Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

mercoledì 23 maggio 2012

Mario Rapisardi - di Giuseppe Villaroel

Gente di ieri e di oggi - di Giuseppe Villaroel


Mario Rapisardi
In alcuni temperamenti c'è una forma di timidezza spirituale e psichica che reagisce con espressioni verbose e modi aggressivi puramente fantastici; una forma orgogliosa, e vorremmo pur dire letteraria, di spavalderia. Certe volte si tratta di rare e irrazionali impulsi istintivi che sfociano in traslati iperbolici, come, per esempio, nel caso Leopardi (« l'armi, qua l'armi — combatterò, procomberò sol io »);e certe volte, invece, di soprastrutture culturali e mentali, che finiscono per deformare la personalità e il carattere di un artista. Ecco il caso Rapisardi.
Il poeta, che cantò « Lucifero », la ribellione, l'anarchia e scrisse i più feroci versi dinamitardi e rivoluzionari dell'età sua, il poeta, che ebbe immagini grasse e truculente nella satira, nella polemica e nell'invettiva, era, di converso, il più mite e bonario e morigerato uomo del mondo. Già, bastava guardarlo in viso. Con quella sua chioma molliccia e ondulata di antico bardo, con quegli occhi languidi, quasi svenevoli, con quel nasetto petulante e femineo, con quei mustacchi pènduli, ovale di volto, èsile ed alto di statura, non dava sicuramente l'idea di un temerario sanculotto o di un temibile regicida. Ebbe, inoltre, il gusto di aggeggiarsi in nero, con cravatte lugubri e svolazzanti, colletti alla robesbierre, berretto bicorne e babbucce con fibbia: un modo tetro e romantico d'acquistare rilievo sulle folle, che parve geniale bizzarria ai fanatici e manierato esibizionismo ai nemici. Molti credettero, insomma, ch'egli si concedesse alla platea. Era rimasto, invece, casalingo e borghese quant'altri mai; e, tòlti siffatti paramenti, l'uomo viveva in esemplare e modesta semplicità. Tanto è vero che alla moglie (la Giselda), venuta in Sicilia dai climi eleganti e leziosi del nord, risultò trascurato e borghigiano. Forse, così, la donna volle attenuare, dopo il distacco, una colpa, che, ad esser sereni, non può avere altre attenuanti se non quelle della fragilità e della leggerezza di certe nature femminili. Giudizio dispettoso e ingiusto, dunque; e mal rispondeva agli accenti di gentile malinconia e di umana pena che il poeta ebbe per lei. Perché, diciamolo ad alta voce, Rapisardi fu di cuore sensibilissimo, generoso e indulgente. Ma, ironia della sorte, sembrò del tutto l'opposto. Sembrò gravido di rancore, selvatico e grossolano. Ed era, viceversa, un timido e un buono, cui spesso l'ira toglieva il senso della misura; più nelle parole, che nei fatti. E, se difetti egli ebbe, altri non furono che quelli di un eccessivo orgoglio e di un'ombrosa suscettibilità. « Poetae irritabile genus ». In fondo, la polemica con il Carducci nacque da ciò. Se il maremmano si fosse attenuto alle buone regole di cortesia (allora in uso), e non avesse ricambiato col silenzio i primi omaggi del catanese, probabilmente quel duro, spiacevole scontro non sarebbe avvenuto. Il Rapisardi cadde nella scatologìa, com'ebbe a scrivere il Carducci. Già, già; ma il Carducci non aveva tolto, mica, termini e immagini dal « Florilegio per le educande ». Ed è lecito, al sentir dire che la propria arte ha « le brache puzzolenti », che un uomo possa rispondere, come rispose il Rapisardi:

La fama che con lui fornica in piazza, 
posto il trombon tra l'una e l'altra lacca, 
ai quattro venti il nome suo strombazza.

*  * *

Del resto, prima che movesse decisamente all'assalto del Carducci, il Rapisardi tentennò alquanto e agì in modo da mettersi dalla parte del torto, mentre, in sostanza, aveva ragione; aveva, cioè, i suoi buoni motivi per dolersi della inciviltà del Carducci. Agì insufflato dal Fanfani: il famoso Fanfani delle « postille ». E, se, da un canto, volle far vedere al suo dotto amico di Firenze, che non risparmiava le frecce contro l'« idrofobo cantor, vate da lupi », dall'altro, sperò che il Carducci non si accorgesse del coperto strale. Ingenuo ! Si mise in moto la scuola bolognese, e il Carducci, avvertito, chiese perentoriamente al Rapisardi l'esplicita conferma dell'allusione. Il Rapisardi negò (ecco l'errore, ecco il timido) e fece la figura dell'insidioso e dello sleale.

