Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

martedì 22 novembre 2016

MARIO RAPISARDI POETA DELL'APOCALISSE

Il titanico creatore del poema Lucifero, il dissacratore di miti e di leggende, di santi e di credenze religiose, la cui potente fantasia nutrita di aneliti libertari raggiunge l'acme nel Canto decimoquinto con il trionfo di Lucifero e la morte dell'Eterno, conclude la vicenda di un luogo terrestre « [...] menre l'eroe discende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa», e rivolgendosi infine al medesimo nell'ultimo verso del canto e del poema: «Levati, disse, il gran tiranno è spento!».



Non si direbbe, dopo l'exploit iconoclasta del 1877, che l'esordio poetico di vent'anni prima possa essere stato antitetico: il fanciullo, esile e timido, quindicenne — e «imbevuto, dalla puerizia, di cattoliche fiabe», come scriverà trent'anni dopo nell'«Avvertimento» ad una ennesima edizione del poema — aveva composto l'Ode a Sant'Agata, vergine e martire catanese (ispirata dalla festività e dalla devozione alla Patrona, nel febbraio 1859).
Per volere del padre, don Salvatore, patrocinatore legale, intraprendeva nel 1862 gli studi unversitari di Giurisprudenza (quando Giovanni Verga li aveva già abbandonati da un anno) per diventare avvocato e così ereditare la clientela paterna. La poesia e le pandette reclamavano dunque il suo tempo (ne concedeva molto alla prima e poco alle seconde). La Palingenesi (poema in dieci canti, Firenze 1868) gli procurò i primi riconoscimenti e i giudizi lusinghieri ed esaltanti (da quello notissimo di Victor Hugo a quello ignorato di Lionardo Vigo che, oltremodo entusiasta, inneggiava a Catania che ha un poeta-filosofo e stabiliva una similitudine con Vincenzo Bellini).

Naturale il dispiacere del padre, ormai certissimo di non vedere il figlio avvocato, che tuttavia un mese prima della morte — avvenuta a Catania il 15 gennaio 1871 — ebbe la gioia (e insieme la sorpresa) di apprendere che il ventiseienne Mario era stato chiamato, per titoli letterari, dal ministro della Pubblica istruzione Cesare Correnti con decreto emesso il 15 dicembre 1870, a dettare lezioni di Letteratura italiana nella Facoltà di Filosofia e letteratura (allora così denominata) del patrio Ateneo.
L'incarico nel primo quinquennio era precario, ossia rinnovato di anno in anno, e retribuito in maniera inadeguata ed insufficiente; e, quindi, la ricerca di un incarico di letteratura nel Liceo, su consiglio dell'amico Francesco Dall'Ongaro, letterato fiorentino. Il motivo vero della necessità di un'altra fonte di guadagno nell'autunno del 1871 — dopo il primo anno di incarico universitario — è il matrimonio già stabilito, e non lontano, con Giselda Fojanesi. La giovane maestrina fu raccomandata vivamente a Rapisardi, in una lettera del 23 aprile 1869, da Dall'Ongaro «Verrà probabilmente a Catania come maestra, una cara giovanetta Giselda Fojanesi. Dipende dal Consiglio comunale che non abbia impegni preventivi con altra. Se la mia nipote (nipote d'affetto) viene a Catania, voglio che trovi una famiglia amica nella vostra». Nei primi di settembre ebbe inizio il viaggio da Firenze, come scriveva da Firenze il 30 agosto 1869 Giovanni Verga alla madre: «[...] mercoledì mattina [...] mi metterò in viaggio colle signore Fojanesi e sarò a Catania sabato col treno della sera» (cfr. G. Raya, Bibliografia verghiana, Roma, 1972, p. 14).
Dall'ottobre successivo la Giselda insegnava in un educandato femminile della città, e dal 1870 era fidanzata con Rapisardi. I preparativi per l'imminente cerimonia nunziale e la partenza per Catania delle Fojanesi sono descritti dal medesimo Dall'Ongaro a Mario in una lettera dell'11 febbraio 1872. «Con quanto piacere avrei accompagnata fra le tue braccia la tua Giselda [...] Onde io l'accompagno co' miei voti e partecipo in ispirito al vostro contento. Ti scrivo queste righe, mentre la Giselda e la madre, e le mie donne si affaticano per apprestar la partenza».
Senza seguire i dettagli delle vicende ulteriori, diciamo che dal 1871, e maggiormente dal 1872, il peso gravante sulle gracili spalle di Mario si è perlomeno triplicato: la famiglia e il duplice insegnamento. Aveva, infatti, ottenuto dal novembre 1871 periodi di supplenze nell'anno scolastico 1871-72, e l'incarico annuale dal 1872-73 al 1874-75, di letteratura al Liceo «N. Spedalieri». L'insegnamento al Liceo lo abbandonò nel 1875, quando divenne straordinario di Letteratura italiana e gli fu conferito l'incarico di Letteratura latina. La poesia, inoltre, avviluppava la sua vita e richiedeva le più nobili energie intellettuali, da preservare e separere da quelle occorrenti per i compiti e le incombenze pur doverosi.
Nell'estate del 1876 il poeta era completamente assorbito in una complessa e gigantesca operazione di « assemblaggio » di ottave, sestine, quartine e terzine, fucinava, martellava e limava nelle ore notturne i versi — diventati man mano ben ottomi-laottocentosette — del poema Lucifero, a cui lavorava da ben quattro anni. Appunto dalla lettera di un amico fraterno apprendiamo che è del 1873 l'inizio della gestazione: «ho più fede nel suo Lucifero che nel discorso critico su Catullo, il quale non so veramente se le gioverebbe molto per conseguire una cattedra universitaria di Letteratura italiana» (Angelo De Gubernatis a M. Rapisardi, Firenze, 1 dicembre 1873).

Il 23 luglio di quel 1876 si svolsero a Catania (sindaco era l'avvocato Francesco Tenerelli) le elezioni amministrative per il rinnovo parziale del Consiglio comunale: da eleggere 14 consiglieri (il quinto annuale, aggiunti i deceduti e i dimissionari). Per il sistema elettorale allora vigente (maggioritario a scrutinio di lista), non vi erano liste precostituite da presentare entro termini prefissati.
Un settimanale dell'epoca: Gazzetta del Circolo dei Cittadini (che si pubblicava dal 1873 e vivrà fino al 1884), portavoce del sodalizio omonimo di professionisti, esponenti della media borghesia ed aristocratici, sistemato in locali eleganti della via Stesicorea, ritenne — di concerto con la «Società I figli dell'Etna» e con la «Società Operaia» di proporre una rosa o lista di candidati. Spiccavano fra essi Antonio Paterno marchese del Toscano, Francesco Tenerelli, Salvatore Di Bartolo, Mario Rapisardi poeta e docente universitario.
Un altro gruppo di candidati veniva proposto dal periodico La Campana, con sottotitolo « Organo del circolo cattolico catanese di S. Pietro», sorto nel 1875 e di chiara matrice clericale. Esponente di questa «lista» era il cav. Giuseppe Paterno Castello di Biscari e una nutrita schiera di professionisti. Le urne furono favorevoli ai candidati appoggiati dalla Campana e di essi furono eletti ben dodici. Dei candidati liberali, patrocinati dalla «Gazzetta», solamente due. E Mario Rapisardi? Di essi risultò il 7° dei non eletti, ottenendo ben 326 voti. Notevole quotazione per un candidato che non ha mosso un dito per farsi votare. Non vi furono, in questa prova elettorale, reazioni del Poeta in opposizione alla candidatura, proposta certamente senza preventivo avviso.
Il carattere difficile ed instabile del Poeta (le crisi esplosive dettate dall'ira si alternavano alle crisi depressive di tipo malinconico, che lo separavano da tutti in claustrale isolamento), gli rendeva la vita ancora più pesante nella scuola, nei rapporti con la stampa (di cui diremo in prosieguo) e di fronte alle candidature, non ricercate ma subite.

Rapisardi aveva già pubblicato Il Giobbe, trilogia, nel 1884, e nel 1886 era in pieno fervore per la raccolta poi denominata Poesie Religiose. Era uscito da un biennio di tormento e di angoscia, iniziato alla fine di dicembre 1883, allorché scoprì la relazione di Giselda con Giovanni Verga, ed attenuato dopo l'incontro e il conforto di Amelia Poniatowski, nuova compagna fino alla morte. I valori dell'amicizia intaccati e corrosi dopo quel trauma; ma nei confronti di due: Calcedonio Reina («Calcidonio, l'amico onde più gode l'animo mio [...]») e Niccolò Niceforo, lontano dalla città ma sempre vicino con la parola scritta, conservò la concezione quasi sacrale dell'amicizia. Un grande amico rimase Giovanni Bovio, docente e deputato.
In quell'atmosfera austera di lavoro, chiuso l'artiere fra i meccanismi del suo laboratorio non più artigianale, tutto era bandito. Nel mondo esterno, nella primavera del 1886 si parlava dell'imminente scioglimento della Camera dei Deputati, che fu poi sciolta il 27 aprile, e delle candidature. Da più parti si avanzò la candidatura di Mario Rapisardi. La proposta per la circoscrizione di Trapani, partì da un gruppo di Marsala con alla testa i giovani fratelli Federico e Vincenzo Pipitone e forse sollecitata o, più verisimilmente, sottoposta ed approvata da Giovanni Bovio, che in tal senso scriveva a Mario da Napoli il 4 aprile 1886 «Portano a Marsala la tua candidatura. Pipitone ti scriverà: lascia fare, non guastare le nostre speranze. A Montecitorio un tuo discorso sarà satannico».

