Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

martedì 26 giugno 2018

MARIANNINA COFFA - LA CAPINERA DI NOTO


Raya, 800 inedito



1. La vita
La vita di Mariannina Coffa Caruso è stata narrata, in un libro del 1900, come la Storia d'una martire. Togliamo alla parola quel che di agiografico o di melodrammatico vi è incrostato; e, specialmente al lume dei documenti che mezzo secolo fa non erano conosciuti, potremmo accettarla senz'altro.
Questo martirio è tanto più toccante, in quanto si svolge senza manifestazioni appariscenti, in un cuore di donna che, fino ai vent'anni, lasciava presagire un destino assai più propizio. 

Nata a Noto il 30 settembre 1841 dall'avvocato Salvatore Coffa Feria e da donna Celestina Caruso, Nina era come la pupilla della casa; e certi segni precoci d'una sua vocazione poetica le davano, già sui quindici anni, e non ostante una venatura melanconica, un alone tutt'altro che funesto.
Aveva frequentato, decenne, il collegio Peratoner di Siracusa, dove aveva trovato il suo primo maestro di versificazione in Francesco Serra Caracciolo; ma nel settembre 1852 conosceva, in Noto, un precettore ben più zelante, il sacerdote poligrafo Corrado Sbano, che la consiglierà e assisterà per tutta la vita. E prendeva lezioni di piano da un giovane venticinquenne (lei di quattordici), che segnerà senz'altro il suo destino: Ascenso Mauceri.
Ascenso (allora firmava Ascenzio) tornerà a darle lezioni di musica nel '59, l'anno di stampa dei Nuovi canti della diciottenne poetessa. Egli ha già soggiornato a Napoli, a Firenze, nel continente favoloso, e possiede tutti i numeri per ; appassionare la sbocciante creatura : poeta, musicista, dignitoso e sensibile di carattere, biondo alto piacente d'aspetto.
La vigilanza familiare, la fiamma che ormai divora l'anima di Nina. il contegno e la padronanza di Ascenzio, risaltano con mirabile immediatezza in una lettera del 9 marzo 1870, oltre dieci anni dopo la stagione felice :

«Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui eravate in mia casa, quando il cielo divenne nero e i tuoni ci facevano paura?... Io ricamavo un cuscino, che dovevo donarvi: lo ricordate?... Quelle ore della tempesta furono le più belle del nostro amore, perché mai, mi fu concesso stringere la vostra mano e aprirvi l'anima mia. Ma quel giorno ebbi un istante di felicità, ed oggi l'ho scontata con perenni lacrime. Eravamo soli; voi avevate scritto un sonetto, che cominciava Demone o spirto... Voleste che facessi la risposta sulle stesse rime, e mi posi a scrivere. Eravate in piedi, dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta, che avevo innanzi, e su quella mano appoggiai le mie labbra ardenti »...

Perché un amore così intenso non fu coronato dal matrimonio, che entrambi i giovani avrebbero desiderato? Per l'opposizione, prima larvata, poi alimentata da insinuazioni denigratorie nei confronti del Mauceri, infine aperta e ostinata, da parte dell'avvocato Coffa e signora. Ascenzio aveva avuto una relazione con una signora Raeli : l'aveva ancora? ne aveva altre? era un debosciato? Mariannina conobbe appena cosa fosse la gelosia, che se ne sentì divorata; eppure non smentì il suo amore, anzi cominciò ad associarlo al pensiero della morte, con frasi logore dall'uso («dovesse l'amor tuo costarmi la sventura e la morte » : 20 settembre 1859; « ti sarò fedele sino alla morte » : 1 novembre 1859...), ma riscattate, nelle sue lettere, dalla fermezza della decisione, dalla lucidità del presentimento.
La soluzione della fuga, proposta da Ascenzio, sarebbe stata forse la migliore, e comunque di uso comunissimo in Sicilia. Ma la poveretta non voleva dare un dolore alla madre :

«Ti pregherei [scriveva all'amato il 26 novembre 1859] di non venire a messa alla mia chiesa, io non voglio, non devo vederti. Se sapessi quanto mi costano queste parole! La tua presenza in quel luogo mi farebbe per un istante felice, ma mia madre!... oh, ella si affliggerebbe ».

Di fronte a un animo così generoso e leale, non c'era che l'insidia, e specialmente la speculazione sulla sua indole generosa, che potesse indurla ad accettare un marito scelto dai genitori; i quali architettarono il loro piano tra la fine del '59 e i primi del '60, mentre Ascenzio si trovava in continente. Le fecero sussurrare, da un'amica intima, che Ascenzio, partendo, avesse detto : « Poco m'importa di chi resta; io parto, né tornerò così facilmente; in Italia non mancano donne ». Le fecero udire, al collegio Peratoner, battute di gravi personaggi sulle donne « molto istruite » che ci sono « in Italia », delle quali « tutti gli uomini » si innamorano... Premettero in altri modi più ignobili. Mariannina, dopo il 1° dicembre 1859, non scrisse più al suo Ascenzio, per circa tre anni. L'8 aprile 1860, infatti, era divenuta sposa d'un signor Giorgio Morana, da Ragusa.

Ed ecco, per diciassette anni, il martirio di questa donna nata per la poesia e per l'amore, e invece sbalestrata in un rigido interno dell'isola, accanto a un marito e a cognate di educazione e indole differentissime dalla sua, in una casa soggetta ad un suocero scostumato e violento, capace di umiliare la nuora perché meno ricca di quanto si presumeva e di sorvegliare la corrispondenza. Ecco, soprattutto, il pensiero dominante di Ascenzio.
Lei vorrebbe, soprattutto, giustificarsi agli occhi dell'amato, che sa sdegnato per la debolezza di lei. Questo complesso di colpa non l'abbandonerà mai, e sarà uno dei temi più suggestivi delle sue lettere. Recatasi in Noto nel gennaio 1863, implorerà invano un abboccamento con Ascenzio; il 1° febbraio riprenderà la via del ritorno col proposito di uccidersi appena arrivata a Ragusa e abbracciate le sue « due orfane creature ».
L'amor materno, soprattutto, le fa superare la crisi, ma non le attenua il rimpianto del suo paradiso perduto. E le lettere ad Ascenso, dopo o insieme a pretesti letterari, rivelano l'intensità dei suoi ricordi, la fedeltà dei suoi sentimenti, la grettezza dell'ambiente in mezzo al quale deve soffocare ogni suo anelito. La corrispondenza infittisce nel triennio 1869-71, tra il divampare dei ricordi di Mariannina e il vano sforzo di Ascenso per non oltrepassare i temi culturali. A tanta, gelida dignità dell'uomo, che a un certo punto passa dai voi al lei, la penna cade di mano alla donna, nel maggio 1872.
La passione di Mariannina non si effonde soltanto nelle lettere: essa trabocca, per esempio, nelle manifestazioni d'isterismo dell'autunno 1864. Ne fu scintilla la morte della sua terza creatura, di appena dieci mesi, avvenuta il 4 settembre, mentre la madre si trovava nuovamente.incinta. E il medico Pennavaria rimase così colpito da quelle crisi di dolore, che vi pubblicò sopra un opuscolo, nel 1878.
La Coffa, a detta del medico, vedeva telepaticamente quanto avveniva nella stanza della morticina, ripeteva le frasi che venivano pronunziate là dentro, preannunziava la venuta di altre persone, e vedeva... « una luce grande quanto tutto il mondo... Uno grande, con le ali bianche... gli occhi di sole » ecc., e cioè Ascenso, l'uomo che anche nei versi appare come l'Angelo dei sogni, l'uomo adombrato in una lettera allo stesso dottor Pennavaria del 28 giugno 1865 :

« Almeno il mio buon Angelo pensasse a me qualche volta, mi avrei un momento di calma e presentirei quella gioia che mi annuncia il Cielo, ma pare che quest'Angelo mi abbia abbandonato; o è forse troppo grande e celeste per abbassarsi alla terra ».

All'epoca di quest'ultima lettera, Mariannina si piegava teneramente sulla nuova culla: quest'altra figlioletta, concepita durante la lunga malattia cui s'è accennato, non reggeva oltre i quindici mesi di vita, e — a distanza di due anni — raggiungeva nella tomba la sorellina (luglio 1866). Della nuova depressione in cui cadeva la madre, tentavano di confortarla il canonico Sbano e il poeta Emanuele Giaracà, venendo da Noto intorno al settembre 1868, e visitando frequentemente la povera signora insieme al comune amico che li ospitava in Ragusa, Giambattista Lupis.
La seconda metà del '68 addusse due altri lutti alla Coffa : quello della cugina Concettina Melodia e quello del nonno materno, il dottor Caruso; e il pianto per essi è pianto anche per un passato irrevocabile :

« Non è l'amica, non è la congiunta che io piango, è la compagna della mia infanzia e dei miei primi trastulli, l'essere che mi ridesta le più care e dolorose memorie» (lett. al Can. Sbano, 22 agosto 1868); « Povero vecchio! la mia casa materna è rimasta vuota, deserto il giardinetto da lui coltivato ed ove io giocava fanciulletta ; tutto è mutato col' cadere d'una esistenza! Se mai rivedrò la mia patria, io non incontrerò che un amaro silenzio in tutti quei luoghi tanto amati e diletti » (lett. al prof. Antonio Scorsonelli, 30 novembre 1868).

Proprio lui, Ascenso, l'essere che riassume quel passato, viene a Ragusa, come ispettore scolastico, sulla fine del gennaio 1869. Visiterà la concittadina? Il desiderio e il terrore inchiodano la poveretta dietro le persiane, finché, il 1° febbraio, sente il rumore d'una carrozza che certamente si porta via il suo angelo : « Partito! partito senza vederlo, senza poterlo rivedere mai più! Oh la morte! come deve essere soave a chi tutto ha perduto, a chi tutto ha patito sulla terra ».
Non ostante un segno così chiaro dell'indole di Ascenso, Mariannina continua a scrivergli sino agli ultimi barlumi di tolleranza : cessata la quale, non le resta che la morte. « Una forza interiore mi distrugge », ella scrive — con la consueta lucidità di presentimento — all'amico Sbano. Il dottor Penna-varia definisce la malattia che affligge la poetessa nell'ultimo triennio della sua vita come neoginoplasia : ma quei flussi sanguigni e purulenti non sono che un aspetto delle miserie che l'infelice ha dovuto subire.
Sventurata nelle traversie fisiche come in quelle morali, la Coffa non può usufruire neanche d'una cura continua e serena, ma passa — anzi fugge — dalla clinica Bonfanti, di Noto, alla casa del fratello Giuseppe, in Modica, di qui di nuovo alla clinica Bonfanti e infine alla casa materna. Il dottor Migneco, di Catania, aveva prescritto di «allontanare rigorosamente tutte le persone che le riuscissero moleste, qualunque fosse la loro condizione, e respingere indistintamente qualunque visita sino al suo totale risanamento ». Come il dottor Bonfanti eseguiva tale disposizione — della quale noi, ora. possiamo capire tutta l'opportunità — i Coffa fecero una scenata, di cui così Mariannina dava notizia al fratello Vincenzo :

«La mattina del 19 ottobre 1875 la nostra affettuosa madre, dopo avere insultato Bonfanti dal balcone, venne a me con le mani alzate e mi disse: — Figlia sacrilega, noi, noi stiamo riparando al tuo onore. — Dopo ciò il nostro affettuoso padre mi urtò con tale violenza contro il letto, che poco mancò non mi ammaccassi le costole; e, non contento di tanta barbarie, mi andava gridando : — non muoverti di là, scellerata, altrimenti ti ammazzo a legnate — ».

In tanta amara ironia contro i genitori, che spinge l'ammalata alla fuga verso Modica, non c'è solo il risentimento occasionale, ma trema tutto un processo morale, che giungerà fra poco al suo culmine. E' la trasformazione dell'amore nell'odio : l'indole mite e affettuosa, l'istinto atavico di obbedienza e rispetto verso i genitori, l'educazione cattolica, ritardano per anni la terribile metamorfosi, che cova nell'animo della malmaritata almeno dalla Pasqua 1860. Se a ciò si aggiungano le ferite dei suoi ultimi mesi di vita, quando — giacente nella casa materna — ella avvertiva la riluttanza della famiglia a sostenere spese che si addicevano al marito di lei, si capiranno i due ultimi biglietti, indirizzati dalla moribonda al dottor Bonfanti « sopra due pezzetti di carta senza data » (così il Genovesi Caruso) :

« Mandatemi L. 5 ... ora con Ninuzza — aspettava lettera da Ragusa come mi si avvisa nel telegramma — stamattina mandai e non vi era lettera »;
 « Fatemi un favore se potete. Mandatemi L. 25 e poi ve ne rimetterò 30. Stamattina mi sono accorta che tutta la mia ricchezza consiste in 20 centesimi... Ah, Cristo! Sola, abbandonata da tutti, senza un cane che mi guarda, ridotta in uno stato da far pietà, lasciata anche da coloro che hanno finto di amarmi, ed ora mi fuggono perchè sono moribonda... e di più... di più si vorrebbe farmi morire di fame e di miseria?... Io non posso reggere a tanta infamia. Maledetto il giorno in cui nacqui, maledetta la mia esistenza, maledetti i r... che si dicono padre e madre... Ah! se arriverò a non morire!... ».