* * *

Usciva di casa, difilato verso l'Università, dove — dicono — svolgeva le sue lezioni con grave e dotta modestia. Nessuna aria, nessuna albagìa, nessun tono aggressivo. In casa, passava i suoi giorni ad elaborar poemi e canti, deambulando, nelle buone stagioni, lungo la balconata prospiciente sull'ultimo tratto della via Etnea, là, in alto, nei quartieri del vecchio borgo. E, di là, con la fantasia, costruiva quei mondi farraginosi, di personaggi, simboli, mostri, scene, profezie, cavati dalla Bibbia, dal mito, dalla classicità, dalla filosofia, dalla storia; di là, abbatteva nemici, avversari, tiranni, troni; di là, evocava Satana sulla terra e prediceva l'avvento del proletariato.
Era il tempo delle rivendicazioni popolari.
A Catania: i socialisti al potere. E Mario Rapisardi, solitario, chiuso, lontano da ogni pratica della cosa pubblica, aveva dovuto subire, suo malgrado, il ruolo di cantore e interprete delle nuove ideologie.
Il primo maggio, i lavoratori, in tumultuose colonne, assiepavano la casa del poeta, con canti, evviva e spiegamenti di bandiere rosse, e richiedevano, a gran voce, un discorso d'occasione.
Negato all'oratoria di piazza, scontroso, impac-ciatissimo, sospinto dai soliti scalmanati, terreo, funereo, con quel suo tradizionale berretto nero, in bilico sulle chiome agitate dal vento, Mario Rapisardi si sporgeva dalla ringhiera e, senza mover labbro, rientrava precipitosamente in camera.
Ecco, nella sua realtà, l'uomo che le beghine superstiziose credevano posseduto « dalle dimonia ».
Questa contraddizione fu, secondo noi, il dissidio segreto (e, forse, inconscio) della vita e dell'arte di Mario Rapisardi. Egli non si accorse che, sul suo vero mondo spirituale (che era di natura elegiaca, idillica e meditativa) si attaccarono incrostazioni dottrinali, politiche e filosofiche di carattere problematico e programmatico. In altri termini: egli era nato lirico e volle fare l'epico, proprio, quando l'epica, come genere letterario, era già morta e sepolta da un pezzo. L'annuncio funebre l'aveva pur dato il Carducci. Ma il Rapisardi non vi credette. Sugli schemi dei grandi e dei piccoli poeti classici, pensò, lo stesso, di potere immettere nella poesia lo scìbile, senza riflettere che, come la storia aveva sostituito i poemi eroici, la scienza e la filosofia avevano sostituito ormai, per sempre, i poemi didascalici, gnomici e parabolici. Entrò in questa immane fatica senza riuscire a districarsi dalle ri-miniscenze e dai modelli, anche dal punto di vista prosodico e linguistico. In questo senso i richiami del Croce sonò inoppugnabili. Per fortuna del Rapisardi, quando la vitalità lirica del suo mondo interiore, superato il gravame delle costrizioni sociologiche, dialettiche e speculative, riuscì ad aver libero sbocco nel sentimento e nella fantasia, ecco il poeta ritrovar se stesso e consegnare al tempo, qua e là, nelle « Religiose », nei « Poemetti » (e persino in alcuni brani dei suoi pletorici poemi) un'arte durevole. È questo il Rapisardi elegiaco, desolato e scettico (ma di uno scetticismo che non si essicca e ripone fede nelle forze eterne e nel mistero della natura); è questo il Rapisardi nostalgico. Allora il poeta coincide con l'uomo; e i suoi tristi occhi stupiti interrogano la vita, le stelle, l'infinito. Allora le chiome lunghe si addicono alla sua grande solitudine spirituale e le parole combaciano col suo temperamento di trasognato amante della libertà e della giustizia umana.

* * *

L'ultima volta che lo vidi era infermo da tempo. Affondato nella poltrona, con una coperta sulle gambe, pisolava. Cèrea la faccia smagrita, grigi e radi i lunghi capelli riversi sulle spalle, scarne e ossute le mani. La Poniatowski (l'affettuosa compagna che lo assisteva) entrò piano piano, gli pose sul tavolinetto, ingombro di libri e carte, una tazza fumante;   e   scomparve.
Il poeta sollevò le palpebre e le richiuse. Era abituato a sentir gente attorno. Quando si svegliò, del tutto, sorrise e cominciò a sorseggiare la bevanda.
« Come  state,   maestro? ».
« Parliamo d'altro —, disse. — Oggi, sfogliando alcuni miei vecchi appunti, ho trovato questa nota. Leggete ».
Era un biglietto lógoro e gialliccio. Di sbieco, con calligrafìa nervosa, v'era scritto: « Incontro a Firenze, all'angolo di via Tornabuoni, Giosuè Carducci... ».
« Vi sembra una postilla oziosa, è vero? ».
« Oziosa, no; ma non c'è nulla di strano ».
« Nulla di strano? Era solo. Ci siamo quasi strisciati spalla contro spalla. Procedeva borioso, massiccio,  duro.  Finse di non vedermi.  Ed io mi son sentito salire il sangue al cervello. Frugo, convulsamente nelle tasche. Per fortuna non trovo più il mio solito coltello-tempera-lapis. Dico: per fortuna. Glielo avrei  conficcato  nel cuore... ».
Salto su, sbalordito: « Maestro, voi non lo avreste fatto. Non era possibile ! ».
Mi osserva, stanco, esangue, con l'occhio opaco, lontano. Strappa in minutissimi pezzi il cartoncino e sospira: « Sto male. Molto male; bisogna distruggere questi brutti ricordi. Avete ragione, amico. Non era possibile... ».