Ma il Nostro non vuol sentirne della candidatura, nonostante le esortazioni dell'amico Bovio. E, per il tramite della stampa amica, comunicava la sua decisione irrevocabile: «Gratissimo a codesta egregia commissione elettorale, che ha proposta e raccomandata la mia candidatura, devo senza indugio dichiarare, che la debole salute, l'insufficienza degli studi, e l'indole mia alienissima da negozi politici mi vietano assolutamente accettare l'onorifica proposta». La dichiarazione apparve nell'Unione defeliciana del 9 maggio, n. 20 (con titolo «Mario Rapisardi non vuol essere deputato»), e reiterata nel n. 21 dell'11 maggio.
Le elezioni si svolsero il 23 maggio e il responso delle urne non fu favorevole alla lista che possiamo definire di sinistra, ma il Poeta — lontano dall'epicentro della lotta — ebbe un ottimo piazzamento con il secondo posto, dopo il marchese Ruggero Maurigi, deputato uscente. Qualcosa di nuovo dovette accadere, dalla dichiarazione di rifiuto alla giornata elettorale, se una diecina di giorni dopo, il 4 giugno 1886, inviava un messaggio entusiastico «Agli elettori della provincia di Trapani». Così esordiva «Raccogliendo 6.260 suffragi sul mio nome, e non ostante la mia pubblica e non certo ritrattabile dichiarazione di non potere assolutamente accettare la candidatura, voi avere provato, che la Democrazia di codesta nobile provincia [...] è degna di vincere, e vincerà». In realtà, dopo la fase di revisione, i voti risultarono un centinaio di più, cioè 6.369. Di questa candidatura, non voluta ma subita, rimane un residuo attivo ossia la composizione poetica «Per la mia candidatura» inserita nel volume Poesie Religiose, pubblicato a Catania nel 1887.
Da Trapani ritorniamo a Catania, dove negli anni successivi altri organi di stampa propugnarono ancora due volte la candidatura di persona che non voleva proprio saperne. A Catania il 10 novembre 1889 si doveva votare per il rinnovo dell'intero Consiglio comunale. Erano presenti diverse liste, proiezioni di altrettanti orientamenti politici ben diversificati (lista liberale progressista, lista democratica capeggiata da Giuseppe De Felice Giuffrida, lista dell'associazione monarchica).
Un periodico La Pietra infernale, con sottotitolo « Giornale custico, frizzante, anticancrenoso», sorto a metà del 1889, nel n. 17 del 2 novembre, presentava nella prima pagina «una lista spoglia di colore politico» e inseriva, fra gli altri, al 38° posto « Rapisardi prof. Mario » (e ripubblicava i 48 nominativi nel n. 18 del 6 novembre). Veloce e puntuale, naturalmente, il rifiuto del Poeta, affidato ad un periodico novissimo La Lotta, «Gazzetta elettorale», che nel n. 3 del 5 novembre 1889 riportava una dichiarazione ispirata da Rapisardi e titolata « I buoni si dimettono». Ecco la parte centrale: «[...] assolutamente ha desiderio di non essere scritto il suo nome in nessuna lista della città; sol perché egli vuol essere lasciato completamente ai suoi studi e all'arte. Anche se venisse eletto da qualsiasi partito, egli non solo non andrebbe una sola volta al Consiglio comunale, ma l'indomani della sua elezione rinunzierebbe recisamente».
Anche il d'Artagnan, il notissimo settimanale diretto da Nino Martoglio, nel supplemento al n. 29 del 25 luglio 1895 — in vista delle elezioni amministrative del 28 luglio — non rinunziò a proporre «la lista del d'Artagnan», e inserendo «Rapisardi prof. Mario» che occupava il 41° posto. Questa volta nessuna reazione.
Una disamina completa dei rapporti con la stampa catanese (e dell'influenza sulla stampa) rivelerebbe un aspetto assai interessante, con acquisizione di nuove conoscenze ed ulteriori collegamenti; tuttavia, essa ha bisogno di un'indagine di ampio respiro e di spazio adeguato, in quanto tali rapporti coprono un arco di quasi mezzo secolo. E la diversificazione nell'ambito di essa ci consente di distinguere: collaborazione con taluni quotidiani e molti periodici, la stampa amica e su posizioni ideologiche affini, e — infine — le testate che sono la trasposizione delle opere principali, ormai famose, a veicoli di diffusione del pensiero rapisardiano. Dopo quest'ampia premessa non possiamo che operare per sintesi e per settori.
La collaborazione alla Gazzetta della provincia di Catania, «Ufficiale per l'inserzione degli Atti amministrativie giudiziari», trisettimanale, che si pubblicava dal 1867, è documentata da una composizione titolata «Versi», dedicata a Francesco Dall'Ongaro, apparsa nel n. 116 del 29 settembre 1869.
Nel maggio 1870 a Catania, dalla trasformazione del settimanale omonimo (o continuazione, con titolo ridotto, del precedente) era sorto il quotidiano Gazzetta di Catania (« Si pubblica tutti i giorni meno il domani delle feste»), su tre colonne, di formato molto ridotto pari a un quarto della pagina del nostro quotidiano La Sicilia, diretto dall'avvocato Nicolò Niceforo, l'amico fraterno di Mario. E la collaborazione di M. Rapisardi vi fu (la collezione ai nostri giorni è molto lacunosa), se leggiamo una lunga recensione all'opera poetica Il Tasso di Sant'Anna (Catania Tipografia E. Coco, 1870) di Lucio Finocchiaro, poi avvocato illustre e deputato di Paterno dal giugno 1904 all'ottobre 1909 (anno V, n. 22, sabato 28 gennaio 1871, p. 2). E così ne L'Italia Artistica (anno I, n. 1, Catania, 26 gennaio 1872), fra i collaboratori letterari troviamo M. Rapisardi e Luigi Capuana. Ritroviamo la sua firma in calce al sonetto « Febbraio» nel Don Chisciotte (anno I, n. 8, Catania, 3 aprile 1881), diretto dal ventenne Federico De Roberto.
E collaborò anche a molti altri periodici, a La Frusta, « Giornale democratico», con un pezzo su Giordano Bruno (anno I, n. 3, 3 luglio 1885), alla rivista Arte con un sonetto (fase. 7-8 del 1885) a L'Etna, «organo dell'Associazione radicale», con «Il canto della ghigliottina» tratto dal Lucifero (anno I, n. 2, Catania 10 gennaio 1892). Altri periodici si occuparono di lui e dell'opera sua, come Il Piccone, settimanale, che nel supplemento letterario dedicava uno studio critico all'ode «Per Nino Bixio» (anno II, n. 1, 5 gennaio e n. 2 del 28 gennaio 1891), o come Per il Popolo, periodico socialista, che nel suo primo numero, in apertura, rende onore al Poeta dell'Umanità e riporta il programma delle onoranze del gennaio 1899 (anno I, n. 1, 22 gennaio 1899). L'Unione, defeliciana, vicina al Poeta, riporta in molti numeri unici dedicati al 1° Maggio versi suoi («Mattinata», versi di M. Rapisardi in «Numero unico 1° Maggio 1893 »).
Non erano però tutte rose, nel senso che molti erano i giornali che lo attaccavano e lo punzecchiavano e lo infastidivano, particolarmente in certi periodi della sua vita, se fu spinto a dedicare nel Canto VIII del Lucifero due ottave a « La babilonia delle gazzette»: «Che d'oro ingorde e a chi più paga addette/Ebber dal prezzo lor nome gazzette».
Un gruppo a sé stante nel vasto panorama delle riviste, è costituito dalla stampa che si ispirava al suo pensiero, mutuando man mano da una sua opera la testata, additandolo come profeta e caposcuola. Nel 1884 — Rapisardi ha appena quarantanni — la prima serie di Lucifero, «rivista scientifico-sociale», «tipografia Nazionale, in fol. di 4 pag. » (la scheda fu compilata dal bibliografo Orazio Viola nel suo Saggio del 1902, ma oggi non troviamo traccia di essa nelle Biblioteche della città).
Nell'ultimo decennio del secolo furono tre le riviste all'insegna rapisardiana. Giobbe, «Politico, letterario, teatrale» (anno I, n. 1, 27 giugno 1891), che nel «Programma» si ispira al positivismo di Augusto Comte e a M. Rapisardi, che a sua volta «ispirato a questi grandi princìpi, scrive l'immortale suo poema il Giobbe, vasta concezione che esprime l'arte, la scienza e la politica moderna». Dando vita al settimanale, la redazione, costituita da un gruppo di «riconoscenti discepoli», «invia all'illustre cantore del Giobbe un affettuoso saluto».
Nel 1894 ancora Lucifero, «rivista politico-sociale», che visse nel biennio 1894-1895. Della seconda serie rimane, purtroppo, un solo numero: anno II, n. 2, 7 aprile 1895 (Biblioteca Civica e Ursino Recupero). Infine una rivista di ampio respiro, in vita dal novembre 1898 al novembre 1900, che usciva con assoluto rispetto della periodicità quindicinale: Palingenesi, « rivista letteraria», diretta da Antonino Campanozzi, pubblicista, poi avvocato e nel 1909 deputato, vissuto fino al 1960.
La rivista pubblicava, in anteprima, prose e poesie di M. Rapisardi, inediti di Giovanni Bovio, ma era aperta ai contributi di esponenti di estrazione diversa, come i due sonetti di Gabriele D'Annunzio ospitati nel n. 7 dell'agosto 1900 (così come plaudiva, nel maggio 1899, alle «Onoranze a Gabriele D'Annunzio», dedicandovi due pagine di adesione).

Siamo all'ultimo decennio di vita. Rapisardi si trascinava stancamente, al punto che per la malferma salute deve interrompere, e poi cessare, le lezioni all'Università; sicché dal 1903 fu nominato un supplente, in persona di Giovanni Melodia, palermitano. La domanda, con la richiesta del supplente, doveva essere presentata dal docente al preside della Facoltà entro i termini stabiliti. All'inizio dell'anno accademico 1904/05 Luigi Capuana, Preside della Facoltà di Lettere e filosofia, con biglietto del 30 novembre 1904, ricordava garbatamente rivolgendosi con il «Lei» accademico al docente: «Illustrissimo Professore, La prego di sapermi dire se Lei riprenderà quest'anno il corso regolare delle sue lezioni; o se la Facoltà deve provvedere alla supplenza. Con profondo ossequio».
Era trascorso già il biennio di aspettativa, il massimo consentito dalla legge per gravi motivi di salute, e non era possibile trovare in sede un espediente valido per oltrepassare i limiti imposti dalla normativa vigente. Al ministero della Pubblica Istruzione erano orientati a pensionare il Poeta per raggiunti limiti di età ma nel 1905 l'intervento energico dell'amico on. Giuseppe De Felice Giuffrida e dell'on. Edoardo Pantano valse a scongiurare il pensionamento anticipato, sicché il Rapisardi potè conservare la titolarità della cattedra (con stipendio ridotto), fino alla morte (avvenuta durante l'anno accademico 1911/12).
Nessuna sorpresa, quindi, sull'immediata adesione del Poeta alla richiesta di De Felice per un contributo, anche minimo, da pubblicare nel quotidiano da lui diretto, in occasione del 1° Maggio 1910. «Roma, 24 aprile 1910. Illustre Amico, le sarò grato e riconoscente se vorrà mandarmi un verso, una frase o una parola, pel numero del 1° Maggio del Corriere di Catania. E la ringrazio».
Nell'ultimo anno di vita riceveva ancora qualcuno, ma ciò avveniva sempre più raramente. L'ultima visita nel ricordo di Giuseppe Villaroel, allora poco più che ventenne: «L'ultima volta che lo vidi era infermo da tempo. Affondato nella poltrona, con una coperta sulle gambe, pigolava. Cèrea la faccia smagrita, grigi e radi i capelli lunghi riversi sulle spalle, scarne e ossute le mani. La Poniatowski (l'affettuosa compagna che lo assisteva) entrò piano piano, gli pose sul tavolinetto, ingombro di libri e carte, una tazza fumante; e scomparve. 'Come state, maestro'. 'Parliamo d'altro ', disse, [...] » (G. Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Rocca San Casciano, 1954, p. 78).
Nel dicembre del 1911 l'aggravarsi della malattia fece temere imminente lo spegnersi della lampada della vita, sempre più fioca; ma la morte sopraggiunse nelle prime ore del pomeriggio del 4 gennaio 1912. I funerali, con la partecipazione di una folla immensa, avvennero in una giornata apocalittica ed indimenticabile di quel gennaio; riportiamo lo svolgersi di essi nella «ricostruzione» pittoresca e surrealistica di Antonio Amante (allora Antonino Rapisarda, dodicenne): «I funerali ebbero luogo in un pomeriggio da cataclisma; soffiava un furioso vento; la pioggia cadeva torrenziale; la città era allagata d'acqua di cielo e di mare; sardine e passeri venivano raccolti, morti o storditi, in Piazza del Duomo; la salma del Poeta, adagiata sulla carrozza del Senato [...] andava dondolandosi alla mercè delle raffiche nel Corso Stesicoro zeppo di popolo bagnato fradicio e in lagrime».

