suoi due volumi su Catania, ed io, valendomi di rari preziosi documenti, mi ero già occupato della storia dei Monasteri e della chiesa delle Clarisse in Catania, Guglielmo Policastro, che quei miei articoli aveva letto, mi espresse il desiderio di averli messi a sua disposizione. Inutile dire che fui felice di accontentarlo.
*   *   *
È noto che mentre altrove, dopo il terremoto del 1693, la vita continuò a svolgersi e a fluire senza scosse, a Catania invece, a causa appunto del cataclisma che l'aveva ridotta una immensa e spaventosa montagna di macerie e rovine seppellendovi sotto ben 16.050 abitanti dei circa 25.000 che la popolavano, secondo la relazione del Duca di Camastra, la vita si fermò tra lutti e lacrime dei superstiti. I quali, però anziché scoraggiarsi e fuggire, pensarono, seguendo l'esempio dei loro progenitori, di fare rinascere la loro città così come nel corso dei secoli, altre sette volte fino ad allora era caduta ed era risorta. Infatti, prima ancora che spirasse il triste secolo, la nuova Catania incominciò a delinearsi nelle strade, nelle piazze, nei palazzi, più grande e più bella di quella scomparsa. In una gara meravigliosa tra nobiltà e popolo, tra civili e religiosi, a mano a mano che la città si ripopolava e risorgevano chiese, monasteri, palazzi, ville, scuole, eccetera, la vita, la cultura, la religione il commercio rifiorivano come, ad ogni primavera, rifiorisce la natura.
È stato quindi merito di Guglielmo Policastro quello di aver calato il suo volume « Catania nel Settecento » in quello che fu per Catania il secolo d'oro, così straordinariamente fecondo di intraprendenza, d'iniziative, di coraggio e d'amore, in una parola di opere, senza di che non poteva certo risorgere dalla tremenda catastrofe del 1693. In altre parole, con questo suo libro Guglielmo Policastro ha tessuto un vasto e persino suggestivo diorama della Catania settecentesca.
Certo, non si può parlare di « Catania nel Settecento » di Guglielmo Policastro senza accennare al volume di Francesco Fichera: « G. B. Vaccarini e l'architettura del Settecento in Sicilia ». Il Fichera, però, in questa sua magistrale opera che spazia fra l'altro in tutta l'Isola nostra con frequenti richiami e rilievi non solo artistici e architettonici, bensì biobibliografici, da quel grande architetto e studioso che era, guarda e studia Catania principalmente, più che dal punto di vista storico, da quello dell'architettura e dell'arte, facendo continuo riferimento alle opere del Vaccarini, a cui attribuisce anche la chiesa di Santa Chiara, appartenuta, crediamo, sempre alle Clarisse e mai alle Benedettine, e dovuta all'architetto Giuseppe Palazzotto, come con documenti alla mano ha potuto dimostrare nel 1942 il sottoscritto, vivente l'arch. Fichera (1).
Accanto a « Catania nel Settecento » bisogna ricordare un'altra opera storica del Policastro, cioè « Catania prima del 1693, così notevole e diremmo indispensabile per chi voglia vedere e studiare Catania come era appunto prima del Settecento.
E « Bellini »? Ricco di notizie e avvenimenti anch'esso, nonché di illustrazioni documentarie, per cui meritava una edizione migliore e più degna, « Bellini » è un libro che fa palpitare il cuore dei catanesi, anche perché contiene delle parole (p. 102) rivolte da Vincenzo alla sua mamma veramente commoventi. Parole che oggi, purtroppo, i figli, tranne rare eccezioni, non sanno dire alle proprie mamme.
In seguito Guglielmo Policastro scrisse anche « Bellini a Parigi ». Quanto lavoro, ricordo, e quante faticose, pazienti, instancabili e anche dispendiose ricerche gli costò. Ma con sua grande amarezza non fece in tempo a vederlo stampato. Il manoscritto lo conserva, tra le carte del padre, il figlio avvocato Rosario.