Morì, invece, all'alba del 6 gennaio 1878 in età — curiosa corrispondenza numerica — di 36 anni, 3 mesi e 6 giorni, contemplando una immagine dell'Addolorata. Lasciava, in Ragusa, il marito e tre figli (Celestina, Gaetano e Salvatore). Della famiglia netina, il primo a seguirla nella tomba fu il padre, che morì di apoplessia l'8 febbraio dello stesso anno. Ascenso, cavaliere e direttore del R. Ginnasio di Noto, si spense, sessantatreenne, il 13 aprile 1893. Accanto a un suo immenso ritratto giovanile, sulla parete della Biblioteca Comunale di Noto, oggi ne pende uno, piccoletto e tremebondo, di Mariannina Coffa, che pur non brama di più.

2. I versi
La cupa disperazione dei due ultimi biglietti citati è il punto di arrivo della vita terrena di Mariannina (e ha qualche eco conturbante nei suoi ultimi versi dedicati a Giuseppe Migneco o a Filippo Santocanale), non quello di partenza, e neanche il suo tono abituale. La sua sensibilità può renderla incline alla melanconia; solo le brutture umane deformeranno quest'ultima sino al terribile grido finale. I segni di questa parabola, che diventa presto calvario, sono i versi e le lettere, soprattutto le lettere ad Ascenso.
Con otto quartine sul Calvario, quasi a funesto presagio, si apre appunto il primo volumetto di Poesie della Coffa, pubblicato nel 1855. A dodici anni, nel marzo 1852, la bambina aveva appena appreso le norme della versificazione, che scriveva endecasillabi e settenari di argomento sacro, e varava un Natale di sapore manzoniano : « Ecco è già nato un pargolo, Pari a ridente giglio » ecc.
L'onomastico del padre, il buon capodanno ai genitori, la monacazione d'un'amica, la morte d'un'altra, erano altrettante occasioni di versi. Le note a qualche componimento (« Il tema fu dato dai signori Alessandro Caruso e Giuseppe Miceli... »; « Questo sonetto fu scritto a penna corrente alla presenza delle giovinette convittrici »...; «Scritto alla presenza di varie persone che diedero il tema e le rime ») aprono uno spiraglio su quelle fugaci soddisfazioni mondane; una, riguardante Il trovatore (una canzone dal mesto ritornello : « Ahi che troppo sventurato Solo al pianto sono nato! »), contiene il nome-destino della fanciulla : « A questa composizione fu apposta la musica del sig. Ascenzio Mauceri giovane notinese » ecc.
L'influenza (e fors'anche, qua e là, lo zampino) del precettore canonico è evidente anche nel secondo volume, i Nuovi canti del 1859, che la giovinetta vorrebbe indirizzare a Dio, alla patria, ai giusti. Per un centinaio di pagine, spesseggiano le rime improvvisate; ma la canzone Ai posteri siciliani, leopardianamente intonata, ha una nota decisa: «la gentile autrice... ha dimesso interamente il pensiero di dettare componimenti estemporanei ». E l'impegno per componimenti più seri giunge fino all'ambizione d'un poema in terzine, tre canti su Vittoria Colonna. Traluce, ogni tanto, qualche pennellata meno inesperta del solito (come La madonna della Scala, « solitaria in valle bruna Al riflesso della luna ») o qualche timido accenno lirico (come nell'ultima poesia A lontana amica : « Gemevan l'onde in suon d'amico pianto, Mandava il monte l'eco del dolor, E lungi, lungi, s'ascoltava il canto Che mormora dolente il pescator»).
Un'educazione letteraria del genere, radicata in un mite temperamento femminile, può raggiungere un dettato più decoroso o pensoso, ma non comporta sorprese: né le poesie pubblicate da qualche amico vivente l'autrice, né il volume antologico a cura del Municipio di Noto, apparso nel 1882 con un breve evasivo giudizio di Francesco De Sanctis, presentano novità sostanziali sugli schemi precedenti. Le mie ispirazioni vogliono essere, ancora, «l'amor, l'umanità, l'Italia, e Dio». Ed ecco le ottave A Maria Vergine Addolorata o S. Giovanni Battista alle sponde del Giordano. Gli sciolti de L'arpa la croce e la spada arieggiano i Sepolcri : Galileo intese « tremar la terra, e l'una e l'altro polo Rotar confusi, e l'astro animatore Dall'ampio circo irradiarli immoto ». E l'umanità, simboleggiata in Psiche, non sa cominciare senza un pomposo « Datemi l'arpa »...
L'amore, veramente, è la nota nuova della poesia della Coffa; ma così avviluppato dal pudore e dalle mezze frasi, così impacciato da immagini convenzionali, da servire appena all'indagine biografica. 
Il sonetto Ad un fanciullo ha versi che soltanto chi conosce le lettere può integrare :
« Sai tu perché sospiro, e quanto, e come 
E' triste il cor, che t'ama e ti desia ? »
La lirica Ad una amica si apre con un accenno alle ore notturne, predilette per scrivere ad Ascenso :
« E' notte... ed io nella diserta stanza . 
Chiudo ai profani l'agonia del core»...
E il Canto notturno gorgheggia sopra un contrasto, che soltanto nella verità delle lettere diventa straziante:
« Tu dormi ed ami - nel tuo pensiero 
Ferve la possa d'un mondo intiero; 
Sogni una cara - gioia romita, 
Cinta di luce - t'appar la vita.
..........
Solo il mio core - che al pianto è nato 
Solo il mio core - dovea languir ».
Qualche rara volta, il sentimento riscalda la parola paludata o circospetta, e nasce l'invocazione All'angelo mio
(« Angelo mio, che i sogni innamorati 
Soavemente riconforti e bei, 
Che sorridi pietoso a' lagni miei, 
E ridesti la mente ai dì beati »...),
il vagheggiamento-terrore di quei suoi « bruni occhi ispirati... Fissi, immoti, tremendi, addolorati» (Sara); l'incanto della fanciulla che « con pudico tremito Cinge di sposa il vel », ma solo in Un sogno che precipita in catastrofe; il pianto sul gelsomino appassito, di Ricordi fantastici:
« Or se ti veggio - pur da lontano, 
Mi trema il core - mi struggo invano;
Non so rivolgerti - amico un riso, 
L'occulto foco - m'arde nel viso: 
Vorrei fuggirti - ma piango e gemo; 
Se a me ti appressi - deliro e temo; 
Se mi favelli - del tuo dolor, 
Mi struggo invano - mi trema il cor ».
L'occulto foco è davvero il motivo dominante di Mariannina Coffa: un motivo ch'essa comprime nei versi, per non offuscare la propria reputazione di sposa e di madre, o al più accoglie nelle forme vaghe e cantabili consuete alla sua lira.