« Lucifero si è scatenato » commentava la plebe pia; e gli atei rispondevano in coro: «È la natura che si veste a lutto per la perdita di un sì inclito figlio». «[...] e fu al cospetto di tanto sinistro spettacolo, d'Apocalisse, che composi il mio fatidico sonetto, [..] » (A. Amante, Figlio del Sole, Milano, 1965, p. 463).

 Sebastiano Catalano (La Sicilia, 1984)

sabato 12 novembre 2016

Celebrazioni per il centenario della morte di Luigi Capuana

Malìa - aspettando che qualche "buon santo" si decida a riproporla in Sicilia, volendo anche a Bologna...    :) prima che io muoia.



Celebrazioni per il centenario della morte di Luigi Capuana -Teatro Sangiorgi

- Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania - E.A.R. Teatro Massimo Bellini - Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale

"Letteratura e musica al tempo di Capuana"
Introduzione
Maria Rosa De Luca e Rosalba Galvagno
Concerto
Giuseppe Senfett, pianista
musiche di Francesco Paolo Frontini
Letture
Angelo Tosto
Catania 11.11.2016

"la storia di Malìa" Letture di Angelo Tosto


Giuseppe Senfett in fantasia per pianoforte dell'opera Malìa.



venerdì 21 ottobre 2016

Malìa


Malìa è un'opera in tre atti di Francesco Paolo Frontini, su libretto di Luigi Capuana.

La prima rappresentazione avvenne al teatro Brunetti (oggi Duse) di Bologna, il 30 maggio 1893.



Malìa ha questo grande pregio indiscutibile, di essere una fonte preziosa alla quale si può attingere, se si vuole conoscere veramente l'anima musicale siciliana, di cui Francesco Paolo Frontini è il più degno rappresentante.
Piantai un fiore nel mese d'aprile,
Nel maggio mi sbocciò rosso avvampante ;
Quel fiore siete voi, donna gentile,
Fioriste nel mio cor, donna galante.
COLA - atto I scena V
L'ultimo decennio del secolo diciannovesimo — definito per antonomasia la primavera della nuova arte musicale italiana — passa oggi quasi inosservato.

Quella certa stabilità che allora pareva dovesse conservare l'arte musicale italiana fino alla meravigliosa evoluzione verdiana, sboccò tutto a un tratto in un verismo provinciale che, secondo valutazioni errate, avrebbe dovuto essere il punto di riferimento di una nuova concezione dell'arte e quindi di una nuova estetica musicale.

L'influenza mascagniana aveva fatto passare quasi inosservato l'apice della ascensione artistica diGiuseppe Verdi, perchè il « fattaccio » di cronaca quotidiana aveva cominciato a stendere un velo di incomprensione sul significato altissimo dell'ultima parola verdiana.

La divergenza verista affiorata improvvisamente sul decadentismo ottocentesco, trovò contro la sua spinta iniziale una corrente opposta nell'impressionismo che già aveva cominciato a far capolino, riuscendo poi a travolgere anche quel po' di Wagnerismo rimasto latente, malgrado l'infiltrazione incontenibile e la base solida che si era ormai costruita in Italia.

Cosicché all'inizio del ventesimo secolo vediamo scomparire non solo la parentesi verista, ma anche il pericolo teutonico a base di leitmotiv e di pesantezza sonora.

La conseguenza fu naturalmente questa, che l'ultimo slancio di ispirazione del genio di Verdi non trovando motivo di paragone con la nuova concezione musicale dell'ultimo decennio non completamente sviluppata ma allacciandosi al giocondo spirito rossiniano, rimase senza eco, mentre la nuova corrente che faceva capo a Mascagni di Cavalleria scompariva completamente nel giro di pochi anni e con essa, venivano anche a mancare i tentativi dignitosi di Giordano, di Cilea, ecc.

Ma il periodo, per quanto di breve durata, ebbe allora frutti insperati e conserva tuttora, dopo il trapasso dei tesori nascosti.

Il verismo sulla scena aveva fatto accapponare la pelle a quella parte di pubblico italiano meno adusato alla violenza del carattere e più incline alla irrealtà sdolcinata, cosa del resto che è nella stessa essenza dell'arte musicale.

Ma nelle regioni meridionali dove l'elemento ideale è tutto intessuto di tragicità e di violenza, il verismo trasportato sul palcoscenico, centuplicava la sensazione della realtà, riuscendo a trascinare e a conquistare la massa.

E se si riflette che l'anima popolare del mezzogiorno canta per istinto, per natura, per necessità dello spirito, ben si deduce che un'arte basata su elementi melodici, folkloristici e passionali è forse l'unica che risponda alla comprensione di quel popolo.

Arte regionale, ne conveniamo pienamente, ma arte nel senso assoluto della parola, arte che sa scegliere i sentimenti più reconditi, che sa dire una parola propria, che sa trascinare.

Pensavo a tutto questo rileggendo quel mirabile finale, secondo di Malìa la bella opera di F. Paolo Frontini, la scena cioè in cui tutti gli elementi tragici, passionali, idealmente amorosi e superstiziosamente violenti, culminano nella maledizione estrema al simulacro della Madonna, trascinato sotto le finestre di Jana dal popolo devoto.

Grido infernale e di dannazione, schianto angoscioso di follia insana contro la fede immensa che sovrasta sul cuore dei popolani, muti dinanzi al mistero della Divinità.

Scena di verismo crudo, brutale, che è però fatale conseguenza di passione soffocata, annientata dalla inesorabilità del destino, che si accanisce contro un'anima fragile, sensibilissima.

La musica coglie appunto il senso più dolce della tragedia umana e descrive il tumulto delle passioni in un canto che si snoda a sussulti e a singhiozzi e a frasi larghe di disperazione e di violenza in cui però predomina sempre il cuore.

Il popolo siciliano è unico nell'offrire questo strano contrasto di dolcezza tragica e violenta !
C'è forse bisogno di ricorrere al pletorico, all'assordante, a tutti i mezzi di cui dispone la scienza per descrivere il dramma che si compie in un minuto?

L'anima siciliana si ribella alla confusione: semplice, lineare, tanto nell'intrecciare un idillio quanto nel concludere una partita « d'onore », ha bisogno solo di chiarezza e di comprensione.

L'arte deve essere la sua, i canti devono essere i suoi, l'espressione deve dire tutta la forza del sentimento che si nasconde nel cuore per il quale sentimento non ci sono finzioni, ne restrizioni, ma deve svolgere puro e semplice Verismo.

Ecco perchè il fortunato tentativo mascagniano di portare sul teatro di musica il rapido dramma diGiovanni Verga trovò salde e profonde radici nel mezzogiorno, dove parve sollevare d'un tratto un'ondata di passione ardente.

Ma la concezione frontiniana, se si riallaccia per un momento al tentativo verista, si distacca profondamente, come essenza e come idealità, da tutto ciò che di caduco e di convenzionale si trova inevitabilmente in questo genere.

Per capir questo, bisogna partire da un punto di vista completamente diverso di quello di coloro i quali trovarono una facile via di ispirazione in una espressione artistica, che sembra a prima vista accessibile anche ai più refrattari.

La descrizione della vita vissuta e l'estrinsecazione dei sentimenti che si agitano, può suggerire è vero, mezzi facili di espressività artistica ma trascina spesso al convenzionalismo volgare e insufficiente per assurgere a dignità di arte; convenzionalismo del resto, che rimane confinato in un vicolo cieco senza speranza di espansione e di conquista.
Ma nell'arte di F. Paolo Frontini, oltre alla sincerità evidente di una ispirazione non contagiata da influenze discutibili, abbiamo elementi tali di coloriti regionale e slanci di passionalità tutta siciliana, da farci considerare la sua Malìa non alla stregua di altre opere dello stesso genere ma, presa isolatamente, come il prodotto più spontaneo di un'arte tipicamente genuina.

La semplicità dei mezzi di espressione è la sola che potesse mettere in rilievo tutta la forza di ispirazione, che si rivela in una linea ininterrotta di melodicità veramente sentita; l'elemento folkloristico, di cui è tutta imbevuta quest'opera d'arte aggiunge al pregio della spontaneità un valore intrinseco come esempio tipico di arte regionale, e il dramma della superstizione e dell'amore accentua quel senso di umanità che sulla scena ogni tanto non fa male.

E' inutile cercare nella musica di F. Paolo Frontini la dissertazione, la ricercatezza studiata, la pedanteria accademica, la confusione, la stiracchiatura fatta coi denti.

Tutta la sua produzione, dai piccoli componimenti per pianoforte all'«opera», reca un'unica impronta.

La fonte di ispirazione è una sola, come unico diventa il mezzo di tradurre in espressione sonora il senso ultimo della propria spiritualità.

Il tragico e l'idilliaco sboccano sempre in frasi melodiche che traducono l'affanno e la calma. 
La concitazione è melodia, come è melodia l'amore. I sussulti nervosi, isterici, non diventano pesantezze armoniche o pletoricità orchestrali: contrasterebbero non solo con la natura dell'artista ma sarebbero in contraddizione col folklore siciliano.