Topo di biblioteca e soprattutto assiduo instancabile ricercatore d'archivio, Guglielmo Policastro, qualificato « diligentissimo » dal maestro Francesco Pastura, un altro grande catanese che, prima di scomparire, ebbe la forza di portare a compimento  il suo « Bellini secondo la storia », elevando all'immortale musicista il monumento più alto e solenne, Guglielmo Policastro, dicevamo, ha lasciato tra i suoi lavori più importanti diversi opuscoli, uno più pregevole dell'altro. Si tratta di: « La Cappella musicale del Duomo e l'Oratorio sacro in Catania nel 1600 », « La musica ecclesiastica in Catania sotto i benedettini (1091-1565) », « Cento anni di attività musicale a Catania e nel Convento di San Nicolò l'Arena », « Musica e teatro nel Seicento nella provincia di Catania », « I Teatri del '600 in Catania »: tutti argomenti che nessuno aveva trattato con tanta messe di notizie e di particolari di prima mano e con tanto zelo. E per dire della loro importanza basti il fatto che furono tenuti presenti dal Pastura nella elaborazione del suo prezioso volume: « Secoli di musica catanese ».
Ma Guglielmo Policastro, ingegno versatile e multiforme, che spiegò la sua attività letteraria, storica, giornalistica, collaborando ad una infinità di giornali e riviste, anche esteri, si occupò anche di teatro. Al teatro infatti diede « Il Teatro siciliano », un volume interessante e utile per la conoscenza di autori, attori e teatri della Catania ottocentesca, compresi quelli delle marionette. Al teatro diede inoltre ben cinque sue commedie, tre in lingua: « Il ponte della vita », « Oltre il potere umano » e « Il cortile di San Pantaleo », e due: « U misi di maju » e « U sicretu di Puddicinedda » in dialetto siciliano. « Oltre il potere umano » fu rappresentato con successo nel 1909 nel nostro Teatro Sangiorgi.
*   *   *
Nato nel 1881 e avviato dal padre all'avvocatura, ben presto invece Guglielmo Policastro abbandonò l'università per il giornalismo. Venne così a trovarsi nella scia luminosa di Giuseppe De Felice («Corriere di Catania»), di Giuseppe Simili («Sicilia»), di Carlo Carnazza (« Giornale dell'Isola »), di Paolo Arrabito (« Gazzetta della Sera »), nonchè del marchese di Sangiuliano e di altre eminenti personalità del mondo politico, giornalistico, della cultura e dell'arte.
E fu proprio all'inizio della sua carriera pubblicistica ch'egli scrisse e pubblicò i suoi primi saggi biografici. Nel 1909 « De Felice » con prefazione di Napoleone Colajanni e un giudizio di Leonida Bissolati. Nel 1912 « Un uomo di Stato: il marchese Di Sangiuliano », con prefazione dello storico Francesco Guardione. Nomi, quelli di codesti prefatori, che bastano da soli a dare la misura del concetto in cui fin d'allora era tenuto Guglielmo Policastro.
Ricordo che spesso, nei momenti di scoraggiamento dovuti agli attacchi del male che ne minava la forte fibra se la prendeva col destino. Diceva che il destino gli era stato avverso. Ma ciò non era vero. Chi non ha qualche cosa da rimproverare al proprio destino?
Che egli non aveva potuto mettere la parola fine o non aveva potuto vedere stampati « Bellini a Parigi », « L'Ottocento musicale di Catania » e « Il Teatro Comunale di Catania », tre lavori ai quali aveva lavorato o stava lavorando con l'impegno e la passione che soleva mettere in tutto ciò che faceva, questo sì, era vero. Ma non pensava, o dimenticava che « per meritare la riconoscenza degli studiosi in genere e dei catanesi in particolare » — come alla sua morte, l'8 agosto 1954, scrisse di lui Saverio Fiducia — bastavano e bastano « Catania prima del 1693 », « Catania nel Settecento » e « Bellini ». - di Francesco Granata 

* Enciclopedia di Catania
* LA SICILIA », 13 agosto 1976.