3. Le lettere
Ma la notte, quando la casa dorme e i doveri di famiglia sono stati assolti, quando Mariannina scrive per lui solo, Ascenso, l'Angelo dei suoi sogni, sicura' che occhio profondo non scruterà le sue lettere, libera da ogni modello letterario e schema metrico, quando la sua cultura e il suo brivido poetico formano tutta una cosa con il grido dell'anima, la notte quell'occulto fuoco divampa con tale pienezza di sentimento da raggiungere quella della forma, con tanta immediatezza fra parola ed affetto da commuoverci ancora, a distanza d'un secolo, mentre i versi ormai giacciono in legittimo oblio. Come Gaspara Stampa riversava la sua passione nelle rime, così la Coffa — con penna più pudica ma non meno efficace della padovana — fa nelle lettere : né le une né le altre, a rigore, sono opera di poesia, ma schiudono mirabilmente, e proprio con scintille poetiche, tutta una storia d'amore e di dolore, tutta una vita di donna.
L'importanza psicologica, letteraria, e anche per la storia del costume, dalle lettere di Mariannina Coffa risulterà piena quando (superata l'avversione o l'apatia nostrana per tutto ciò che non è già consacrato dalla fama o scandaloso o pornografico) sarà pubblicato quanto resta del carteggio tra la poetessa e Ascenso Mauceri, il canonico Sbano, Giambattista Lupis, Filippo Pennavaria, Carmelo Pardi, ecc. Ma anche le sole trentanove, integrali lettere ad Ascenso da noi pubblicate nel 1957, dovrebbero bastare per accrescere d'una voce il patrimonio del nostro Ottocento letterario.
Questa voce è, soprattutto, sincera. Basta appena ambientarsi nello stile corrente verso la metà del secolo (abbondante di lineette, puntini, punti esclamativi, oh, ah, obliare, celare, ecc.), basta appena familiarizzare con le peculiarità ortografiche e lessicali di Mariannina (che scrive Zabbro e dubbio anche con una sola b, e publicare, affligere, febre, alcerto, e qualche sicilianismo come ordinaria eloquenza per grossolana, ritirarsi per rincasare, travagli domestici per faccende, superbia per fierezza o dignità morale, alienare e alienazione per distrarre e distrazione, esser spiegato per esser deciso, lagnata per offesa, una mostra per un campione, per accidente invece di per caso), per avvertire un incanto che talvolta si cerca invano anche in sommi maestri della penna : la trasparenza, il respiro dell'anima.
Bruciante, in Mariannina, non il desiderio dell'amato, ma l'idea ch'egli la disprezzi, il bisogno di chiarirgli che i giuramenti rivoltigli da fidanzata non erano bugiardi, ch'ella non è stata dal vel del cor giammai disciolta, la suprema speranza di fargli leggere il memoriale delle sue sventure o addirittura di parlargli, « piangere un istante ai suoi piedi... piangere per una colpa non sua... e udirgli ripetere una parola di perdono ». Questa parola, dalle labbra e dal cuore di Ascenso se non dalla sua penna circospetta, Mariannina non l'impetrò mai; e ciò accrebbe il suo senso di colpa, che la farà sempre rivolgere al suo nume, anche per argomenti banali, con un tremito che ricorda i santi della Sistina.
Sarebbe ozioso e malsano l'ipotizzare quale corso avrebbe preso la passione e la condotta della donna, se Ascenso l'avesse secondata. Certo è che, così come si effonde nella realtà, questa passione rimane tanto profonda quanto estranea a qualsiasi velleità adulterina e carnale («ho io speranza, dubbio, desiderio di vedere la mia sorte unita alla vostra?... No, Ascenso : nulla di tutto ciò mi attraversa la mente anche per poco»). 11 suo regno si estende ben oltre le situazioni che, a lungo andare, rendono monotoni gli epistolari amorosi : si estende a ricordi freschissimi dell'adolescenza innamorata, ai primi e sempre risorgenti brividi di gelosia, alle amarezze e umiliazioni subite, a scene momenti ricordi tutti parlanti eppur modulati da un gemito sommesso, filtrati da un velo di lacrime che digrada da un'ombra di sorriso a disperati singhiozzi.
«E voi senza scrivermi? aspettavate forse la mia colle ottave? Or bene; non vi dirò mai più quando dovrò mandarvi qualche cosa : così almeno penserete a rispondermi ». Questo sorriso così dolente e innamorato diventa magari ironico sotto la sferza della gelosia; ma non regge né sotto una forma né l'altra : o esplode in tenerezza, o si spegne in un gemito : « Voi non farete mai dono di gelsomini ad alcuna donna ».
Tanta verità sprigiona poesia senza che la poesia sia cercata, per sintesi fra la cultura di chi scrive e l'impeto sorgivo della confessione. La scena, avanti ricordata, del bacio sulla mano concentra il chiaroscuro temporalesco proprio su quella mano che prima si vorrebbe stringere e poi si vede appoggiata sul foglio quasi a calamita delle labbra, e infine si bacia con un ritmo ch'è sigillo per sempre : « appoggiai le labbra ardenti ». La rievocazione del matrimonio (nella stessa lettera del 9 marzo 1870) assorbe senza residui, cosa mai avvenuta nelle liriche della Coffa, movenze dantesche («Io non potei piangere»...), manzoniane («Guardai... guardai...»), leopardiane (« Ove eravate voi, o mio diletto? »); spoglia il dolore della malmaritata d'ogni posa lacrimogena, tuffandolo nei particolari più ovvi con una tecnica che diremmo pre-ver-ghiana; costruisce, d'istinto, periodi brevissimi e rotti come la sua esistenza; trova un ritmo trasognato in chiave di cronaca.
Il paesaggio di Mariannina, che nella lirica sbiancava fra il Berchet e il Prati, assume ora due poli tanto ben definiti geograficamente, quanto impregnati di due stati d'animo: Noto, con la nostalgia del giardinetto del nonno, del « verone ove solevo spesso sedermi le belle sere di maggio e di ottobre», dalla «finestra che dà sul giardino», dalla quale si poteva scorgere l'abitazione del Mauceri, e perciò la giovinetta vi passava «tante ore» nei «dolci giorni d'està»; Ragusa, col suo cielo « che opprime l'anima », la sua neve da Siberia, i suoi « alberi ritti come spettri », le « alte montagne biancheggianti». Il raccordo fra i due paesaggi passa, leopardianamente, dal gusto del rimembrare alla contemplazione degli astri : « quando le lunghe sere guardo estatica il cielo »...
Altre sfumature meno appariscenti si sveleranno a chi avrà notato il pudore e la misura delle espansioni della Coffa. Allora si capirà il biglietto del 31 gennaio 1863, dove le lacrime si vedono ancora e non soltanto nelle macchie del foglio; l'erompere della parola « amore », o dell'aggettivo mio accanto al nome di Ascenso, in pochissime fra le lettere post-matrimoniali; l'assurda e commovente implorazione perché Ascenso non faccia un viaggio in continente (« Partire! andare così lontano, lasciare tanti amici, Ascenso!... quasi che non fosse bastante il terreno che ci divide. Ma perché dirmelo, Ascenso mio...? »); il « muoio di gelosia » del 29 gennaio 1870; la domanda verso la fine della lettera del 9 marzo 1870, lasciata cadere come per caso, ma di sconvolgente rivelazione sui pensieri dell'innamorata (« la sera andate a conversazione? — uso una parola antica »); l'eroismo del consiglio perché Ascenso prenda moglie; il gemito delle due ultime lettere sul voi di Ascenso che si è mutato in lei...
E frasi, scritte magari di sfuggita, magari per inciso, ci fermeranno e forse offuscheranno lo sguardo, per la loro carica di dolore e di concisione, di verità e di bellezza : « Non ho veduto il sole, ma ne ho inteso il calore »; « io sono sposa e madre: ho perduto il dritto di lamentarmi»; «l'anima mia era destinata a vivere del proprio alito, e incenerirsi nel proprio fuoco»; «piangere io posso, ma non mai accusarvi»; « come il cieco che ama i caldi raggi del sole senza poterne ammirare le splendide bellezze »...; « se è solo la pietà che vi muove a scrivermi, fate che io non lo sappia mai, non umiliate me e il mio amore, non mi costringete a disperare della Provvidenza ».
Oltre che un dramma vissuto fino alla morte, e in gran parte rivissuto  letterariamente,  il carteggio  di Mariannina Coffa ci dà testimonianze di costume che — almeno in Sicilia — non sembrano ancora fuori stagione. Questa creatura che pur sembrerebbe suscettibile (e lo è realmente per qualche aspetto secondario) d'una certa liberazione dalla soggezione connessa al fatto di nascer donna, è realmente convinta, l'abbiamo visto, di aver «perduto il dritto» di lamentarsi perché ormai « sposa e madre ».
Già a diciannove anni si accorge che i genitori la feriscono senza pietà, ma non osa cessar di adorarli (testo d'una sua lettera ad Ascenzio, del 24 novembre 1859 : « ho amato, ho adorato sempre coloro che senza pietà mi ferivano, perché i doveri di figlia li ho scolpiti nell'anima, né può cancellarli l'amor tuo ») : solo all'orlo della tomba sarà capace di scrollarsi dalle spalle un'adorazione così mal riposta.
Benché sposata da nove anni, il padre non esita a scriverle che Ascenso sta per venire da Noto a Ragusa, che dunque ella lasci subito la città e rimanga a Modica fin quanto l'antico fidanzato non sia partito da Ragusa (« Mio Padre mi pregava, anche a nome dello Zio Melodia, di partire al più presto»...). La poveretta scrive ancora con lettera maiuscola Padre e Zio, li rasserena senz'ombra di indignazione; e anche noi comprendiamo che la loro lettera non ha altro movente che il presunto bene di Mariannina : ma non è meno villana e coercitiva per questo.
Qual campione di civiltà, però, diventa l'avvocato Coffa in confronto del suocero di Mariannina? Don Gaetano Morana ha « diritto di vita e di morte » su tutta la casa, apre la corrispondenza della nuora, vi cancella qualche frase che non gli garba prima d'impostare, e si vanta di non aver fatto studiare le sue figlie « perché lo scrivere rende le donne disoneste»; «è causa di danni». In Chatterton di Vigny, John Bell dice qualcosa di simile alla moglie : « Depuis quelque temps vous lisez trop; je n'aime pas cette manie dans une femme »... Mariannina rivendica la libertà della sua corrispondenza, ma non potrà mai viver tranquilla neanche su quel tema. In casa, all'ufficio postale, presso i familiari di Ascenso, ovunque c'è pericolo di perfidie, indiscrezioni, maldicenze.  E allora non si fida d'altro che della balia, scrive ad Ascenso per tramite del canonico Sbano, dall'uno e dall'altro si fa indirizzare presso il « Sig. Giambattista Lupis, con doppia soprascritta », e finalmente, il 3 aprile 1871, ossessionata dal timore che il suocero, anzi « il demonio... apra con una chiave falsa » la cassettina delle lettere, rimanda queste ultime ad Ascenso.
Gelosa della sua corrispondenza, Mariannina non soffre tuttavia del divieto perché una signora non vada sola a far visite o gite di sorta. Il marito d'una sua amica è mortalmente ammalato, ma lei non può che mandare a chieder notizie : « non vidi più la Lucia, né potei visitarla perché mio marito era a Siracusa ». Ascenso si costruisce una villetta alla Scala : « ma credete ch'io possa vedere il vostro asilo campestre? E chi mi condurrebbe in quei luoghi? Non ne sarei piuttosto allontanata, sapendo che ci siete voi? ». Né solo la persona, ma neanche la fotografia dovrebbe circolare! Una notizia del genere sconvolge la signora, le dà tema di venir « compromessa ».
Mite anche innanzi ai pregiudizi del suo tempo, Mariannina si stacca e solleva per il dolore di non aver potuto vivere la vita che quelli le consentivano, anzi le promettevano. Questo dolore logorò e accorciò un'esistenza, ma le dettò, insieme, le lettere ad Ascenso. Le quali non bestemmiano né imprecano né maledicono, eppure toccano il cuore con l'evidenza delle cose. Non indulgono a frasi e situazioni tese o risonanti, anzi seguono movenze dimesse, eppure rivelano una mente classicamente educata, un'indole ardente e pudica oltre ogni dire. Di contro a tanta letteratura moderna, che parte proprio dall'impudicizia col pretesto di realizzare maggiore sincerità e passionalità, Mariannina Coffa effonde la sua passione senza alcun velo ipocrita, ma con tale ripugnanza di ogni stimolante afrodisiaco, con tale compenetrazione spirituale ad ogni sua frase, che il pudore diventa lo stesso respiro delle sue pagine, la poesia della sua passione anche quando non è la poesia della sua parola.

4. Le due capinere
A definire Mariannina Coffa « capinera ferita », con evidente rapporto alla Storia di una capinera di Giovanni Verga, fu primo lo Sgroi, in un saggio del 1931. L'ambiente siciliano, l'epoca, l'analogia degli avvenimenti e dei sentimenti, legano in verità le due creature più che due sorelle, al punto che qualcuno ha creduto di ravvisare nel romanziere la conoscenza della poetessa. Il romanzo usciva nel 1871, mentre Mariannina, sposa infelice, languiva a Ragusa da un decennio: ma nessun legame consapevole, neanche genericamente culturale, esisteva fra lo scrittore catanese e la poetessa netina. Il legame era soltanto nel sangue siciliano. Verga non faceva che battezzare un complesso psicologico : ma a nessuna creatura, meglio che a Mariannina Coffa, si potrà ormai attribuire il nome di capinera.
Il confronto tra le due capinere ha questo punto di partenza: quella reale, Mariannina Coffa, è separata dal fidanzato da un matrimonio impostole dai genitori; quella immaginaria, la Maria verghiana, è separata da Nino dalla monacazione, impostale dalla matrigna. Le lettere dell'una sono indirizzate ad Ascenso, le lettere dell'altra s'immaginano rivolte ad un'amica.
Cos'è, anzitutto, l'uomo amato per una «capinera»? E' un angelo; non simile a un angelo, ma un angelo in piena regola. Della Coffa conosciamo la lirica All'angelo mio e le crisi isteriche durante le quali vede « Uno grande, con le ali bianche». La Maria verghiana pensa al suo Nino «con tale tranquilla dolcezza che le pareva essere fra gli angeli, ed uno di questi che si chiamava Nino la avesse preso per mano, la chiamasse per nome, e guardassero entrambi le stelle ».
E la casa dell'angelo? La poetessa non fa che ricordare la propria casa natale «e il verone ove soleva spesso sedersi le belle sere di maggio e di ottobre », contemplando la vicina dimora di Ascenso. La capinera verghiana, «qualche volta, all'alba, quando è ben sicura che nessuno potrebbe sorprenderlo, apre pian piano la finestra per vedere laggiù, in fondo alla valle, la casa dove egli [Nino] abita, dove egli dorme forse a quell'ora, per vedere il suo tetto, la sua finestra, quel vaso di gelsomini, quella vite che ombreggia la sua porta».... Un ballo, che per tante ragazze moderne è cosa di ordinaria amministrazione, sconvolge la poetessa già sposa : « Una sera... mi si costrinse a ballare... Oh me infelice! e fra tante mani, di gente che appena conoscevo, io dovetti stringere la vostra mano, tremando per tutto il corpo»... A maggior ragione Maria avanti la monacazione: «Ho ballato!... intendi? ho ballato!... con lui».
Tanto al matrimonio dell'una, quanto alla monacazione dell'altra, non la madre o la matrigna, ma il padre piange. L'avvocato Salvatore Coffa « pareva invecchiato di venti anni», piangeva «come un fanciullo»; il padre di Maria « piangeva. Perché piangeva? ». I due momenti culminanti del sacrificio sono accumunati da questo sentimento di dolore e di rimorso da parte del genitore.
Dopo, Ascenso avrà altre donne, Nino sposerà Giuditta, sorella della povera monaca. « Muoio di gelosia », geme la poetessa. E l'altra si contorce all'atroce spettacolo degli abbracci fra Nino e Giuditta.
« Come vivo io, Ascenso (chiede la Coffa il 3 aprile 1871), come sono vissuta undici anni fra il sospetto, la malignità, il disprezzo, la cupidigia e l'interesse? » E come in un canto amebeo risponde Maria : « Quei due cuori felici avranno pensato qualche momento... a questa povera donna che si muore qui, sola, derelitta? ».
Una volta Ascenso viene a Ragusa per una ispezione scolastica : la donna segue i suoi movimenti « nascosta dietro le persiane», finché si accorge che quello è partito, «partito senza vederlo... senza poterlo rivedere mai più! ». La creatura verghiana ha un grido analogo: «E' partito!... è partito!»; e più avanti, quando sarà rinchiusa in convento, anche lei vedrà-non vista il suo uomo, in tutto simile ad Ascenso : « Egli passava insieme ad altri amici suoi... Non ha levato nemmeno gli occhi... Non si è forse rammentato che in questo convento ci doveva essere la sua Maria»...
Le due capinere non si pongono neanche il problema dell'amore sensuale, tanto è il pudore connaturato alle loro indoli verginali; ma amano con una intensità che spaventa, fino a temere la pazzia. La Coffa avverte il « fuoco nell'anima e il ghiaccio sulla fronte » (9 febbraio 1870), la monaca sente un serpe « fitto nel cuore », l'una intuisce di non poter « durare a lungo in simile stato », l'altra « ha paura » d'impazzire.
La crisi finale e mortale strappa alle due sventurate un grido di maledizione, tanto più toccante in quanto contrapposto (e legato insieme) a tutta una vita di rassegnazione esteriore ai voleri o pregiudizi altrui. Scrive la Coffa al suo medico: «Maledetto il giorno in sui nacqui» ecc. Grida la monaca : « Maledizione! maledizione su me, su lui, su tutti!».
Crisi tanto violenta quanto episodica : le due creature rimangono, nel nostro ricordo, vittime della loro stessa mitezza. E l'analogia del loro destino può sorprendere solo chi non conosca quel volto della donna siciliana, che resterà ormai sotto l'insegna della capinera. Capinera è la giovinetta per la quale il primo amore, quali che siano i contrasti della famiglia o della società, quali che siano gli atteggiamenti dell'uomo amato, si svolge e sublima nel chiuso della propria anima, sino a morire con lei.
Non diciamo che tutte le donne di Sicilia amino alla capinera, né che donne non siciliane non possano amare allo stesso modo; diciamo che il Verga — sia pure sotto forma letterariamente immatura e convenzionale — ha indovinato un segreto di molte donne della sua terra. Il confronto fra le lettere di Mariannina Coffa e il romanzo giovanile del Verga fa meglio apprezzare la bellezza delle prime e la verità del secondo.
Gino Raya

BIBLIOGRAFIA
1. Scritti di Mariannina Coffa

1)  Poesie in differenti metri di M. C. C. da Noto, Siracusa, Stamperia Pulejo, 1855, pagg. 80.