Malia, nella sua veste semplice e tipica trascina alla meditazione e, per chi sente scorrere nelle proprie vene tutto il calore del sangue generoso, par che il profumo di zagara si espandi nell'aria come per mitigare la nausea della caducità delle cose di questo mondo.
Ma c'è l'ammonimento severo, ed è questo, che se l'arte di Scarlatti o di Vincenzo Bellini diventò arte nazionale, anche l'opera folkloristica può offrirci un motivo di evoluzione e un modello sincero di espressione spirituale popolare.

Se non fosse per tutto quanto e stato detto avanti, Malìa ha questo grande pregio indiscutibile, di essere una fonte preziosa alla quale si può attingere, se si vuole conoscere veramente l'anima musicale siciliana, di cui F. Paolo Frontini è il più degno rappresentante.

Nella evoluzione che si compie ineluttabilmente, soltanto l'oblio è imperdonabile nelle cose belle



giovedì 26 maggio 2016

"GARIBALDI A ROMA" del giovane Mario Rapisardi ed.1862




— E tu Roma sarai! — Me'l disse Iddio
Là su le vette a l' immortal Parnasso ;
In un turbine avvolto m' apparìo ,
E il fulmine fremea sotto al suo passo.
— Colui lo vuol, che l'onde avverse aprìo,
Che Gedeòne armò d' Orebbe al sasso!—
E pe' fianchi del monte irti, e le chiome
Si fece un tuono, e mugolò il suo Nome.
— Deh! ma quando sarà l'ira sopita,
Quando si spezzerà l' indegno avello,
E Libertà di lagrime nudrita
Sul Quirinale avrà trono, ed ostello ?
Quando chi diede a Italia allori, e vita
A l'Italo potrà dirsi fratello ?—
E irato il ciel tuonò. Su le fugaci
Penne de'venti intesi—Adora, e taci! —
E tacqui, ed adorai. Levossi un nembo
Allor per l' etra tempestoso e nero,
E vomitò da lo squarciato grembo
Un' Arcangelo in forma di guerriero.
D'un crociato Vessìl vestiva un lembo,
E di folgori avea spada, e cimiero.
Venne, vide la tomba, e il Campidoglio,
E a l'Italia gridò—Questo è il tuo soglio! —
E la Lupa ululò per l'aer cieco;
E l'indegna affrettò ferita il volo;
E fuggì, come nube orrida, seco
Di fameliche arpìe lungo uno stuolo.
S'udì allor su le cento ale de l' eco:
— Surto è Quirino, ed è possente E' solo! —
E fu un' alba per tutto; e umile e pio
Un canuto gridò —Pietro son' io ! —
                                                           Agosto 1862.

Tratto da 
ed. Crescenzio Galatola 1863 - con dedica autografa dell'autore al nobile letterato catanese Gaetano Ardizzoni.     (raro)

martedì 8 marzo 2016

"Chanson Sicilienne" di Giuseppe Senfett, tratto da Album de morceaux favoris di Francesco P. Frontini.

è disponibile l'album "Chanson Sicilienne" di Giuseppe Senfett, tratto da Album de morceaux favoris di Francesco Paolo Frontini.


1) GONDOLA BRUNA
2) PAGINA D'ALBUM
3) SERENATA ARABA
4) MENUET
5) RETOUR AU VILLAGE
6) CHITARRATA SICILIANA
7) CAPRICIEUSE
8) CHANSONNE SICILIENNE
9) CONFIDENCE AMOUREUSE
10) DESIR D'AMOUR
11) ULTIMO CANTO
12) BERCEUSE   
 qui



domenica 24 gennaio 2016

Introduzione allo studio della letteratura italiana discorso letto nella R. Università degli studi di Catania dal prof. M. Rapisardi 1871


Il concetto che della scuola aveva Mario Rapisardi è molto diverso da quello che hanno i più, che scambiano l'insegnamento con un qualunque mestiere.

Egli pensava che la scuola è un istituto di massima importanza nella vita pubblica, che essa deve essere fucina di valori morali e palestra di educazione delle giovani generazioni, riteneva che la scuola non può essere estranea alla vita, se di essa non si vuol fare un esercizio di espiazione ovvero un museo di fossili.



I.
Chi vuol cominciar bene, incominci da Dio. Adottiamo il precetto da buoni credenti, e coroniamo di rose e di mirto gli altari inconcussi della nostra divinità.
Il nume che invochiamo non si chiama Jéova o Sabaòtte, Eloa o Brama, Osiride, o Giove ; non si chiude nei misteriosi tabernacoli di un tempio; non si asconde nei gelosi recessi del firmamento; non abita i monti o le foreste circondato dalle tregende di Teuta, o assordato dai timballi di Bacco. Va libero e sublime per le vaste regioni dell' aria e della luce, e all' aria ed alla luce si mesce, ed è luce ed aria dell' anima e della vita; spazia pei campi della terra e domina popoli ed età: — vario sempre ed uguale, debole a un tempo e onnipossente esso agita e dispone le universe cose della natura, scuote e commuove l'urna delle nostre sorti, e regge ed intreccia il filo secreto di tutte le umane azioni. Voi l'avete già indovinato : esso si chiama 1' Amore.
« Omnia vincit amor, et nos cedamus amori ! » Come potremmo noi ragionar dell'Arte, senza trarre gli auspicii dall' Amore, questo divino generatore dell' Arte, e primo ed onnipossente artista dell' universo ? — Voi lo sapete, o Signori : l' anima umana è come un cembalo chiuso : il pianista dell'anima è l'Amore; esso sveglia i sentimenti e le facoltà nostre come l'aria sveglia le virtù dei fiori ; e non solamente li sveglia e li prova come l'artefice amoroso il suo caro strumento, ma li modifica altresì e li corregge, e le anime più schive riduce al sentimento del Bello e al culto divino della Verità.
Perocché l' Amore, come irrequieto desiderio dell' assoluto ed eterno mediatore fra lo spirito e la natura, non può, per essenza sua, altrimenti manifestarsi se non come un vuoto indefinito ed immenso che s'apre nell'anima e nella natura, come una innata e necessaria contradizione fra il mondo corporeo ed il razionale. Cosicché mentre si mesce come potenza consciente ed ordinata nelle incontaminate regioni dell' ideale, egli soffre e gode, ride e piange con l'umanità ; è cieco ad un tempo e veggentissimo, è istinto insieme e coscienza, è finito ed infinito al punto istesso, e tiene fra le mani una misteriosa catena, il cui primo anello si perde nell' estasi luminose dello spirito, e si sprofonda l'altro nelle torbide voluttà della materia.
Or siccome egli desidera o di conoscere, o di contemplare, o di realizzar l'assoluto, ed è religione, arte, o filosofia, secondo che egli crede, pensa, o sente ; così la ragione, il sentimento e la fede costituiscono il triplice campo su cui si esercita la sua potenza; e la religione, l'arte e la filosofia la triplice destinazione di tutte le umane facoltà.

II.
E simili a tre virgulti nati dallo stesso tronco, cresciuti sotto la stessa temperie di cielo, alimentati dalle stesse rugiade, intrecciano e confondono le radici e le frondi, ingombrano ed usurpano lo stesso spazio di terra e rubano al sole lo stesso raggio di luce; la religione, la scienza e la l'Arte hanno fra di loro di tali attinenze e connessioni nell' ordine razionale, si alterano e si modificano in guisa nell'ordine storico, che non si può contemplare ed investigar 1' una senza incorrer naturalmente nell'altra; non si può determinare e circoscrivere il campo di questa senza descrivere, o rasentar per lo meno i domimi e le regioni di quella.
Nel mondo orientale, per esempio, la religione assorbisce la vita. La filosofia non è che lo studio della natura e degli attributi di Dio; l'Arte la gigantesca e bizzarra manifestazione dell' infinito. E l' arte, la scienza, lo stato, la civiltà, la libertà, e la personalità umana tutto viene annientato dinanzi l' inerte e malinconica contemplazione dell' assoluto.
In Grecia al contrario: la religione diventa la creatura e l'ancella dell'Arte. Giove esiste finché sa prestare immagini al pittore, allo scultore, al poeta. Omero, Zeusi e Polignoto facevano senza saperlo la causa della religione. Che importa che Mercurio sia il protettore dei ladri e si faccia messaggero d'amore? Egli è snello e leggiero come un uccello; i suoi splendidi talari percorrono il cielo e la terra con la rapidità del baleno ; le sue forme sono eleganti e leggiadre e si prestano mirabilmente alle concezioni dell' artista: Fidia lo scolpisce, la Grecia lo adora. Perchè ricordare che i sacri penetrali d' Aniatunta e di Pafo siano talvolta polluti dal furtivo abbracciamento delle sacerdotesse di Venere; che Venere istessa presieda alle intemperanti voluttà dei suoi devoti, che essa sia debole ed imbelle da tollerar le ingiurie dei mortali e fuggire spaventata e ferita dinanzi al selvatico sdegno di Diomede? Ella è sorta candida e fresca dalle feconde spume del mare; il suo cocchio di madreperla tirato dalle innamorate colombe dell' Erice scivola leggero leggero sulla tersa e trasparente superficie dell' acque; le Grazie intrecciano le candide rose di Cipro alle morbide a-nella delle sue chiome, ed ella saetta col raggio delle sue pupille tutto ciò che vive nella terra e nel cielo.
« Te dea, te fugiunt venti, te nubila Coeli « Adventumque tuum, tibi suaveis daedala tellus « Summittit flores, tibi rident aequora ponti, « Placatumque nitet diffuso lumine Coelum.
Che importa infine che Aspasia sia una cortigiana ? Essa è bella, e Socrate va ad apprender da lei i delicati lenocinii della parola, e a dischiuder l'anima alle serene contemplazioni della bellezza. Chi domanda se Frine abbia fatto traffico del suo pudore ? I suoi giudici umiliano la fronte severa innanzi alle sue mirabili nudità; le sue forme bellissime si ritraggono nelle tele e nei marmi dai più famosi artisti del tempo; ella merita un posto nel tempio di Delfo : Astrea si è fatta serva di Venere; la bellezza si adora nel tempio istesso della Verità.
Cosicché, mentre nell' India e nell' Egitto gli uomini si studiarono con ogni mortificazione di innalzarsi fino alla Divinità, i Greci vollero a ogni costo che i loro Numi lasciassero l'Olimpo per assistere ai loro giuochi, alle loro cene, ai loro sagrificii, partecipar dei loro godimenti, delle loro debolezze, delle loro sventure. Alle piramidi d'Egitto e alle catacombe d' Elefanta, s'oppose il Portico e il Partenone; al Mahabarata l'Iliade, alla dottrina dei Veda la filosofia di Platone. - Ma tornò la stagione che la fede dovea riassorbire la scienza e la vita. Sulle rovine del mondo Romano erasi piantato il simbolo d'una croce : il gemito dei martiri era uscito dal seno delle catacombe di Roma.
E come ai tempi antichissimi di Pittagora e d'Empedocle la filosofia avea preso, il no-me di teurgia, e la verità della scienza ebbe mestieri del manto dell' aruspice e del sacerdote per esser inculcata ai contumaci mortali, così dileguata dopo il mille, la stolta paura dell' ultimo giudizio, la scienza, volendo pur tornare all'antichità, non seppe altrimenti liberarsi dall' incubo delle nuove credenze che dandosi in braccio ad una nuova foggia di filosofare; sciagurato fornicamento della scuola e di Dio: due autorità invece d'una: quella di Cristo e quella d' Aristotile.
Come poteva l'Arte non risentire gli effetti di quel mostruoso connubio ? La scolastica invase le sue regioni ; la poesia s'addormentò fra le acute sottigliezze degli Arabi per esser più tardi svegliata dalla procace serventesi dei Provenzali ; l' architettura rivolse al cielo il suo sesto acuto, innalzò la cima dei suoi campanili come per portare a Dio la voce più vicina della preghiera; e per uno scambio di parte assai singolare, chi seppe adoperar bene o scalpello e la squadra, scriver poemi ed alluminar cartapecore meritò d'essere assunto alle prime dignità ecclesiastiche : 1' arte di pinger tele, e di scriver versi diventò un ramo della liturgia.


III.
Ma l'Arte non potea viver lungamente nelle scuole e nei chiostri : essa non si compiace di riposo e di calma, non s'alimenta per natura sua di silenzio e di solitudine, ma vive e soffre e s' agita nella società.
Per questa e non per altra ragione si è considerata sempre come un apostolato ; per questo ha avuto i suoi persecutori e i suoi martiri, è stata chiamata col santo nome di religione, e sacerdoti ed istitutori di civiltà sono stati detti i poeti e gli artisti, i quali educando per mezzo dei sensi il pensiero, temperando le opinioni mediante gli affetti, hanno evangelizzato il bello ed il vero in tempi e fra popoli ad ogni bellezza avversi e nemici d'ogni verità. A studiar dunque 1' arte completamente sarà d'uopo investigar non solamente i rapporti e il legame, che essa ha potuto avere con le istituzioni sociali, ma il movimento che ha impresso alle nazionalità delle genti, e il ministerio ch'essa ha esercitato di fronte agli ostacoli di tempo e di luogo, e le lotte sostenute col pregiudizio e con la schiavitù, e le misere condizioni a cui 1' hanno talora obbligata o la falsa protezione dei principi o la maligna lusinga della popolarità.

IV.
Or perchè 1' Arte sia veramente sociale, ed eserciti una visibile influenza sui nostri destini, bisogna anzi tutto che sia vera. Ep-però è mestieri che essa attinga ispirazione dalla natura, e tragga argomento dalla realtà della vita.
Studiando il reale, noi sfuggiremo a quel falso e malinteso manierismo, che vorreobe ridurci alla semplice ed immediata espressione dell' ideale e tutto il bello riporre nella spiritualità; come penetrando nei recessi misteriosi dello spirito sapremo sollevarci dalla gretta imitazione della realità. L' Arte,' come l'umana natura, partecipa insieme del finito e dell' infinito. E se l'anima sua è l'idea, la forma è la sua naturale e necessaria sensibilità. Da ciò scaturisce che il culto della forma non è studio di pedanti, e che la perfezione della creazione artistica risiede nell' e-satto contemperamento dell' espressione e del contenuto.
E siccome lo stato naturale dell' uomo è la società, e l' umana personalità solamente si completa e si svolge nello stato sociale, così l'Arte ha da studiar l'uomo negli uomini, investigar negli uomini, e non nei libri, le tendenze, le aspirazioni, i costumi, i vizii e le virtù d'una nazione e di una civiltà. Il (...)
del tempio di Delfo sarà il motto della nostra bandiera.
Non rivolgeremo soltanto lo sguardo sulle orme impresse dalle generazioni mortali sulla faccia della terra, ma spingeremo il volo dell'anima attraverso i veli dell' avvenire; non canteremo la nenia sui trapassati, ma intuoneremo l'inno della redenzione. A questo patto noi saremo degni della nostra missione, divideremo i dolori e le speranze dell' epoca nostra, riusciremo insomma ad una vera e civile utilità.

V.
Nè l'utilità  dell' Arte è semplicemente morale.
A voler porgere orecchio a certi pregiudicati detrattori delle arti liberali, noi dovremmo vergognarci di attender seriamente allo studio di esse e di sprecare il nostro in gegno e la nostra fatica intorno ad un futile e quasi fanciullesco esercizio, in questo secolo segnatamente che tutto il lustro e la gloria sua ritrae addirittura dalle macchine, e dagli internazionali commerci ogni ricchezza ed ogni prosperità
Si parla degli Spartani, che non vollero sentire nè d'arti, nè di lettere, e i loro mobili fabbricavan con l'ascia, secondo le prescrizioni di Licurgo, e ogni merito della parola facean consistere nella concisa espressione del necessario. S'invoca l'autorità di Platone, il quale, non a caso, volle dalla sua repubblica bandire i poeti, razza di superbi e di vagabondi che vivono nell' ozio o nella mollezza, e deviano le menti degli uomini dall'esatto apprezzamento della serietà della vita. Ma noi proveremo che le Arti risvegliando il senso del bello, educando il gusto del popolo, giovano mirabilmente all' industria, abbelliscono le nostre manifatture, danno rinomanza alle nostre mode, ordine e varietà alle nostre vie, ai nostri edificii, ai nostri giardini.
Che 1' Attica il suo massimo splendore e la massima ricchezza ritrasse dall' Arte ; dall' Arte acquistarono reputazione e valore gli antichissimi figulini d' Etruria, i grafiti tosca-nici, le pietre dure di Roma, i vasi di Arezzo e gli alabastri di Volterra, i vetri soffiati di Murano e i mosaici di Venezia.
Che un quadro insomma, una scultura, un poema, non è, come volgarmente si dice, un valor morto ed improduttivo ; che gli artisti e i poeti non sono dei consumatori soltanto, ma dei produttori; che essi non producono esclusivamente dei valori morali, ma dei materiali, non solamente gentilezza di costumi e progredimento di libere istituzioni, ma delle cifre rispettabili. Che le gallerie di Roma e di Firenze non danno meno d'una fabbrica Qualunque di Manchester e di Lione, e le ditte Michelangelo Raffaello e C. danno forse qualcosa di pi delle speculazioni più ardite di qualunque borsaiuolo del giorno (Dall'Ongaro).

VI.
L' Arte dunque è bella, è vera, è sociale, è utile.
Ma se l'incarnazione del bello nel vero suppone una serie di evoluzioni e di sforzi, che noi diremo intrinseci e primitivi, e concernono l'impulso dell' idea infinita verso la sua coerente e determinata esteriorità, così quando l' espressiene è trovata e vuole inculcarsi nel campo della vita reale, essa non può non venire in collisione con tutti i pregiudizii e le colpe sociali, e tanto più troverà ostacoli da sormontare, e battaglie da sostenere quanto meno la società, nella quale si svolge, sarà ordinata secondo le norme naturali, e le leggi razionali del diritto.
Io non cercherò quindi ingannare ed illudere le giovani menti intorno ai triboli della nostra carriera; nè dissimulerò come l'esilio e la sventura, e l' abbandono dei mortali e la povertà siano spesse volte la ricompensa del più generoso ed incorrotto sacerdozio dell' Arte.
Ma dal seno della solitudine e del dolore, dall' invidia stessa o dall' indifferenza degli uomini sorgerà pur sempre il raggio d' una speranza, il sorriso d'una consolazione, la certezza d' un gaudio o d' un riposo. Alle contese ed invidiate contemplazioni del Bello, alle vigilate cure di realizzarlo nel mondo terrà sempre dietro quella dolce e serena fiducia nella nostra coscenza, che mai le anime gentili non abbandona; e ai dolori della miseria e delle infermità, ai sacrifica per l'arte pazientemente e con forte animo tollerati, renderà piena e solenne giustizia il tempo e il pentimento dei mortali e la gloria del nome e la ricchezza della fama avvenire:
« Solve metus ; feret haec aliquam tibi fama salutem !

VII.
E la società, giova bene sperarlo, andrà sempre più migliorando le sue condizioni, e con essa miglioreranno le condizioni e le sorti degli uomini di lettere e degli artisti. I quali non saran più costretti a viver derelitti e meschini, o a cercar un aiuto e un riparo nella protezione dei grandi : bivio funesto e non meno pericoloso per tutti; da poichè se la miseria affatica gli animi e isterilisce gli affetti e la fantasia, e pochissimi sono coloro che sanno resistere alle sue tremende agonie; la protezione infiacchisce ed umilia gl' ingegni, stempra il carattere e corrompe il cuore, ci toglie la coscenza degli altri e di noi, c' incatena alla menzogna, ci prostituisce nella servitù.
Noi non cercheremo dunque la protezione della ricchezza e della potenza, nè ci ostineremo per questo nella povertà, come quelli che siamo convinti, che gli agi e le sostanze dignitosamente acquistate ed usate con animo temperato e prudente, anzichè invilire la nostra missione, giovano più che altro alla indipendenza del nostro istituto, alla libertà delle nostre opinioni e alla sdegnosa condotta della nostra vita.
Noi non crediamo che la povertà abbia ad essere la miglior palestra del filosofo e il retaggio fatale dell' artista, anzi stoltissimo di tutti gli uomini abbiamo sempre tenuto Diogene, avvegnaché tutto il pregio e le consolazioni dell'umana filosofia non consistono nell' astenersi dai piaceri della vita, ma sì nel modo di saperli padroneggiare; e sostenere con animo abitualmente impassibile i disinganni e le avversità sia molto più agevole per avventura che non sia il rivolgerle a nostro morale avvantaggio e il trarne argomento a generosi ammaestramenti, e a fortezza d' animo ed incitamento a virtù.