Dedica : « A voi miei amati genitori » ecc. Prefazione di Giuseppe Miceli Di Blasi, datata 30 dicembre 1854. I primi tre componimenti (Il Calvario, S. Luigi, Il Natale) appartengono al 1852. Rec. di Carmelo Pardi, «La Favilla», Palermo, 16 ottobre 1856.

2)  Nuovi canti di M. C. C, da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli, 1859, pagg. 192.

Precedono due pagine dell'« Editore incaricato » (certamente Corrado Sbano) sull'« arcana potenza di un fenomeno ideologico psicologico », sulla « non lieve soma » che « grava su coloro che attorniano questa peregrina giovanetta », e sui futuri meriti di lei « appo la patria, appo gli uomini, appo l'Eterno ». Segue un corsivo dell'autrice Alla patria : « A te dunque, Italia mia,... non sarà discaro » ecc. 1 componimenti appartengono al biennio 1855-56: molti sono improvvisati, ma all'inizio delle Canzoni, dedicate allo Sbano, si legge che « la gentile Autrice, dopo i vari consigli di persone culte e sue amiche, ha dimesso interamente il pensiero di dettare componimenti estemporanei ». Con ciò, purtroppo, non si cancellò mai nella C. l'abito della improvvisazione alla Giannina Milli.

3)  Nuovi canti di M. C. in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell'Unione Tip. Editrice, 1863.

Edizione curata (oltre che da G. B. Lupis e C. Sbano) da Michele Bertolami (avvocato, letterato, deputato al Parlamento), il quale « tro-vossi venuto in Ragusa e... conobbe e ammirò [M. C] da stupore rapito » (Sbano, Memorie cit. al n. 26, pag. 42). Dedica allo stesso Bertolami. Componimenti distinti in Affanni e voti patriottici (Le mie ispirazioni, 1858; Un volo sulle Alpi; a Garibaldi; A Vittorio Emanuele; In morte di Cavour; ecc.) e Memorie ed affetti {Ad un fanciullo; A mio padre; Sara, ecc.). Parecchi son riprodotti nell'edizione del 1882 (n. 12). Rec. di Carmelo Pardi, « La Favilla », Palermo, 1863, pagg. 560; dove viene trascritto un biglietto del Tommaseo (« Ricevo il libro della M. C. Caruso, dal quale a me pare che venga all'illustre Isola onore grande. E non dubito che del libro con le debite lodi parlerà la Favilla »).

4)  M. C., San Giovanni Battista alle sponde del Giordano,  La donna e la famiglia », Genova, 1866, vol. V, pag. 262.

Riprodotto nell'ediz. del 1882  (n. 12).

5)  M. C, Versi sciolti all'Accademia universale di Scienze ed Arti di Parigi, «La donna e la famiglia», Genova, 1868, pag. 647.

D 10 aprile 1867 la C. era stata nominata socia di quel sodalizio: gli sciolti che ne scaturirono commossero « sino all'entusiasmo delle lacrime » gli accademici « del Progresso », di Palazzolo-Acreide, i quali acclamarono la C. loro socia corrispondente il 7 aprile 1868.

6)  M. C, A Maria Vergine Addolorata, «La donna e la famiglia», Genova, 1868, vol. VII, pag. 275.

Datato 23 novembre 1867. Riprodotto nell'ed. del 1882 (n. 12). Il Pennavaria (n. 21) riporta, in proposito, una lusinghiera lettera del Tommaseo alla poetessa, del 15 aprile 1869.

7)  M. C, Ode in morte di Adelaide Cairoli-Bono, in Raccolta di versi e prose d'illustri signore italiane, 1871.

Rec. entusiastica nel «Motto d'ordine», Napoli,  1871, n.  127.

8)  M. C, Ode a Giuseppe Migneco, « La donna e la famiglia», Genova, ottobre 1875.

Inizia l'ultimo nucleo della poesia della C, denso d'uno sconforto che sfiora la disperazione :

« Ben io talor vorrei 
Tentar la mesta voluttà del canto; 
Ma confuso è lo sdegno ai versi miei 
E l'arpa offesa non può dar che pianto! »;

oppure :

« Dolor sì fero, inaspettato, immenso 
Ha distrutto il mio core a parte a parte; 
Quando in me stessa mi racchiudo e penso, 
Io non credo all'amor, non credo all'arte.
Ogni legge sprezzando ed ogni affetto 
Io vorrei dentro al nulla inabissarmi, 
E gridare al Signor dall'imo petto: 
Perché, perché crearmi? »

9)   Versi inediti di M. C. C. in Morana da Noto, pubblicati per cura dell'affezionato ammiratore F. Santocanale, Palermo, Stab. tip. Lao, 1876, pagg. 14.

Dedica : « Al D.r Giuseppe Migneco - Al D.r Lucio Bonf anti -i soli che con amore paterno - vegliano pietosamente sulla mia vita -affranta da lunga e crudele malattia - offro questi versi - troppo tenue attestato - della mia eterna riconoscenza - Noto, 15 ottobre 1876 ». Segue l'unica lirica Luce e tenebre, datata 5 maggio 1873, e riprodotta nell'ediz. del 1882 (n. 12).

10)  Ultimi versi di M. C. C. in Morana, Palermo, Tip. Virzì, 1878, pagg. 20.

24 quartine A Filippo Santocanale, datati 24 novembre 1877, e dunque a una quarantina di giorni dalla morte. Canto del cigno di chi si « appresta all'ultimo viaggio », non vede più alcun « compenso all'anima ferita » che possa ancora legarla alla terra, ricorda come ha dovuto « a giorno, ad ora ad ora. Fra morta gente mendicar la vita », senza « patria, amici, congiunti », senza un'« alma pietosa » che versasse una lacrima sul suo « diserto capezzal », presaga che non rivedrà più il suo maggio prediletto, ma. « stanca d'una inutil guerra », poserà « nella natia vallata », trovando quella pace che consiste nel sottrarsi alla « volubil torma » dei malvagi;

« e un dì. povero amico, a te fian vanto, 
più che le glorie mie, le mie sventure; 
farà pianger di me le età venture, 
questo ch'io ti rivolgo ultimo canto ».

L'accorata lirica (che si trova riprodotta nelle Poesie scelte : n. 12) fu pubblicata a cura dello stesso avvocato Santocanale, il quale « da immenso, quasi paterno affetto era stato invaso per Lei [M. C], e, vecchio venerando, era da Palermo venuto in Noto per vederla, confortarla, ed indurla a trasferirsi in Palermo; ma tal pio desiderio non venne adempito; e forse le sarebbe giovato il consiglio e la preghiera » (Sbano. Memorie cit. al n. 26, pag. 60). L'opuscolo contiene altresì la canzone dello Sbano, descritta al n. 23.

11)  Un sogno, versi inediti di M. C. C. per cura di Giuseppe Conforti, Noto, Zammit, 1878.

Riprodotto nell'ediz. del 1882. « Un sogno è l'espressione di un ideale non materializzato» (G. Conforti). Sulla stessa lirica, un art. del D.r Filippo Pennavaria, « La veglia », Noto, 6 ottobre 1878.
11 bis) Lettera della poetessa M. C. al Sig. Miceli Di Blasi, Noto. Zammit, 1879.
La lettera è del 1863.

12)  M. C, Poesie scelte a cura del Municipio di Noto (edizione postuma), Noto, Off. tip. di Fr. Zammit, 1882, pagg. 294.

Il volume si apre con un giudizio di F. De Sanctis (« L'autrice di questi versi non osò esser donna, e cullò tutta la vita ne' sogni e ne' desìi vaghi indefiniti della prima età. Ti giungono susurri, mormorii, melodie, e non sai onde vengono e dove vanno. Martire della sua anima rimasta vergine e quasi infantile, passò sulla terra, guardando al cielo, dove cercava la patria sua, e dove sperava quiete. Questi versi raccolse la sua città natale con pietosa cura, e onorando lei onorò se stessa. Napoli 1883 ») e rapide Notizie biografiche. I 52 componimenti raccolti non portano alcuna data. Fra i membri della commissione incaricata della pubblicazione era Ascenso Mauceri.

13)  Lettera inedita dell'illustre poetessa netina M. C. C, diretta ai Deputati del Parlamento italiano,  «Aurora», fa scicolo ricordo in occasione della riapertura del R. Liceo di Noto, Noto, Tip. Cavarra, 1898.

Il governo italiano, nel 1862, trasferì il capoluogo di provincia da Noto a Siracusa. M. C. interpretò la reazione dei suoi concittadini, e tentò di scongiurare il provvedimento, in un indirizzo « A ciascuno dei Deputati » italiani, datato 6 giugno 1862, e rimasto inedito presso il fratello di lei, Vincenzo Coffa. Il ms. fu poi regalato da Vincenzo alla Bibl. Comunale di Noto; e, infine, pubblicato da Francesco Genovesi-Caruso nel numero unico in parola.

14)  Lettere inedite di illustri scrittori a Concettina Ramondetta Fileti, Palermo, 1911.
Contiene due lettere di M. C.

15)   M. C, Lettere ad Ascenso, a cura di Gino Raya, Roma, Ciranna, 1957, Collana di «Narrativa», pagg. 184.

Scriveva il Cassone nel 1896 (n. 28) : « Dove le intime carte, dalle quali, senza ombra di dubbio, uscirebbe illesa la memoria della sua vita pura e incontaminata? » (pag. 18). E il Genovesi-Caruso, nel 1900 (n. 33), non era meno rammaricato d'ignorare il contenuto della « famosa cassettina in cui la Coffa teneva i suoi scritti più intimi ». Qualche lettera inedita, pubblicata posteriormente, riguarda la corrispondenza con lo Sbano o con altri; ma le intime carte (conosciute, ma non adeguatamente apprezzate dallo Sgroi: v. nn. 37 e 38) vedono solo ora la luce. L'edizione comprende, integralmente, 39 lettere di Mariannina ad Ascenso, fra le più significative delle 86 che rimangono, e corredate di note che riportano, principalmente, frasi correlative delle lettere di Ascenso a Mariannina, le quali ammontano anch'esse ad una ottantina. L'introduzione è uno svolgimento degli scritti ricordati ai nn. 40 e 41.

mercoledì 20 giugno 2018

MARIO RAPISARDI - 24 lettere ad Enrico Onufrio


L'epistolario di Mario Rapisardi, pubblicato a Catania da Alfio Tomaselli nel 1922, presenta (com'è naturale) molte lacune. Non fa cenno, per esempio, d'una corrispondenza con Alessio Di Giovanni, di cui ci occuperemo avanti. Quanto ad Enrico Onufrio, riporta una sola lettera: la quinta (ma con data sbagliata e varie omissioni) delle 24 che noi qui pubblichiamo.
L'Onufrio, spirito libero ed anticlericale, non poteva non simpatizzare col maggior poeta dell'isola, e auspicare il trasferimento di lui dall'Università di Catania a quella di Palermo. La storia di questo fallito trasferimento risulta abbastanza chiara dalle lettere n. 1, 6.
Il secondo gruppo più cospicuo di questa corrispondenza riguarda la pratica per la libera docenza, che coronò la breve vita dell'Onufrio (n. 9, 10, 12, 14, 15, 20-24).
Non mancano interessanti confessioni del Rapisardi : sul Giobbe e il suo culto della poesia in genere (n. 3, 5, 17); sulla polemica col Carducci e i carducciani (n. 7, 8, 18), contro i quali il catanese vorrebbe addirittura passare all'attacco mediante un nuovo giornale letterario (n. 13); e infine sulla infedeltà della moglie, Giselda Foianesi. Doveva amarla: al punto da ammirare « un lungo racconto » di lei e annunziarne all'amico la prossima pubblicazione nel Fanfulla quotidiano (n. 3). Quando seppe della tresca fra Giselda e Giovanni Verga, fu la « terribile sventura » (n. 16), che fin tre mesi più tardi gli bruciava l'anima (n. 19).



Trascriviamo integralmente le 24 lettere, conservando le particolarità ortografiche come publica, sodisfare,  obligatissimo, e aggiungendo qualche indicazione particolare subito dopo ciascuna lettera.

1
Firenze, 17 agosto '79
Egregio Signore,
Non credo che il Ministro della publ. istruz. sia disposto a soddisfare il desiderio della gioventù atea palermitana; ma io ricorderò sempre con piacere l'articolo ch'Ella ebbe la bontà di scrivere sul conto mio, non solo per le lusinghiere parole che mi riguardano, ma perché mi consola il pensiero che le mie buone intenzioni di artista abbiano trovato un'eco negli animi generosi dei giovani siciliani.
Per mostrarLe, come posso, la mia gratitudine, mi prendo la libertà di mandarle una primizia della mia versione del De Rerum Natura, pregandola di aggradirla e di credermi
A Lei obligat.mo M. Rapisardi.
Sulla busta: All'Egregio Signor Enrico Onufrio, Palermo.

2
All'Egregio Sig. E. Onufrio
Mario Rapisardi
in segno di riconoscenza e d'affetto.
Biglietto da visita senza data.

3
Catania 14 di giugno 80 
Carissimo Onufrio
Voi mi volete molto bene, ed io ve ne voglio altrettanto.
Vi dico, a onor del vero, che son professore ordinario da due anni per opera del De Sanctis, che, appena salito al potere, si ricordò con affetto di me.
Giselda, ch'è contentissima delle vostre cortesi parole, ha terminato un lungo racconto, che a me par fatto benino e che vedrà forse la luce nel Fanfulla quotidiano.
Io  lavoro da più mesi in un nuovo poema, nel Giobbe. Dopo l'epopea del diavolo, l'epopea dell'uomo. Amo l'arte più della celebrità (e forse anche più della gloria), e per questo non mi preoccupo, se in capo alla via che percorro ci sia il Campidoglio o il Calvario : mi bastano le selvatiche ebbrezze, che mi concede quella Divina, e il saluto di qualche anima baldanzosa come la vostra.
Addio.
M. Rapisardi.
Busta : « Al Chmo Sig. Enrico Onufrio, Palermo. « L'epopea del diavolo » adombra il poema Lucifero (1877).

4
Di villa, 14 ottobre 80
Mio carissimo Onufrio,
Il  vostro articolo mi è giunto proprio gradito, tanto più che voi, indovinando un mio desiderio, avete corretto lo strano apprezzamento di Uriel sulla natura della mia poesia.
Mi rincresce di non potervi mandare, come vorrei, il mio discorso inaugurale, perché non ne ho neppure un esemplare per me. La Rivista Repubblicana lo riprodusse nel fascicolo secondo; e il Pensiero ed Arte lo dà a centellini a' lettori come cosa prelibata; ma io vi assicuro che, tranne il coraggio ch'ebbi di leggerlo dinanzi a tutte le autorità e in questo paese e in quell'occasione solenne, non ha altro merito.
Vi manderò invece, appena vedrà la luce, che sarà, spero in novembre, un esemplare della 3* ediz. delle « Ricordanze accresciuta di alcuni versi inediti, che voi terrete in 
memoria mia, e mi ricambierete con qualcuna delle cose vostre di cui, a dir vero, non mi siete stato molto largo finora.
Prendetevi, intanto, insieme ai saluti della mia Signora un abbraccio                                                                                  '
Dal vostro Rapisardi.
Busta:  «All'Egregio Sig. Enrico Onufrio, Palermo»

5
Catania, 28 di Nov. 80 
Mio carissimo Onufrio,
Io non so nulla di nulla riguardo alla mia promozione, né credo ci sia altro di positivo tranne il desiderio di una parte della studentesca palermitana, del quale vado orgoglioso, e l'affettuosa premura vostra, di cui vi son grato paternamente. Diedi principio ier l'altro alle mie lezioni con un discorso sul Naturalismo nella poesia italiana; e lavoro, quanto posso, nel Giobbe a cui do il succo migliore del mio cervello. Spero con esso finalmente avvicinarmi a quell'ideale, da cui mi par d'essere ancora cosi lontano, e poi mi vivo solitario come in una perpetua nostalgia.
Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem!
Addio, carissimo Onufrio, se io dovessi mai venire a Palermo la mia prima stretta di mano sarebbe per voi. Salutatemi gli egregi Paresce e Ragusa Moleti e ringraziatemi il primo della legnata che diede nell'ultimo Pensiero ed Arte sul groppone di quel cotale Bragaglia e dite all'altro che gli scrissi ier l'altro per ringraziarlo del Baudelaire. Abbiatemi intanto per vostro
M. Rapisardi
e gradite i saluti della Giselda.
Busta:   «All'Egregio Sig. Enrico Onufrio, Palermo».

6
Catania, 22 Dic. 80 
Carissimo Onufrio,
Fui invitato dal Ministero ad insegnare lett. ital. in codesta Università per quest'anno, in qualità di comandato.
Essendo già aperto il concorso a codesta cattedra, e non parendomi conveniente di tornarmene qui dopo d'essere stato un anno ad insegnare alla studentesca palermitana, che mi ha dato publiche prove di simpatia, né avendo ragioni di espormi ad un concorso ho creduto bene di rifiutare l'offerta. Spero che gli amici miei di costi, fra' quali voi siete primo, non abbiano a disapprovare questo mio rifiuto.
Vi stringe la mano
Il vostro Rapisardi.
Busta: «All'Egregio Sig. Enrico Onufrio, Palermo». La risposta dell'Onufrio, che qui segue, conferma l'accortezza del Rapisardi nel sottrarsi al « comando » palermitano : a Bernardino Zendrini, infatti, titolare di lettere italiane all'università di Palermo dal 1876 al 2 agosto 1879 (giorno della sua morte), succederà, nel 1881, Giovanni Mestica.

Carissime Signor Professore,
La Sua risposta fu quale conveniva alla Sua dignità che non deve ammettere, come non ha ammesso giammai   tra sazioni di sorta,
Lei non aveva bisogno di domandare il mio parere su tal riguardo.
Il Ministero le offerse l'incarico per un anno in questo Ateneo non per proprio impulso, bensì spinto da la stampa periodica e da le manifestazioni della scolaresca universitaria di qui, E Lei ha fatto bene a dire di no : o tutto, o nulla
S'immagini con quando dolore io Le dica codesto; in mancanza di meglio, io mi sarei contentato di averLa qui un anno. Ma la dignità anzi tutto.
E, sa nulla? Come del probabile successore di Zendrini ho già inteso profferire un nome: quello di un certo Mestica. Dico un certo, perchè non bastano le sue noiosissime prose a renderlo meno ignoto.
Mi dicono che cotesto Mestica sia un... ranalliano.
Insomma, di bene in meglio!
E ora non mi rimane che ringraziarLa dell'affetto e della stima che Lei nutre per me. Grazie, grazie infinite.
I miei ossequi a la Signora Giselda. Un abbraccio affettuosissimo dal suo
Enr. Onufrio

7
Carissimo Onufrio,
Catania, 21 aprile 81
Mi credo in dovere d'informare i miei amici di quanto è accaduto in questi ultimi giorni fra me e il sigr Carducci.
Nel N. 6 del Fanfulla domenicale costui ha parlato di un arcade cattivo soggetto etc. che stima lavori d'arte le proprie ribalderie etc. etc. Queste parole son sembrate a taluni allusive alla mia persona; ma finché il sigr Carducci non osava pronunziare il mio nome io non dovevo, per rispetto a me stesso, risentirmi dell'allusione. Ciò che non osò lui, l'osò un certo Luigi Lodi in uno scritto su Lorenzo Stecchetti stampato dallo Zanichelli. Egli parlando ingiuriosamente di me dice fra l'altro un arcade cattivo soggetto etc.
Mi son creduto in dovere di rivolgermi al sigr Carducci dicendogli : O dichiarate che non alludevate a me; o pubblicate i documenti che possano giustificare le vostre parole; o voi siete il più vigliacco e miserabile calunniatore. Risponde che alludeva a me; minaccia di tornare sull'argomento come e quando gli piacerà; dichiara ch'è una questione di morale letteraria e di buon gusto; e che non attende alle mie ingiurie. Tirandosi così in disparte, mi sguinzaglia contro un suo cagnotto, il sigr Luigi Lodi; il quale non contento d'avermi insultato in pubblico, mi scrive una lettera piena di sgrammaticature e d'ingiurie così plateali da fare arrossire un facchino di porto, e mi chiede una riparazione!!! non senza minaccia di venire fino a Catania a bastonarmi!!!
Come potete immaginare, io non posso, né devo raccogliere il fango che mi schizzano contro le zampe di cotesto mulo. Né mi meraviglia che ci siano uomini tali nel mondo; ma mi amareggia e mi sbigottisce il pensiero che le nostre lettere siano cadute in mano di questi masnadieri; e coloro che si strombazzano apostoli della morale letteraria, si valgano di cotal canaglia per sostenere il decoro dell'arte ed il proprio onore.
Mi vendicherò del Carducci fra poco, pubblicando un sonetto che lo schiaccerà, e di cui vi mando una copia; ma vorrei che la stampa onesta ed indipendente levasse la voce contro questi scandali e contro la condotta scellerata di un uomo stimato ed idolatrato da tutti coloro che non lo conoscono, stimabile per l'ingegno e per la dottrina, ma vituperevole pe'l carattere dell'animo.
Eccovi intanto il sonetto insieme ai più cordiali saluti
del vostro
Rapisardi.

Giosuè Carducci.
Testa irsuta, ampie spalle, ibrida e tozza 
Persona, in canin ceffo occhio porcino, 
Bocca che sente a un miglio il fiele e il vino, 
Se biasma, onora, quando loda, insozza.

Mevio da un soldo, Orazio da un quattrino, 
Che ad arte di mosaico i versi accozza; 
Or Cerbero, che i re squarta ed ingozza, 
Or di gonne regali umil lecchino.

Tal è costui, che la musa baldracca 
Sbuffando inchioda ed inquinando ammazza 
Sopra a latina prosodia bislacca.

La Fama, che con lui fornica in piazza, 
Posto il trombon fra l'una e l'altra lacca, 
Ai quattro venti il nome suo strombazza.
Mario Rapisardi.

8
Catania, 25 aprile 1881 
Carissimo Onufrio,
Avete ragione: non stamperò il sonetto, salvo che il sig. Carducci non mi voglia mettere proprio con le spalle al muro.
Nel Giobbe, ch'è lavoro d'arte sereno, non ci sarà posto per cotesti masnadieri.
Ricordatemi al Ragusa Moleti e prendetevi una paterna stretta di mano dal vostro
Mario Rapisardi
Biglietto da visita. Busta c. s.

9
Catania, 18 Febbr. [1883] 
Egregio Sig. Onufrio,
Bisogna ch'Ella chieda al Ministero di poter fare gli esami in questa Università. Se il Ministero non troverà difficoltà, questo Rettore sarà officialmente incaricato di proporre la commissione esaminatrice. Accettata la proposta, Ella manderà i suoi titoli al Rettore; e noi commissari faremo il resto.
Ringraziandola d'essersi ricordato di me e di porgermi l'occasione di provarle quanto la stimi, con tanti saluti le confermo
. aff.mo Rapisardi.

10
Di Catania, il 6 di Marzo [1883] 
Caro Sig. Onufrio,
Mi voglia anzi tutto scusare se non Le ho risposto subito, come avrei voluto e dovuto; ma creda, tanti impicci e fastìdi mi son capitati di questi giorni, che m'è stato impossibile.
Ho parlato di nuovo al Rettore il quale mi ha ripetuto ciò che mi aveva detto l'altra volta e che io Le scrissi: cioè, esser necessario ch'Ella mandi al Ministero i suoi titoli, dichiarando in quale università vorrebbe ella esporsi agli esami per la libera docenza. Il ministro potrà allora o convocare la facoltà letteraria dell'Università la Lei scelta, o rivolgersi al Consiglio Superiore perché esamini esso il valore dei suoi titoli.
Questo m'ha ripetuto il Rettore, ed io ho ragione di credere ch'egli s'intenda bene di queste cose.
Quanto a ciò che potrebbe fare questa facoltà nel caso che fosse chiamata a giudicare della opera di Lei non se nedia briga, perché essa tanto conosce il suo ufficio e i suoi doveri quanto io son certo di volerle bene.                             
Gradisca intanto i saluti e una stretta di mano
dal suo aff. Rapisardi.

11
[Cotanta, 2 maggio 1883] 
Caro Sig. Onufrio                                                                  
Mario Rapisardi
vi raccomanda l'editore Niccolò Giannotto, che vi porterà questo biglietto insieme con tanti saluti.
Biglietto da visita,  che non fu recapitato a mano:   la busta porta il bollo postale «Catania, 3-5-83».