VIII.
Scendendo poi ad un ordine più ristretto e ravvicinandoci particolarmente allo studio dell' arte letteraria, noi non potremo esentarci dal dimostrare la naturale attinenza fra le arti tutte, di cui quelle della parola sono una singola espressione e un aspetto. Un' espressione sì ed un aspetto, ma il più complessivo per avventura e sintetico. Poiché la poetica, come più libera ed immediata manifestazione dell' assoluto, abbraccia e comprende le principali modalità delle altre arti e può offrire contemporaneamente al pensiero lo spettacolo dei momenti diversi dell' intuito : il passato e il presente, il tempo e lo spazio, l'avvenire e 1' eternità.
Quando la letteratura degli studii superiori e delle università fu voluta ridurre ad un superficiale ed ozioso esercizio di rettorica e d'umanità, bastava esporre più o meno diffusamente le regole del bello scrivere, annoverare con più o meno di scrupolo le figure così dette di parola o di pensiero, leggere o commentar Petrarca a documento incontestabile della loro patavinità, invocar l' aiuto del P. Segneri o del P. Bartoli (padre sempre, già si intende), masticar qualche verso latino d'Orazio a foggia d'agnus dei, e impartire infine la , santa benedizione a solenne remissione dei peccati di pensiero o di parola, come le loro figure, che gli scolari avean potuto commettere fra una tentennata di capo ed un sonoro sbadiglio.
Per noi, o signori, lo studio della letteratura è tutt' altro. Io mi sarei vergognato di salir questa cattedra, se non avessi assunto con me stesso l'impegno di dimostrarvi, come la letteratura non sia semplice studio di forma ma di concetti, non di soli libri, ma di uomini, non maestra di lambiccate eleganze e di provocanti civetterie, ma solenne istitutrice di popoli ed esempio di virili costumi e documento infallibile di civiltà.
Per la qual cosa, mentre noi rivolgeremo le nostre cure all'investigazione delle forme differenti delle arti della parola, non trasanderemo di studiar l'armonia che tutte le obbliga ed affratella ; mentre discorreremo i principii e la storia gloriosa dell' arte nostra, noi andrem ricercando le più o men visibili influenze esercitate dalle antiche letterature e dalla lingua greca e latina sull' indole della nostra lingua e sullo spirito della nostra letteratura; mentre studieremo le glorie e gli errori, le vergogne e i trionfi del nostro passato, disporremo l'animo e l' ingegno alle più strenue battaglie dell' avvenire.

IX.
Or siccome lo studio delle diverse forme letterarie, s'incontra non solo ma s' intreccia intimamente con la storia dell' Arte, così noi combineremo la storia della nostra letteratura a quella delle differenti manifestazioni di es-, sa: coordineremo la storia delle grandi, produzioni artistiche a quella dei principii regolatori del bello ; uniremo sotto la medesima categoria nomi ed opere di diversi tempi e scrittori, e lasciamo volentieri a tutti altri la gloria dei sincronismi e delle biografie. Dovremo noi forse accettare il metodo di coloro, i quali traendo esclusivamente da una storia tutti i loro tipi, o formulando senza il soccorso di nessuna storia delle astratte e vaporose teorie, vorrebbero incatenare il genio alla loro autorità; vero letto di Procuste su cui si vuole adattare e circoscrivere questa creatrice e possente e veramente divina parte di noi, che si chiama la fantasia? — Io ve lo dico sin d' oggi, o Signori, ad onor dell' Arte e di me. 
Noi non riconosciamo altri tipi, altre leggi, altre teorie fuori di quelli che lo studio del vero ci detta: altra guida fuorchè il nostro gusto. Accettiamo gli ammaestramenti che la storia ci inculca, ma prima e sola autorità, il nostro cuore ! Noi non siamo qui per imporre tirannidi e freni al pensiero, ma per renderlo libero e indipendente secondo la sua natura. Accettiamo l'Arte sotto tutte le forme; ammiriamo il bello dovunque lo troviamo : nell'astro che sorge e sul mare che geme ; nel bacio dell'amore e nell'addio della morte; nel chiaro azzurro dei firmamenti e nella cupa solennità degli abissi. Qualunque voce, qualunque oggetto, ogni gemito dell' anima e ogni sorriso della natura, tutto ciò in somma che trovi un riscontro nel nostro pensiero, che muova una fibra del nostro cuore, agiti una penna della nostra fantasia, trovi e stabilisca rapporti fra le, destinazioni degli esseri e le loro apparenze, ritragga il perpetuo dualismo fra le cose dell' anima e della natura, tutto ch'è stato e potrà essere oggetto dell'Arte, e tutto formerà oggetto delle nostre indagini, del nostro studio, del nostro amore. Dai terribili clangori della tromba d' Omero noi passeremo alle tranquille armonie della zampogna di Teocrito e di Sannazzaro; dall' urlo disperato dei dannati di Dante al patetico lamento del romito di Valchiusa ; dalla bestemmia di Fausto e di Manfredo agli amori innocenti della Messiade; dalla placida rassegnazione di Pellico e di Manzoni alla disperata e sublime ironia del Leopardi.

X.
So che avrò molti ostacoli da sormontare, parecchi pregiudizii da combattere, e che gli studi forse, non il coraggio mi mancherà. So che i tempi sono manifestamente forieri di grandi riforme; che l'epoca nostra benchè transitoria lascerà di grandissime tracce e profonde nel seno della nuova civiltà; che l'Arte ha grandi battaglie da combattere, solenni destini da compiere, nuove persecuzioni forse da sostenere, ma il trionfo e la gloria non ci fallirà. Ond' io non voglio nè posso dissimularvi, o Signori, la dolce e profonda commozione dell'animo mio, da che m'è dato in questi momenti solenni di venir conferendo con voi quelle idee e convinzioni ch' io ho potuto formarmi di quell' Arte santissima, a cui, lo sapete, vado superbo d' aver consacrato, e sono ancor disposto di consacrare, le mie cure, i miei pensieri, gli affetti più cari della mia vita:
« Dum memor ipse mei, dum spiritus hos reget artus ! »
Voi non troverete prababilmente nei miei discorsi nè quella ricca suppellettile d' erudizione, che facilmente illude, e troppo facilmente s'acquista, nè quel fare solenne e quasi apostolico che con tanta leggerezza si assume e si vuol sostenere con tanta serietà. Vi par-lerò franco e sincero, smetterò, se è possibile, tutto ciò che possa sentir di didattico e di precettivo; non pretenderò d'insegnarvi l'Arte, ma spero però di farvela amare. Perocchè allo studio coscienzioso delle serene e civili discipline del bello è anzitutto bisogno d' intenderci e di affratellarci ad attinger rispettivamente coraggio contro la spregiata indifferenza dei tempi e gl' ingiusti rigori degli uomini e della fortuna. Ond' è ch' io invoco sin d' oggi, non solamente la vostra attenzione e la frequenza vostra, ma il vostro coadjuvamento e l'affetto vostro. Esso mi è di mestieri per esprimervi senza veli ed ambagi tutto ciò ch' io ho saputo sperimentare dell'Arte in quel tanto d' esercizio che ne ho avuto; e per valermi di quella franca ed onesta imparzialità che l'indole mia liberissima mi impone, e la libertà dei tempi e l'avvenire dei nostri studii.
. Stretti in tal modo nell' intemerato amore del bello e del vero, noi moveremo la guerra a tutti coloro che pretendono dommatizzare la legittimità dei loro istituti; sfideremo le folgori dei tanti pontefici massimi che si arrogano il diritto d' inculcare la loro letteraria infallibilità; disprezzeremo il diritto divino dei loro rabescati diplomi ; combatteremo insomma l'assolutismo sotto qualunque forma; cacceremo l'arte italiana dalle Accademie e dalle Scuole, come Gesù ebbe a cacciare i mercanti dal tempio.
Lo ripetiamo dunque, o Signori. Un completo perfezionamento letterario non si potrà mai ottenere, quando si voglia restringere i nostri studii ad una vuota esposizione delle regole del comporre, a un' arida descrizione delle forme letterarie, ad una analisi pedantesca e grammaticale, ciò ch' è sintesi miracolosa di pensiero e di civiltà. Da questo inesatto e grettissimo esclusivismo, dal pregiudizio sciagurato di allontanar l'Arte dal vero, di scompagnarla dalla vita reale, di ridurla a semplice rudimento o a patrimonio esclusivo di pochi, è venuto nascendo quello sconcio deplorabilissimo in cui è incorso il ministerio della letteratura, quella piaga vergognosa di tutte le arti moderne, e la negligenza e il disprezzo in che sono cadute.
Io fremo ed arrossisco a pensarlo. Noi troviamo pittori ignoranti e talvolta analfabeti costretti a trarre le loro ispirazioni dal più laido fondo della realtà; maestri di musica che non sono in grado d' intendere il melodramma che pretendono rivestir d'armonie; incisori che altra cosa non sanno che il mestiere di tagliare il rame ; scultori che ardiscono tuttora incarnare le loro ibride concezioni sotto le rancide forme della vecchia o della nuova mitologia; che scolpiscono Veneri bagnanti e Cristi discesi dalla croce mentre gl' Italiani vanno ad affrontar la mitraglia di Porta Pia, e Re Guglielmo il Conquistatore ordina di bombardare la capitale del mondo civile !  


martedì 19 gennaio 2016

Biografia di Domenico Tempio - Vincenzo Percolla ed. 1867

"Me non nato a percotere Le dure illustri porte, Nudo accorrà, ma libero Il regno della morte. Nò , ricchezze, nè onore Con frode o con viltà, Il secol venditore Mercar non mi vedrà".
PARINI


Domenico Tempio (Catania22 agosto 1750 – Catania4 febbraio 1821)



Chi sei ? chi fosti ?
Chi giudicar ti può? Qual fia la lode Degna di te ?