12
Sta Maria di Gesù 26 luglio [1883] 
Carissimo Onufrio,
Ebbi i suoi titoli or è circa un mese; li conoscevo quasi tutti — li passai subito ai miei colleghi i quali pare non abbiano avuto ancora il tempo di leggerli. Fra' miei colleghi, tanto per saperlo, ci sono due canonici! Li ho sollecitati più volte; ma fanno i sordi. Non potrebbe scriver Lei una lettera al preside? Questo Le scrivo perché Ella non sospetti ch'io trascuri o faccia con troppo comodo i miei doveri d'ufficiale e d'amico.
Le stringo intanto la mano.
Suo Rapisardi.
Busta: «All'Egregio Sig. Enrico Onufrio, fermo posta, Napoli». Ecco una lettera precedente dell'Onufrio sul tema in parola :

Palermo, 11 giugno 1883 Caro Professore,
Il Ministero spedisce i miei titoli per la libera docenza (destinati a codesta Facoltà di Lettere) col solo indirizzo «Catania». Alla Posta di Catania viene aperto il plico, si constata che è roba mia, e si rimanda a me. Io, alla mia volta, oggi stesso, mando questi miei titoli vagabondi alla Facoltà di Lettere dell'Ateneo Catanese. Io mi auguro che il Ministero avrà mandati a codesta Facoltà qualche lettera esplicativa intorno a questi miei poveri titoli e all'uso che la Facoltà dovesse farne; ma caso mai questa lettera non esistesse, per carità, caro Professore, dica al Preside: — Non facciamoli più viaggiare codesti documenti, che hanno viaggiato abbastanza; attendiamo piuttosto spiegazioni dal Ministero —.
D'altronde al Preside oggi stesso ho mandato una lettera dove ho spiegato ogni cosa.
Io non Le chiedo scusa di queste mie seccature, ma l'autorizzo, in un Suo futuro poema, a inchiodarmi fra i tormentatori dell'umanità.                                Con affetto il Suo
Enr. Onufrio

13
Sta Maria di Gesù 7 Ott. 1883
Carissimo amico,
Le manderò il Giobbe nelle bozze di stampa, ma quando saremo agli ultimi fogli; ora, siamo appena al sesto e a leggerlo a pezzi e bocconi non ci proverebbe gusto né potrebbe formarsi un'idea esatta dell'intero. Farò questa eccezione per lei, che son certo non lo farà vedere ad anima nata: ella sa che si scrive piano fin d'ora la Balossardiana, e mi rincrescerebbe molto che il poema fosse veduto prima d'uscire in luce.
Sa che i miei amici, i pochissimi che mi son rimasti fedeli fra tante burrasche, intendono fare un giornale letterario di elementi in massima parte siciliani?  L'edit. del Giobbe ci
farebbe le spese, ricompensandoci dopo qualche mese di
prova. Non Le pare che sia tempo di farla finita co' camorristi
di tutte le gradazioni e le sfumature?
La sua collaborazione e quella dell'ottimo Ragusa Moleti non ci mancherà, ne son sicuro; anzi, guardi, porto la fiducia
a segno da non dubitare ch'Ella ci farà avere uno scritto entro il prossimo novembre: che il giornale al più tardi vedrebbe la luce in Dicembre. E qualche cosa ci manderà anche il Ragusa, a cui, per suo mezzo, mi rivolgo io e gli amici sin da ora, e al quale, se occorre, scriveremo direttamente; sebbene io creda che il gentile poeta non tenga molto alle formalità, e questo invito amichevole gli basti. Me lo ringrazi a ogni modo della poetica prosa su le tradizioni popolari, ch'ebbe la gentilezza di regalarmi; ed ella, egregio amico, s'abbia una cordiale stretta di mano dal suo
Rapisardi.

14
Sta. Maria di Gesù 13 Nov. [1883]
Perchè tante scuse e tanti complimenti, mio caro amico? Io son lieto quando posso esserle utile. Gli esperimenti sono tre come sa. Al più presto, in settimana, spero, farò adunare la commissione; e il tema da trattare in scritto Le sarà mandato officialmente. Non si muova ella dunque di costà; che per questa volta può risparmiarsi il fastidio di venire.
Tra quindici giorni le manderò le bozze dell'intero Giobbe. Addio, e voglia bene al suo
Biglietto da visita.
Rapisardi.

15
Sabato, 19 dicembre 1883 
Caro Onufrio,
Domani alle 11 a.m. si adunerà la commissione esaminatrice. Spero ch'Ella possa venire. In caso contrario ci avvisi. Biglietto da visita.

16
Sta. Maria di Gesù 
Caro ed egregio amico,                                        25 Dic. 83
Non ostante una terribile sventura che ha colpito il mio cuore, in momenti che avrei bisogno di coraggio e di calma, vi mando oggi i fogli del Giobbe, appagando cosi il desiderio vostro di averlo prima della publicazione. Fatene quell'uso che vi parrà migliore, ma non lo fate vedere ad anima viva. Addio, mio caro Onufrio; addio: l'animo mio è più forte della mia sventura, ma il mio corpo è debole e la salute vacilla.
Vostro Rapisardi.
La sventura rapisardiana del Natale 1883 consiste nella scoperta (mediante una lettera) della tresca fra la signora Giselda e Giovanni Verga : i due non solo tradivano la fiducia del marito e dell'amico, ma complottavano con gli autori della Balossardiana e gli altri nemici del Rapisardi contro di lui. Nel gennaio 1884 il poeta scrive ad Arturo Graf : « ho dovuto mandar via di casa la donna a cui avevo dato il mio nome e confidato la mia felicità»; e a Lida Gerracchini: «dalla lettera si rileva chiarissimamente la tresca durata e continua; e (lo crederebbe?) le pratiche fatte da costei per mezzo del suo amante perché essa entrasse nelle buone grazie dei miei amici... Cotesto individuo era andato a Roma, aveva trattato, combinato l'affare e, per tirarseli dalla loro (parole testuali della lettera) aveva confidato il loro secreto alla signora Serao ».

17
Sta. Maria di Gesù 
18 dell'84
Egregio Sig. Onufrio,
Le mandai, per sodisfare a un suo gentile desiderio, i fogli del Giobbe, non ancora publicato. Li ebbe? Il suo asso luto silenzio me ne fa dubitare. Mi scriva e mi abbia
per suo M. Rapisardi.
Ecco la risposta dell'Onufrio :
Palermo, 21 gennaio 1884 Carissimo amico,
Grazie della cortese premura. Ricevetti il « Giobbe » che sarà per me presto argomento di uno studio largo e coscen-zioso.
Riguardo, poi, al poeta del « Giobbe » vorrei sapere ch'egli ha riacquistato la completa serenità d'animo in seguito alla sventura, qualunque ella sia stata, che l'ha colpito.
Addio, anzi a rivederla. Verso la fine del mese manderò il mio scritto, e pregherò il preside della facoltà di far di tutto onde gli altri esami non si protraggano a lungo, ma, possibilmente, si facciano entro il mese di febbraio o al più tardi ai principi di marzo.
E' un desiderio che potrà essere facilmente appagato: non è vero?
Nuovamente addio. Con affetto inalterabile
Suo Enr. Onufrio

18 Sta. Maria di Gesù [30, gennaio 1884]
Dicendo che io non mi sarei mai insudiciato nella volgarità, voi avete detto il vero, mio caro Onufrio, avete mostrato di conoscere intimamente l'animo mio e d'apprezzare giustamente il mio carattere. Ed al carattere, sapete, io tengo molto più che all'ingegno e al sapere. Lasciate ch'io vi abbracci.
M. Rapisardi.
Biglietto da visita. Si fa riferimento ad una lettera indirizzata dall'Onufrio al «Giornale di Sicilia» di Palermo, 27 gennaio 1884.

19
Sta Maria di Gesù 10 Marzo [1884]
Egregio Amico,
O che razza di sospetti Le vengono in capo? Che io non Le abbia più scritto perché non mi sia piaciuto l'Orazio! Via, ne convenga, l'ha detto grossa. Non me Le son fatto vivo, mio caro, perchè my soul is dark, per dirla col Byron; oh, molto dark, gliel'assicuro. Scapperò al più presto da questo paese, dove molti mi vogliono bene, lo so, ma tutti si studiano diligentemente di non mostrarmelo; ed io, guardi umana debolezza, ho bisogno (da circa 3 mesi, ed ella sa perché) di sentirmi e di vedermi amato. E' strano che la cura tonica di disinganni non m'abbia ancora, guarito della scrofola sentimentale; e peccato, che il tempo, unica medicina infallibile, sia cosi lento a operare su' miei visceri. Ma tanto s'invec-chierà, se dio vuole!
La proposta della sua nomina fu fatta, e con uno splendidamente dal prof. Bruno, che vale un Perù. E al Giappone ci va? Prima di partire mi scriva un rigo. E se da quelle parti troverà una donna metastasianamente fida e costante, ne porti il seme in Europa. Altro che bachi da seta!
Addio, caro Onufrio, e voglia bene
al suo Rapisardi.
My soul is dark (La mia anima è affranta) è il titolo di una lirica di Byron (Hebrew Melodies, 1815).

20
Sta. Maria di Gesù 22 Maggio [1884] 
Egregio e caro sigr Onufrio,
Ho avuto la vostra lettera ed ho raccomandato al Bruno di rifare al più presto il verbale. Bastoni fra le gambe! Ma che ci si vuol fare? La colpa non è certo del vostro aff.
Rapisardi.

21
Sto Maria di Gesù 8 Agosto [1884] 
Caro Onufrio,
La seconda relazione, scritta dal Maugeri (la prima era del Bruno) ci è stata anch'essa rimandata indietro, con quanta mia sodisfazione, immaginatelo, avendola anch'io firmato per semplice deferenza al mio preside. Pazienza! Ne scriveremo un'altra, e questa volta ci metterò io lo zampino.
Voi intanto vi disponete a traversare un'altra volta l'oceano. Oh beato voi! La terra è così piccola e così noiosa!
Vi stringo la mano e vi abbraccio.
M. Rapisardi.
Busta: «All'egregio Sigr Enrico Onufrio, Hotel du Vesuve, Napoli ».

22
Sta. Maria di Gesù 10 Nov. [1884] 
Carissimo Onufrio,
Non può immaginare quante arrabbiature mi son prese per questa benedetta relazione del suo esame! Il Ministero, mi pare ch'ella lo sappia, la rimandò indietro la prima e la seconda volta; e fece benissimo, perché scritta co' piedi e pensata col sedere. Il Can. Bruno si prese la briga di rifarla, ma finora non ha trovato né il tempo né il modo né il verso di scriverla. Gli ho parlato, gli ho scritto, mi gli sono raccomandato, l'ho sollecitato in tutte le maniere, ma tutto è stato inutile.
Il Sig. A. Abate intanto, non ostante la mia astensione dal votare, è stato subito approvato, proposto, nominato: ché il merito d'avere scritto de' libelli infami contro di me non è di poco momento appresso a questi miei onorevoli colleghi. I quali al Minist., che del mio non votare si meravigliava, ebbero il tuppè di scrivere, a mia insaputa, che fra me e il sigr A. c'era stata una torte diatriba. Io che non m'ero mai fatto né in qua né in là a' morsi di questo ciuco idrofobo, non mi son degnato di spiegar la cosa al Minist., che il parlare e scrivere di certe miserie e parlarne a lei mi repugna tanto, che mi ci vuole ora tutto il bene ch'io voglio a lei e il dispiacere dì non aver potuto esserle utile in nessun modo, per farlene cenno in questa lettera.
Da questo ella capirà che io ho dovuto astenermi dallo stendere da me la relazione: che sarebbe parsa una parzialità, e questo sospetto avrebbe offeso la sua e la mia delicatezza.
Prima di rivolgersi al Minist. io Le consiglierei di scrivere quattro parole secche secche a questo Rettore, perché veda lui di finir la cosa prima ch'ella sia costretto d'informare il Ministero. Questa minaccia, farà forse effetto, che qui non si ha tanto amore alla giustizia e alla dignità propria, quanto si ha paura dei Superiori.
Gradisca intanto i miei rallegramenti per la sua racqui-stata sanità e mi creda sempre suo affmo
Rapisardi.
Busta:  «All'egregio Sig. Enrico Onufrio, Palermo».

23
Sta. Maria di Gesù 7 Dic. [1884] 
Carissimo Sig. Onufrio,
Sono ammalato da più d'un mese, e non so nulla di nulla... il Rettore non m'ha dato segno di vita.
Mi faccia un piacere: mi mandi al più presto che può un sunto non molto secco del suo scritto e della sua lezione; io metterò gli apprezzamenti e i giudizj, e poi piglierò per il collo questi signori e li farò firmare. Creda, sono indigna-tissimo.
Addio.
M. Rapisardi.
Busta :  « All'egregio Sig. Enrico Onufrio, Palermo ».


24
Sta. Maria di Gesù 18 Dic. 1884
Carissimo Onufrio, 
Ho scritto, fatto firmare e mandato la famosa relazione. Non sarebbe inutile ch'ella scrivesse al Minist. per sollecitare la nomina.
Le stringo la mano.
R.

di Gino Raya - ed.1960 - 800 inedito


lunedì 18 giugno 2018

Enrico Onufrio - Un dimenticato dell'800 Siciliano







UN   DIMENTICATO   DELL'800   SICILIANO 
1. Ventisette anni di vita

E' merito di M. E. Alaimo l'avere additato questo scrittore palermitano dell'Ottocento, sfuggito anche al Croce, ed aver assicurato alla Biblioteca Comunale di Palermo, da lei diretta, il suo prezioso carteggio. Che si tratti di un grande dimenticato, noi certamente non diremmo; ma d'un dimenticato senza l'aggettivo sì : ed è quanto basta per stimolare il dovere d'uno studioso.
I ventisette anni di vita di Enrico Onufrio (nacque a Palermo il 14 novembre 1858 e morì ad Erice il 28 settembre 1885) sono troppo brevi e tumultuosi per farci sperare in un'opera degna del suo ingegno. A diciannove anni, già lo troviamo a Milano fra lo scapigliato e il realista. Giusto in quell'epoca Angelo Sammaruga trasferiva la sua Farfalla da Cagliari a Milano, e cercava un socio per dividere la direzione, la proprietà e soprattutto i debiti del giornale: l'impulsivo Enrico era il tipo indicato.
La doppia direzione della Farfalla cominciò nel dicembre 1877, e fu un inverno attivissimo per l'Onufrio. Scriveva, voleva far l'editore stampando un romanzo del Dossi, promoveva banchetti per i Cavallotti e gli Arrighi, faceva lunghe passeggiate notturne con Giovanni Verga. Con tutto ciò, nel marzo '78 non è più a Milano, è in Grecia.
L'insurrezione dell'Erzegovina contro i Turchi lo esalta, gli suscita versi guerrieri che son presi in celia da qualche amico. Da siciliano e da poeta, Enrico paga di persona, si precipita a Brindisi, salpa per Corfù, partecipa ad una operazione infelice sulle coste epirote, né trascura qualche corrispondenza giornalistica.
Sospese le ostilità, il nostro si reca a Palermo, dove intensifica la sua produzione e preparazione letteraria. Nel settembre '78 esce Momenti, una sua raccolta di liriche fra il Musset di Rolla («Mamma, noi siam corrosi dal vizio e dalla noia») e il Rapisardi ribelle (« trovare una fanciulla...

E ai suoi piedi deponere, ancor caldo e fumante, Il core dispregevole dell'ultimo birbante, Quel dell'ultimo re! »).

Qualche frecciata anti-carducciana, e un articolo elogiativo per il Rapisardi, stimolano la simpatia del vate etneo, che procura all'Onufrio la libera docenza in letteratura italiana all'Università di Catania. Il diploma, dopo molte lungaggini, fu rilasciato il 3 gennaio 1885, ultimo anno che la tisi concesse ad Enrico.

Eliminati, dunque, i versi e gli scritti d'occasione, che cosa varrebbe la pena di leggere, ancora, dell'Onufrio? Due suoi scritti di prosa del 1882: La conca d'oro e La spugna d'Apelle; e un romanzo del 1885 : L'ultimo borghese.

2. « La conca d'oro »

La conca d'oro, pubblicata dal Treves per il sesto centenario dei Vespri, si presenta, modestamente, come un « Guida pratica di Palermo», divisa in quattro parti (La città, La vita, I monumenti, I dintorni). In verità, eccezion fatta per il Museo, del quale vien riprodotto un secco inventario, un po' tutta la materia viene rielaborata dall'autore, con tocco svelto ma incisivo, con affetto che non fa velo alla verità, con dosatura perfetta fra notizie e impressioni, paesaggi e psicologia, storia e folklore. Il tono costante non è quello di una comune guida turistica, sì d'un giornalista consumato; e a un giornalista, talvolta, che sa alzarsi a scrittore. L'accento sociale, benché caro all'Onufrio, evita le Grazie petroliere delle sue poesie da diciannovenne, e traspira moderatamente dalle pennellate sull'Albergheria o il Foro Italico. I cortili dell'una «son quelli stessi che gli arabi abitavano nove secoli addietro; ma quante miserie, quanti dolori essi nascondono, nonostante le loro fontane ricche di pregi »... Sulla spiaggia dell'altro, « i pescatori neri e seminudi, asciugano o intessano le reti; o accoccolati sulle gambe, con la pipa in bocca, a testa bassa, ciarlano formando un circolo, o, distesi a terra, dormono profondamente con la fronte al sole ».
La sicurezza del colore trionfa a proposito della Vucciria: «Mille odori nauseabondi t'ammorbano il naso; mille voci, alte e fioche, t'intronano le orecchie. Il selciato è sparso di pozze e di rigagnoli »...
Col colore, il calore dell'anima isolana. Oggi non si entra più con dieci centesimi ai Teatri di marionette; ma si può ancora controllare il pubblico osservato dall'Onufrio:
« conversazioni animatissime : si condanna il traditore Gano di Maganza, si suggerisce quale avrebbe dovuto essere il suo modo di procedere, si discute se Orlando è più valoroso di Rinaldo o viceversa, si fanno delle accurate indagini intorno alle virtù del corno di Astolfo; e tutto ciò con la massima serietà, col più profondo convincimento, mentre il rosticciaio e l'acquaiolo van girando fra le sedie vendendo le bruciate e l'acqua fresca ».
Né sono ancora del tutto scomparse feste pasquali di questo genere :
«il mercoledì santo in qualche chiesa si celebra quella cena famosa in cui Cristo accenna ad un traditore fra i suoi apostoli. E gli ' apostoli ci sono tutti e dodici e c'è Cristo in mezzo a loro. E' una bellezza a sentire, fra un boccone e l'altro, quei loro dialoghi, giacché i seguaci del gran Nazareno, e il Nazareno medesimo sono tutt'altro che dei fior di letterati; sicché parlano una specie di dialetto che essi credono di rendere pulito ed elegante a furia di stramberie linguistiche, e lo parlano con la massima serietà, sollevandosi all'altezza della situazione. Ma se assisterai a qualcuno di cotesti spettacoli, e sarai assalito da una gran voglia di ridere, procura di uscir dalla chiesa; se no Cristo medesimo, che in fin dei conti è un popolano della più bell'acqua, si alzerebbe dal suo posto per consegnarti una coltellata ».
L'oggettività della scena non toglie che l'autore sorrida sotto i baffi dei riti religiosi; ma il sorriso, alla sua volta viene non di rado assorbito dalla suggestione folkloristica :
« il nostro ciaramiddaru va girando lentamente per le viuzze e i cortili, e trae dietro a sé tutta la gente al suono della sua cornamusa: un suono dolcissimo e mesto, che sembra qualche volta un lamento e pare che ridesti nell'animo gli echi di lunghi dolori e di lontane angosce ».
Il nostro, infine, ha concetti criticamente precisi, ma tradotti in parlanti quadretti. Se dicesse che Cuba o la Zisa o San Giovanni degli Eremiti sono « costruzioni di gusto esclusivamente arabo, quantunque innalzate sotto i Normanni » nessuno gli presterebbe attenzione. Ma la capacità evocativa dell'Onufrio avvince la nostra immaginazione :
« Quel San Giovanni, con quelle sue cinque cupolette emisferiche, non è un tempio cattolico, è una moschea. Da qualcuna delle finestre sottostanti al cupolino della torricella ti sembra che da un momento all'altro debba affacciarsi il muezzin ad annunciare la preghiera. Là, nella calma dove sorge il tempio, tu subisci a poco a poco il fascino dell'Oriente: vedi spiegarsi sui tronchi diritti i robusti pennacchi delle palme; vedi nella lontananza azzurra disegnarsi il profilo gibboso del dromedario; senti languire nell'aria tranquilla e tiepida la cantilena del beduino ».

3.   « La spugna d'Apelle »

Intorno alla festa di Santa Rosalia, patrona di Palermo, l'Onufrio rimanda ad un suo articolo pubblicato nella Nuova Antologia dell'anno precedente. Lo ritroviamo tra i racconti della Spugna d'Apelle, a modo d'una inchiesta giornalistica divisa in quattro paragrafi (la leggenda, il santuario, le ossa, il festino). Parte culminante, la peste di Palermo del 1624, durante la quale la cittadinanza porta in processione ora sant'Agata, ora santa Cristina, esalta santa Ninfa e santa Oliva, disillusa si volge a san Rocco, poi che questo « ta orecchie da mercante » implora san Sebastiano; beatificato il padre Andrea d'Avellino, « coglie la palla al balzo » ed elegge anche padre Andrea protettore della città; e così via, in una ridda travolgente di compassione e superstizione, finché si crea il mito delle ossa ritrovate di santa Rosalia. Chi ricerca le pesti illustri di tutte le letterature, scriva ancor questa, ch'è forse il saggio migliore dell'Onufrio.
L'inventiva a tutto tondo non è fatta per lui: la sua Spugna d'Apelle, « tutta intrisa di diversi colori », è senz'altro preferibile ai versi, ma non fonde in impasto omogeneo quelle diverse tinte romantiche e realistiche: non si salva che il colore del bozzetto parlermitano, cui abbiamo accennato.
Leggiamo, ad apertura di libro :
« La mia finestra sporgeva in un vicoletto cielo, lungo e sudicio, che si smarriva, come un budello, tra due file di case. Durante il giorno, quand'ero stanco di sgobbare sui libri, m'affacciavo qualche volta sul davanzale, e, con la pipa in bocca, stavo a sentire le ciarle delle comari. Povere donne! Quando un po' di sole riusciva a guizzare su quella straducola, esse rimanevano per lunghe ore aggruppate al calduccio, felici nella loro miseria. Passavano il tempo facendo la calza, spidocchiando o allattando i bimbi, ciarlando di mille cose. E i loro cenci brillavano più del solito con quella matta allegria di raggi; e la fanghiglia del selciato, l'umidore delle mura, i cani secchi e allampanati vagabondi di soglia in soglia, i gatti magri di amore e di fame, tutto pareva scaldarsi sotto quella striscia di cielo che scorgevasi su gli altri oggetti. Ma lo spettacolo era ben triste, sapete! Quelle donne allattavano i bimbi, ma erano poppe magre e vizze che porgevano a rachitica prole; e, quand'esse si chinavano su i loro pargoletti, ohimè!, erano baci fetidi di cipolla, che scoccavano su quelle fronti ingrommate di scrofola » (La gastima).

Si vede subito la mossa zoliana, mossa che coincide con l'orientamento sociale proprio dell'Onufrio, di viva simpatia per le classi umili. Ma l'oratoria populista, alla sua volta, si sposa ad un abito di commiserazione romantica, che inceppa il discorso. Dopo il complesso felice del primo periodo, ecco l'autore — stanco dalle sudate carte — affacciarsi sul davanzale; e dunque lo stacco fra lo scrittore e le cose, e quella leggera aria di condiscendenza, che i primi ottocentisti ostentavano quando dovevano trattare temi plebei. Il «povere donne» annunzia le esclamazioni seguenti, i sapete! e gli ohimè! di assoluta inconsistenza creativa. Il sole che guizza sulla straducola rinvigorisce la scena, la quale, però, finisce in una frase di maniera: «felici nella loro miseria». Il resto alterna la nitidezza della scena con una compassione piuttosto ostentata (« ma eran poppe magre e vizze che porgevano »...) e persino con un arcadico pargoletti.
Come questo capoverso, così tutto il libretto sembra un fiumicello incerto e accidentato, che tuttavia raggiunge il suo mare e in definitiva il suo volto. Gl'intoppi dello stile e degli atteggiamenti, dopo quanto s'è detto, potrebbero avere una lunga quanto superflua enumerazione. Lo stesso bozzetto della Gastima culmina nell'imprecazione contro Dio (« Se non aiutate noialtri che stiamo così in basso, voi siete un infame! ») da parte d'una «donna discinta e scalza, nella bionda gloria delle sue chiome sparse, ginocchioni sul lastrico » ecc. Quella bionda gloria è peggio d'un pugno nell'occhio. La terra dei Feaci, il secondo bozzetto, contiene, in una stessa pagina, fiorentinerie del tutto estranee al gusto del nostro. « La si può dire una donna di mondo »...; « l'era per me una festa »... E Gl'incerti del mestiere (l'ultimo) si trascina in maniera troppo fiacca, eccezion fatta per la scena conclusiva del duello, per dirsi veramente leggibile.
Lo stile, tuttavia, non è una vana parola per l'Onufrio. I lunedì della contessa ne danno forse la misura più sorvegliata. Ecco, dapprima, una descrizione volutamente pigra del palazzo De Griseis, dei suoi ospiti, del salotto e persino dei dipinti stile impero, che meritano una trascrizione :
« L'artista dipinse della Grazie ignude, delle ninfe fuggenti al furore dei satiri, e sirene e nereidi cullate dall'onda azzurrina; né dimenticò il giudizio di Paride, né le scappatelle di Giove, quand'egli, candidissimo cigno, sedusse Leda nelle acque tranquille dell'Eurota, o quando, toro furioso, involò sul suo dorso la figliola di Fenice, leggiadramente smarrita ».