Il Tempio è famoso fra quanti vati illustrarono l'alloro nel sicolo dialetto.
Egli nasceva in una terra ove tutto è poesia : nasceva nella metà  del  secolo decimottavo in Catania, culla di grandi Uomini e di quel Cigno  peregrino i cui canti melodiosi avranno un eco in ogni cuore finché il sole starà. Sin dall'infanzia mostrò  esser dotato di un' anima focosa e concitata, e divenne il fanciullo più frugolino del suo vicinato. Crebbe;   ed il padre attese con tenera   diligenza a farlo  compiutamente istruire. Il giovinetto faceva  inarcar  le ciglia di stupore a'più schifi — Crebbe ancora—e negli studii più serii sfrenavasi ad un volo d' aquila sovra gli altri : apprese le lettere latine ed italiane, rettorica, filosofia ed i primi elementi delle scienze esatte con tale alacrità e discernimento da non temer paragone. Vero  è che  a'suoi dì qualche nube  della prisca barbarie aggravavasi tuttavia, qual massa di piombo, sulle menti d' alcuni de' nostri ; ma pure era sempre il secolo di Giangiacomo , di Montesquieu , di Voltaire , di Filangieri , di Beccaria, di Romagnosi, di Parini , di Foscolo , di Monti e di Botta — astri luminosi dell' alba d' un giorno novello ed avventuroso !.. ed una sola scintilla dell' immensa lor luce poteva sciogliere e dissipare pe' quattro venti la ruggine di cento secoli ; poteva diffondere il baleno della folgore sulle, tenebre più dense ed impermeabili della credula antichità.
Ed egli, imberbe ancora , apostatando il pessimo insegnamento, canonizzato dal prestigio della longeva ignoranza , quasi leone che da vecchia catena si sferri, seppe correre dietro il genio filosofico di quel secolo rigeneratore ; e lo seguì con maggior lena rinvigorito poi dall' esempio e dalla voce dell' immortal Ventimiglia e del Biscari , che , chiamando alla sant' opera il De Cosmis, il Gambino ed altri, gittarono le fondamenta d'un immenso e sublime Santuario, dove arder dovesse perenne, come il fuoco di Vesta , la face del vero sapere ; il quale, indi a non molto, dovea ripurgare delle passate scorie gl'intelletti del popolo, e richiamarli a novelli e migliori destini.
Fra tante belle conoscenze  due cose trassero a sé singolarmente il giovine Tempio : la storia e la poesia. Egli accoppiava  con bel nodo Livio ad Orazio , Tacito a Giovenale , Ovidio a Rollin, Virgilio  a  Goguet ,al Varchi, al Guicciardini, al Machiavelli. Ma quando meditò sulla Divina Commedia e sulla Gerusalemme Liberata ; quando scorse 1' Orlando Furioso ed . il Canzoniere del Cantore di Laura, oh allora vide di che poteva esser egli capace; e sentì che un torrente d'imagini gli corse ratto per le vie del cuore e della fantasia , e sentì che le sue fibra oscillavano commos se. Il Vate! egli tosto esclamò — oh il Vate   è l' eco pella voce di Dio ! — il Vate , come in una fonte d'acqua lustrale, può tergere e ripulire i costumi di un popolo ! !

Il padre volle opporsi a questa sua nobile vocazione con volerlo per sempre  dannato al penoso   studio della giurisprudenza: triste e comune sorte di quasi la più parte de'poeti più insigni ! — Ma il nostro Domenico si sarebbe contentato di stare inceppato piuttosto in una galea al   remo,   che rassegnarsi a quel cenno paterno : e difatti anziché dilombarsi curvo sulle polverose glosse del gelido Accursio, egli leggeva di celato il sommo Alighieri ed il Tasso. Talora   voleva esercitarsi aringando, come a pien popolo, o innanzi a Magistrati e trovava d'avere invece tradotto, senza avvedersene , un' egloga di Virgilio, un'ode del Venosino.   Sdegnatosi impertanto con se medesimo, sforzavasi risolutamente di dar sempre il bando alle muse;  e ad ogni istante gli rigurgitavano nel cuore rime e d'ogni maniera versi— e   gli   sgorgavano indi incessantemente dal labbro. Sì, egli  era   tradito dal suo genio : egli era Poeta  nato !  Ma  le  impressioni che aprivano  la sua  fantasia a quei   siffatti  slanci , non erano gli spiriti e i nani malefici, non gli spettri e le anime dannate , come suole ne' giovani. ma erano quelle della stessa natura ; erano le bellezze del mondo   esteriore ;   erano le scene   che   appresentano magnificamente il cielo , la terra ed il mare. Né potea rincontrarsi in oggetto della creazione senza sentirsi un interno guizzo di vene, senza inebbriarsi d'una gioia secreta, che l'invogliava ad ardue cose e gli suggeriva ad un tempo l'idea e la nota. Gli astri, gli alberi, le pianure , i colli, gli uomini, i monumenti avevan per lui una favella da pochi intesa ,   da nessuno udita.  In   essi  leggeva le speranze   d'una vita-avvenire, le sventure e le glorie d'un tempo che fu, i fasti ed i rovesci de' secoli — e il presente , e il futuro, e l'ispirazione, e l'armonia, e l'amore e Dio — Dio ch' è di tutte   cose  spirituali e corporee , domestiche e civili , profane e sacre alto ed   unico fondamento e sorgente.
Egli era dunque preso delle bellezze della natura obbiettiva ; n' era il pittore — n' era il cantore, ed in esse scopriva nuovi tesori poetici. Egli avea letto i classici ; e credendo d'imitarne le bellezze , creava anche da sé; s'ingegnava di ritrarre da'classici, perchè allora non era sorta questa moderna scuola che, scimiando dagli oltramontani , ha inaridito le sorgenti del vero bello , ed ha l'oro al fango sacrilegamente rimestato.
Ma poche furono le delizie della sua giovinezza. Giunse il tempo del disinganno doloroso della vita, e tutto gli parve cambiar di colore sotto il suo sguardo? stato abbastanza illuso : gli cadde la benda dagli occhi, e tosto s'accorse come dalla perfìdia degli uomini nasca quell' amara solitudine di cuore che ti rende misantropo. Allora quest'immenso teatro di maraviglie che ne circonda , più non valse a sedurlo gran fatto ; nel cielo più non mirò che un orribile campo di fiere tempeste ; nella terra non udì che gemiti e grida disperate ; nelle acque non trovò che marosi , naufragi e morte.
Ogni oggetto della natura perdette il suo primiero incanto — tutto tornò muto, freddo, nudo senza quelle foglie d'oro da cui era stato orpellato : da ciò una vita tutta privata e diffidente; un'esistenza più concentrata e solitaria — e l'anima dissugata, rannicchiandosi in sé stessa , non cominciò a pascersi che di cupe meditazioni. Piegò lo sguardo al suo secolo, e che vide? — vide la tirannide in seggio — vide l'idra feudale, non ancora abbatutta , saettar dalle fauci le sue lingue trisulci ed insanguinate, e guatar minacciosa e furente ; vide le leggi guerce, senza nerbo, in duplice linguaggio , e quasi sempre in gergo ; la libertà civile compressa , e divenuta un vocabolo senza realità di concetto ; le distinzioni di razza e di sangue dominanti oltremodo, come se i Baroni fossero preadamiti o non isfognassero egualmente dalla comun madre ; vide il popolo, perchè ignorante e senza esistenza politica , soperchiato dalla miseria e da' potenti : il bene pubblico fatto patrimonio esclusivo di alcuni soli voracissimi ; l' industria smessa affatto ; il vizio infame insignito d' onori e premi mal tolti e venali ; la virtù iniquamente bestemmiata. Ah sì, queste furono le condizioni in che Tempio dovette vivere — se non che la luce del buon insegnamento veniva a poco a poco rischiarando le nubi dell'ignoranza e molcendo di salutifero balsamo le comuni piaghe inasprite.

Egli n'ebbe l'anima vivamente commossa;   quindi sin d'allora non vagheggiò che un pensiero—quello di giovare dell'ingegno la patria ,   poiché ogni altro argomento gli era vano. Ma qual via doveva  egli tenere ? — porsi a scranna  e dettare alteramente  pre-cetti di morale e di virtù? svolger massime filosofiche in prò del ben pubblico e contro il vizio ?  Mai no : egli sapeva che tante volte gl' Istitutori delle cattedre non fanno che dire e gridare al deserto ; egli sapeva che i migliori libri non sono neanche scartabellati — Ma come dunque riuscir nell'intento? Col solo diletto — col poetare. Tolse a guida Flacco ed Aristofane — Esopo ed Anacreonte — Borni e Luciano, ed eccolo divenuto poeta civile —poeta nazionale. Pinse  al vivo nella  sua lingua vernacola il carattere , i costumi, i pregiudizii, le magagne  del   suo paese ; e ruzzando e ridendo svergheggiò acremente il vizio e la prepotenza ;  rese un diadema   di venerazione alla  povera virtù: turò il simulato labbro alla vile calunnia, profferse tributo di laude alla voce del Saggio, che tante fiate è derisa.
E sebbene il più delle sue opere da vane giullerie abbia pigliato materia ; sebbene gli argomenti da cui trae cagione di scrivere, non siano che alcuni casi ed aneddoti dappoco e sterilissimi , pure è colà che tu ammiri il suo genio impareggiabile , la sua immaginazione feconda , il suo estro poetico vivificante , la sua originalità ne'pensieri, nello stile e nel vezzo di berteggiare tutto suo ; è colà che rinvieni tanti eletti fiori dì filosofia e di morale sparsi e serrati in mezzo al fitto d' una messe di serio e di giocoso, d'eroico, di burlesco e di mordacità a bello studio gaia e bicipite, che sorprende e diletta, come nelle opere più gustose e venuste de' latini e de' greci. Ma qui pure i suoi versi ricchi di frizzi e di bei motti scorrono talvolta tinti da una vena di bile magnanima, che stringeva da gran pezza le viscere del vate; ed anziché appalesarti un' anima spensierata e folleggiante, ti rivela un genio indomito per dispetto ed estremamente irritato e quasi presso a consumare sè stesso. Nella sua poesia dunque sta tutta accolta la storia del suo cuore , delle sue passioni . de'suoi patimenti , delle sue speranze : ma sempre vi campeggia tuttavia la natura fisica, che fa spesso germogliare in lui gli ardimentosi concetti; egli non pensa e non sente che a seconda le idee esterne che gli entran per gli occhi. Di bellezze morali non è già scevro , ma le fisiche lo prendono maggiormente. Il creato si è aperto a' suoi piedi ; egli vi si slancia, lo percorre ... ed osserva, dipinge e canta versando , come da inesausta fonte , poesia, critica, popolarità, sarcasmi, amore, entusiasmo e derisione ; canta stampando ovunque le orme del suo Genio creatore. Vero è che nelle sue poesie sono scurrilità e lascivie: ma egli è forse peccato il mescer talvolta (per dirla con Flacco) stultitiam con-sitiis brevem?—E poi non è per insozzarci di quelle lordure ch' egli le mette in mostra : è solo perchè dalle turpitudini altrui l'animo nostro rifugga, ed al vivere onesto si componga.
Le composizioni del Tempio sono di vario genere, di vario metro, di vario colore. Trattò l'ode, l'anacreontica, il ditirambo, l'idillio, l'apologo, l'epitalamio, il dramma, il poema e tutto trattò : percorse tutti i metri — toccò tutte le corde. E qui è piano e festevole—là è satirico e maestro di frizzi ; qui franco , elevato e serio — là dolce ed amabile: qui brioso e lascivetto —là cantore e pittore: o per dir meglio ora è Virgilio ed ora Flacco—quando Teocrito e quando Berni—ora Aristofane ed ora Redi-ora Tasso ed ora Lucrezio. Oh davvero ch'egli era poeta
per eccellenza ! !
Ma vediamolo col fatto ; gustiamo a reciso qualche brano delle sue opere. Ecco il principio di un' Ode saffica sopra la necessità origine d'ogni bene, ch'è una bella imitazione dell' ode di Orazio — Iam satis terris nivis ec.

Ccu tirrimoti, strepiti e ruini 
Focu a li mini dunanu li trona, ; 
Lenta è la zona, e di lu celu rutti 
Su l' aquidutti. 
Giovi sdignatu fremi furibunnu, 
Voli lu munnu subbissari sanu , 
Ed a dui manu scarrica saitti 
'Ntra li suffitti. 
Eulu tutti scatinau li venti, 
Nè foru lenti , già pri l' aria sparsi, 
Feri a truzzarsi 'ntra li soi cuntrasti 
Comu li crasti. 
Lu gran Nettunu furiusu arraggia 
Contra la spiaggia , e lu marinu sali 
Va'ntra sipali, e pri la lunga praja 
Sborrica raja. 
Gonfiu Simetu li campagni scupa, 
Casi sdirrupa, gnuttica paghiara, 
E li massara , comu li larunchi, 
Natanu unchi. 
Cala Dittainu, e comu avissi sennu, 
(Giovi dicennu, iu non ci accunsentu) 
Va viulentu, e arrobba a li vicini 
Porci e gaddini. 
Dà Gurnalonga ad iddu , chi si unisci, 
Di petri lisci lu tributu,, qnannu 
Jungi, tirannu scanni, vanchi e tauli 
Pipi a li cauli !
Lu Judiceddu suttirraniu sbraca
Ogni ccruaca, e pr'unni curri e. passa 
Prijnchi, e scassa ccu lu so futuri 
Li sepulturi. 
Tutti li morti 'ntra la lorda scuma 
Natanu 'nsuma , e cui non sa natari, 
Non c'è chi fari, chi annijatu resta 
Da la timpesta.

Se non fosse per tema di riuscir troppo lungo, vorrei qui trascriver per intero questa bellissima ode saffica , in cui risplendono tutti i pregi d' una poesia veramente originale. Ma dal poco che qui ho recato , può ciascuno veder di che tempra siano codesti versi Tempiani, i quali portano in sé stessi l' impronta del genio. Queste prime strofe sono altrettante perle. Il Viceré Caraccioli se le faceva ripetere spesso dall'Arciprete Scrina, come cosa oltremodo pregevole ; e Saverio Mattei, il traduttore de'Salmi , non sapeva ristarsi dal leggerle di sovente e declamarle.
Né men belli per freschezza e novità d'immagini sono a stimarsi i due Ditirambi sul vino, de'quali uno ha molte belle imitazioni del Bacco in Toscana di Redi,  il primo comincia così :

Era la notti e già faceva scuru ; 
Ed ogni armali o sia di pinna o pilu 
A lu so nidu, o 'ntra lu jazzu duru 
Aggiuccatu durmeva , e facia chitu , 
Quannu Varvazza succidu ed impuru 
Pri la sudura. chi scurreva a filu, 
Doppu aviri durmutu una jurnata 
Si susi , e fa una longa pisciazzata

Nel secondo Ditirambo si hanno molte bellezze poetiche in diverso metro, ch'io qui tralascio per brevità Ne' Drammi poi e ne' Dialoghi il nostro Tempio ha fatto rivivere Aristofane,   Nel poemetto — Lu  Veru Piaciri — riluce una vivacità di colorito , che solo l'arte d'un diligente pennello poetico può dare. Nei-1' Ode Li Vasuni ha tutta la grazia , il brio e la delicatezza d' Anacreonte. Nelle favole ha tutta l' ingenuità di La-Fontaine e le grazie del Passeroni; e seno fra esse da ricordarsi come scelte : Lu Sdegnu, — La Superbia— La Faccitosta ed altre poche.
Nè alle poesie messe a stampa van di sotto per numero o per pregio le cose inedite ; le quali se più eleganti o più immaginose, se più nuove o più terse siano delle prime , non è facile giudicare. Sono fra esse dialoghi , canzoni , drammi e sonetti italiani e vernacoli, che ogni buon poeta stimerebbe un gran bene poterli dir suoi. È però rincrescevole che molti di questi componimenti, per le lascivie onde son lorde , non potranno veder mai la luce del giorno; sebbene l'autore non abbia tralasciato di cavar sempre da esse utilità morali ; e lo dice in aperto egli stesso:

Scrivu chi sunnu l' omini,
E fazzu a la morali
Di lu presenti seculu
Processi criminali. 
A quali signu arrivanu
Mia musa si proponi
Dirvi li brutti vizii
E la corruzioni ; 
Chi di la Culpa laidi
Tanti l' aspetti sunu,
Chi basta sulu pingirla
Per abborrirla ognunu.


Ma le ali del genio di lui non potevano raccogliersi così tosto lassù dove sale la più parte de'vati paghi dello scarso favor delle Muse ad essi impartito, e stanchi dell'altalena durata. No; egli qual aquila peregrina, poteva animoso slanciarsi in una plaga più sublime , poteva spaziare pel firmamento , varcare gli spazi infiniti delle sfere, e furando la fiamma di co-lassù , scuotere il mondo di maraviglia e d' ammirazione. E venne l'ora: e che aspetti? gli disse il genio — Scrivi e crea : egli scrisse , e creò un gran poema , la Carestia : il cui soggetto è la sommossa popolare seguìta in  Catania nel 1798 per le dolorose conseguenze della carestia di quell' anno. È qui da notare che quel poema non fu dapprima fatto a bello studio e con proposito, ma quasi di repente nato nel-1' occasione ch' egli scriveva una lirica a Nice sul cen-nato argomento. Scelse perciò il metro settenario col suo sdrucciolo alternato, proprio delle brevi composizioni di questo genere ; ma da che vide l'autore crescere mano mano il suo componimento, pensò , per non perdere il già fatto, di andare innanzi senz' altro e distendere tutti quei casi del tumulto, come gli capitavano a mente. Se è così , com' è verissimo , egli fece d' uno zipolo una lancia, come suol dirsi : ed oh le singolari bellezze che per ogni canto, per ogni strofe della sublime epopea rincontransi!. Sicché ben alta è la venerazione che la patria tributa alla Carestia del nostro Vate. Egli meritava di già una corona d' alloro per le sue rime : ma i venti canti del suo Poema son tuttavia altrettanti raggi di gloria pe'quali egli immensamente rifulge.
Tempio, scriveva il Prof. Longo , è il poeta della ragione, della filosofia, dell'immaginazione ; e ciò non pertanto è il Poeta del suo tempo e del suo paese. Egli fa servire le sue cognizioni storiche, filosofiche, politiche a dipingere gli uomini quali sono in sé stessi, co'loro vizi, colle loro virtù, secondo lo stato dei lumi e della civiltà e secondo l'educazione buona o rea, ricevuta nella puerizia, e l'istruzione grossolana o raffinata, propria, di ciascun ceto e di ciascuna condizione di persone. Tempio è il pittore degli uomini e de' costumi del suo tempo : voi nelle sue composizioni avete, la storia del suo paese , la storia di lui medesimo. I suoi argomenti non trattano che soggetti peculiari, non tramandano che avvenimenti, che aneddoti del suolo che lo vide nascere, e ch' egli sembra non avere abbandonato giammai. Che miglior cosa de'suoi Ditirambi? che cosa più animata, più graziosa , più piccante de' suoi Drammi ? — Che cosa più ardita , più pittoresca della sua ode saffica : La Necessità origine d'ogni bene? che maggior varietà ne'suoi poemetti ? che più vasto soggetto della sua Carestia-poema nazionale, poema che non è né classico né romantico , poema indefinibile , poema della più ardua difficoltà, poema ch'è nel tempo stesso epico, lirico, comico, allegorico e satirico?.


Il nostro Poeta visse  quasi nella solitudine.
Come appena s' avvide a quante bassezze ed a quanti pericoli conduca sovente il vivere in seno all' umana società , volontariamente si ritrasse dal consorzio degli uomini per menare un vivere più tranquillo e sicuro fra le sue mura domestiche. La sua vita civile quindi non presenta nessuna circostanza notevole: egli non ambì cariche ed onori ; visse con le sue poche fortune , e quasi dimentico de' raggiri di questo basso mondo. Non usciva di casa che rarissime volte , passando gran parte de' suoi giorni fra un crocchio di veri amici, che ne apprezzavano l'ingegno ed il merito : ed era fra essi ch' egli, ne' luoghi di ritrovo , dando spesso, per loro inchiesta, libero sfogo alla sua infiammata fantasia , creava quelle sue portentose liriche— Ebbe a lottare con l'avversa fortuna; e negli ultimi anni di sua vita si trovò in tali strettezze, che gli amici (siccome era debito loro) ebbero a soccorrerlo con una mensile contribuzione, sebbene egli fruisse altresì di parecchi assegnamenti vitalizii sulla Mensa Vescovile e sul patrimonio del Municipio. L'amicizia e la gratitudine furono da lui come cose
celesti venerate. Amico de' dotti e de' grandi del suo tempo , il merito vero di essi lodò ne' suoi Canti; ma non fu adulatore giammai ;  perchè  il poetico fuoco nell'adulazione si spegne, quasi face ell'onda. Fu marito e padre tenerissimo; fu cittadino integerrimo, e non aspirò che alla libertà della patria.
Era di complessione piuttosto vigorosa e d'alta statura ; chiaro e schietto di cuore e d' un carattere un pò sentito : il suo volto era notevole per una cert'aria di nobile gravità , che imponeva il rispetto e la confidenza : ma nel suo sguardo acutissimo dinotava un ingegno prepotente — un ingegno capace di Usare lo splendore de'cieli e le maraviglie della terra senza smarrirsi o titubare. Era lo sguardo del poeta che infoca la musa, come per leggere nel futuro.

 Il giorno 4 Febbraio del 1821 fu quello in cui l'anima  dell' ispiralo Tempio passò a sfera migliore ; e con lui,   starei per  dire ,   s'estinse  la nostra musa vernacola. La sua salma ebbe, sepoltura nella Chiesa di S. Giov. Battista: ma non un monumento che faccia a' posteri onorevole ricordanza del suo gran nome. Questo è il destino a cui gli uomini   ingrati   dannarono sempre la memoria de'Grandi. Ma tu, o Catania vetusta, madre di Eroi, madre  di sovrani intelletti, placa le Ombre degl' Illustri tuoi figli ! Onora il nome di Domenico Tempio, che per te è nome di gloria. Leva tra'lauri ed i trofei che li mercano riverenza dovunque, il simulacro al tuo gran Vate — al tuo Dante ! e ne avrai plauso altissimo non che dall' Italia , dalle più culte Nazioni del mondo.
                                                                                                       Catania 1867  Vincenzo Percolla