La voluta del periodo seconda e canzona l'ellenismo bastardo dell'età canoviana, e incornicia — soprattutto — la falsità dell'attuale ambiente, la quale esplode nell'episodio del contino che travolge sotto le ruote del suo phaéton il figlioletto della popolana da lui sedotta mentre gli gridava, con le braccia aperte : papà... Da qui all'offerta di cinquanta franchi da parte della contessa alla popolana, il cui rifiuto scandalizza gli ospiti del salotto, o alla frecciata finale che fa della contessa la presidente della Società protettrice degli animali, la finezza evocativa scivola nell'oratoria sociale.
      Dove, invece, manca per l'Onufrio la tentazione ad ingrossar la voce, è negli argomenti religiosi, in quanto radicati nell'anima popolare; ché — amando questa — egli può canzonare, ma non disprezzare quelli. Tale disposizione si traduce in quadretti deliziosi, quasi sempre immuni da stonature passionali. Viva la Madonna! respira l'ambiente ver-ghiano di guerra di santi, e disegna con piena simpatia un vecchio ciabattino organizzatore disinteressato e zelante della festa. Un passo sulla banda potrebbe dirsi esemplare, anche per i costumi odierni.
« Ed ecco apparire la banda, fitta, serrata, in ordine. Sono dieci bravi giovanotti, forti e robusti che è un piacere a vederli, e soffiano, soffiano nei loro strumenti con quanto fiato hanno in corpo. La gran cassa brontola come un temporale; squillano sonoramente le trombe; rulla il tamburo; tintinnano i piatti; il flauto manda gorgheggi d'usignolo; il clarinetto ha lo stridìo d'un'anitra nell'acqua; il bombardino russa come un gigante addormentato. Oh, la bella, la lieta fanfara! ». E la folla, da Lisa innamorata d'un suonatore alla comare d'un cortile rivale, dalle zuffe agli applausi, dalle invocazioni di miracoli alle dense pennellate sulla stanchezza finale, è veramente parlante, una e diversa.

4.  Altri racconti

Alle novelle della Spugna d'Apelle si aggregano, idealmente, quelle pubblicate in periodici vari e non raccolte in volume. In 14 appendici del «Capitan Fracassa» dell'ottobre 1882 uscì, per esempio, L'adultera del cielo, «scene indiane del XII secolo av. Cristo ». Questa Sahagianma lascivetta è un po' il limite delle concessioni dell'Onufrio ai gusti della platea; ma la sua indole anticlericale traspare, invece, e con un certo impegno, nell'asceta Arhat, il quale persuade il marito a farsi sostituire dal fratello nel talamo coniugale scopo di assicurarsi la prole. Il poveraccio consente, ma non regge alla vista di quei «due corpi ignudi, spasimanti d'a more», e li pugnala senz'altro. La sua anima, perciò  piom berà «nel tetro naraca, dove impera Yama, il dio terribile e malvagio » :  e con questa pennellata finale di colore locale par di sentire un respiro di sollievo per un impaccio superato alla meno peggio.
La  morte  di Francesco  Pecora,  dell'anno  seguente   è molto significativa per l'impaccio stilistico del nostro (e di quanti suoi contemporanei?). Il Pecora è un « masnadiero » che assale Torretta, nel palermitano, in odio del conte Guglielmo, che un giorno lo aveva schiaffeggiato. Impostazione a tinte forti e plebee, ma che non sa fare a meno d'un classico ricordo: il brigante che s'aggira minaccioso attorno al vallo pareva, nientemeno,  «Turno rutulo, quale il descrive Virgilio, aggirantesi intorno al campo di Enea, e chiamante alle armi, con aspre offese, i futuri latini ». E quanta convenzionalità  nelle figure!   Il  conte  ha  la   «lunga  barba  candida fluente sul petto,  con la posa del vinto  che non rinuncia all'antica fierezza»; sua figlia Gemma è una «fanciulla ventenne dalle forme statuarie, dalle pupille nere e languidissime, dai leggiadri pallori ». Quando il brigante allunga la mano verso Gemma, il conte lo colpisce « al ventre, sotto il giustacuore»;   e  l'ultima  pennellata   scandisce   tale  sforzo, che dà un senso di pena : « Un raggio di sole, penetrando da un'alta ogiva, guizzò su quel volto bruttissimo di agonizzante, e ne illuminò la rude cicatrice infiammata ed i grigi e irti mostacci ».

5.   «L'ultimo borghese»

Chi, un giorno, volesse ristampare il meglio dell'Onufrio, potrebbe scartare senza rimorso racconti come questi due del «Capitan Fracassa», ma dovrebbe accogliere molte pagine della Conca d'oro e della Spugna d'Apelle e, per intero, L'ultimo borghese, sia perché un romanzo si presta meno all'opera antologica, sia perché si tratta del maggiore sforzo narrativo del nostro. Quelle cinquantacinque puntate del « Giornale di Sicilia » del 1885, che lo stesso Enrico ritagliava e costellava di correzioni man mano che uscivano, fino all'ultima che precedette di poco la sua morte, sprigionano una muta implorazione per riunirsi in volume.



L'ultimo borghese è un giovane, Luciano Rambaldi, capace di qualche fiammata generosa, ma infiacchito dalle abitudini signorili, dallo scetticismo, dalla società: perciò affronta un duello per una cavallerizza, tradisce l'ingenua Rosa per una signora tedesca, diventa deputato senza convinzione, sposa Rosa che incontra per caso mentre la poveretta chiede l'elemosina, comincia a tradirla di nuovo in Roma « bizantina », finché un giorno, alla Camera, soffocato dalla nausea parlamentare, improvvisa un discorso contro la borghesia («casta come qualunque altra: essa ebbe un principio e avrà una fine »), che deve interrompere per una emottisi mortale : gli si era riaperta la ferita al polmone, ricevuta in duello sette anni prima.
Che il protagonista impersoni la borghesia, è un'ambizione superiore alle forze dello scrittore. Che la fine di Luciano anticipi di poco quella di Enrico, è cosa toccante, ma anch'essa di scarso peso per valutare il romanzo. Il quale si raccomanda per motivi più limitati, ma concreti : la misura dell'impostazione, la freschezza dell'idillio, la precisione di tanti particolari. L'Onufrio, pur sfiorando in Luciano il tipo byroniano, lo sgonfia talmente delle consuete affettazioni e turgidezze da avvicinarlo, se mai, ad un tipo tutto opposto e ben più moderno, ch'è quello dell'abulico. Altro tipo romantico — quello della divina fanciulla — fa capolino in Rosa : « Rosa era un angelo, un angelo bello, un angelo buono, tutta amore, tutta candore »; ma questa reminiscenza valga ad indicare non ciò che l'Onufrio ha fatto di Rosa, ma ciò ch'egli ha saputo evitare. E la donna fatale, finalmente, che fa capolino in Ester, si dimensiona nella visita alle miniere di Girgenti e nei maneggi perché l'amante venga eletto deputato.
Delle due parti in cui è diviso il romanzo, eccelle la prima. Lo sboccio dell'idillio fra Luciano e Rosa affronta con mano felice la trasformazione della fanciulla in innamorata e avvolge i due giovani in un alone passionale, senz'ombra di lubricità. La maniera (e precisamente una maniera alla Tigre reale) subentra, ma sempre con discrezione, nell'amore fra Luciano ed Ester.
Ma dovunque le figure minori balzano con evidenza e intonazione: dall'impiegato che comunica alla moglie e alla madre di Francesco Rambaldi la crudele morte di questo, al frate sonnambulo; da mamma Caterina a donna Peppina l'usuraia; dai minatori ai parassiti elettorali. E tocchi paesistici — sobri, sicuri, suggestivi — completano l'impressione d'un giovane tutt'altro che povero di qualità narrative : d'un giovane che, se non poté lasciarci quanto la sua indole sicuramente prometteva, rimane tuttavia degnissimo del nome di scrittore. Tra il saggista e il giornalista, l'O. sa tradurre le proprie osservazioni e i propri sentimenti in pagine pertinenti e comunicative; da narratore, non si estranea dal suo mondo morale né dai problemi del tempo suo, imposta e distribuisce la trama con mano sicura, gioca la sua carta letteraria senza barare con quella politica o pornografica.

di Gino Raya - ed.1960

6. Nota bibliografica

a) Scritti di Enrico Onofrio

1)  Checchina. - Uno scherzo  al marito, racconti siciliani, Tip.  de « L'avvenire di Sardegna », Cagliari, 1877.
2)  Le formule del Bello e dell'Arte, Palermo, Losnaider, 1877.
3)  Barbarie, Palermo, Gaudiano, 1877.
4)  Momenti, Palermo, Gaudiano, 1878.
5)  Metrica e poesia, Palermo, 1878.
6)  Albatro, versi,  Roma, Sommaruga,  1882.
7)  P. Vergilius Maro, Palermo, Losnaider, 1882.
8)  La conca d'oro, Guida pratica di Palermo, Milano, Treves, 1882.
9)  La spugna d'Apelle, Milano, Quadrio, 1882.
10)  L'adultera del cielo, novella indiana del XII secolo a. C, in 14 appendici del « Capitan Fracassa », Roma, dal 7 al 23 ott.  188-.
11)  La morie di Francesco Pecora, ivi, 24 giugno 1883.
12)  Altri scritti nel « Cap. Frac. » : l piccoli poemi del mare, 30 sett. 1883 (sottotitoli: L'addio, Il battesimo dell'oceano, La danza dei diavoli, Amici ignoti, Sgomento; riproduzione nel «Progresso italo-americano», 16 ott. 1883); I suoi capelli!, 9 nov. 1883.
13)  Scritti in «Cronaca bizantina», Roma: Marta, 30 giugno 1881; In grembo a San Francesco, 1 giugno 1883.
14)  Il sentimento della natura nel Poliziano, Palermo, Sandron, 1884.
15)  L'ultimo borghese, app. del « Giornale di Sicilia », Palermo, 1885.
16)  Guida di Palermo e dintorni, Palermo, Sandron, 1886.

b) Scritti su Enrico Onufrio

17)  G. Pipitone-Federico, Saggi di letteratura italiana contemporanea, II serie, Palermo, Pedone-Lauriel, 1888, pp. 433-455 (riproduce un articolo pubbl. nel « Giornale di Sicilia » nell'ottobre 1886, primo anniversario della morte di E. O.).
18)  M. E. Alaimo, Avanguardismo letterario dell'800, « Giornale di Sicilia », Palermo, 4 gennaio 1950.
19)  Gino Raya, Il Romanzo, Milano, F. Vallardi, 1950, cap. IX, 3.
20)  Giuseppe Squarciapino, Roma bizantina, Tor., Einaudi, 1950.
21)  M. E. Alaimo, Malumori anticarducciani e spigolature rapisar-diane inedite, « Letterature moderne », Milano, sett.-ott. 1953.
22)  Gino Raya, Quattro lettere inedite di G. Verga a E. O., « Letterature moderne », Bologna, luglio-ag. 1957.
23)  M. E. Alaimo, Presenza della Sicilia nelle battaglie letterarie della terza Italia, « Politica e cultura », gennaio 1958.
24)  Id., Palermo ignora E. O. « Giornale di Sicilia », 23 nov. 1958.

DUE  LETTERE  AI  GENITORI 
Raya, 800 inedito

Della scarsa corrispondenza rimastaci fra Enrico Onufrio e la famiglia, scegliamo le due seguenti cartoline dei suoi vent'anni, dedicate: la prima al padre, da Milano; la seconda, alla madre, da Corfù. Si tratta, dunque, dei due primi voli : a Milano, con le sue cene artistiche; e in Grecia, dove l'impulso dell'eroe romantico in parte si mescola, in parte si nasconde per pudore da smaliziato, in «affari di giornale». Toccante, in entrambe le paginette, l'amore per i genitori, cui Enrico dà del lei come usava allora, e che vuol  convincere, soprattutto, della sua «salute di ferro», ben conoscendo il punto di maggiore preoccupazione per quelli.
Trascriviamo integralmente. L'indirizzo di entrambe le cartoline è «Al signor Andrea Onufrio, Palermo, 80, via del Celso»; la data si rileva dal bollo postale.
1
Carissimo papà                             Milano 21 dicembre 1877
Fa freddo, ma io sto benissimo. Non soffro niente affatto, anzi vo sempre più migliorando in salute. Domani sera ci sarà una cena artistica promossa dalla Farfalla — a cui prenderanno parte romanzieri, giornalisti, musicisti, ecc. Basta nominare Verga, Auteri {l'autore della Dolores), Righetti, Scontrino, Franconi, Cavallotti ecc. ecc. Sarà un avvenimento. Daremo un resoconto sulla Farfalla. Ciò ci farà immensamente réclame.
L'abbraccio caramente insieme alla mamma, Totò ed Elvira. Abbraccio tutti. Saluto i parenti.
Enrico
2
Corfù, 2 marzo 1878 Carissima mamma
Speditami da Milano ricevetti la sua carissima lettera. Mi son dovuto fermare per affari di giornale altri pochi giorni a Corfù. Dopodimani mi recherò ad Atene. Spero fra un mese, al più tardi fra quaranta giorni, d'essere a Palermo. Conservi dunque il suo cuore di pasta reale, che lo mangeremo insieme. Io sto benissimo, anzi godo una salute di ferro. L'abbraccio caramente insieme al papà, Totò ed Elvira.
Abbraccio la nonna, le sue sorelle, la zia Carmela, lo zio Turillo, lo zio Nino, ecc.
Suo Enrico