Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

mercoledì 2 novembre 2011

ANARCHIA DEL GENIO - Lezioni di Mario Rapisardi

"Egli pensava che la scuola è un istituto di massima importanza nella vita pubblica, che essa deve essere fucina di valori morali e palestra di educazione delle giovani generazioni, riteneva che la scuola non può essere estranea alla vita, se di essa non si vuol fare un esercizio di espiazione ovvero un museo di fossili."

ANARCHIA DEL GENIO

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Quando un edificio minaccia rovina, si ricorre provvisoriamente ai puntelli; quando una istituzione è marcia, si ricorre alle leggi. Le leggi circondate di tanta maestà dall'interesse di chi le manipola e le promulga; le leggi riverite e temute dalla moltitudine, che vede in esse le regole immortali della propria condotta e quasi tanti riflessi della volontà e della potenza divina, non sono per lo più che l'espressione del volere dei più forti a tutela e vantaggio proprio, a danno e spavento dei deboli; la così detta santità delle leggi non è spesso che la sanzione dell'astuzia o della violenza, la tutela del privilegio, la canonizzazione della vendetta. Un tempo si fece derivare il diritto, che altro non e in sostanza che la maschera della forza, dal seno stesso di Dio; più tardi s'inventò un diritto naturale, quasi che le leggi inculcate dai vincitori ai vinti fossero un riflesso delle leggi che governano l'universo, si trovò poi un ordine morale e un ordine giuridico, esistenti per sé e superiori alla vita umana nello spazio e nel tempo, quasi due metacosmi epicurei inviolati ed eterni, abitati da demiurghi misteriosi che movessero immoti l'organismo politico e morale entro un cerchio adamantino.
Si cominciò finalmente a sospettare che tutti questi ordini e sottordini, quando non servono di reti e di tranelli, siano metafisicherie d'intelletti barcollanti nell'ebrezza dell'orgoglio umano fuori della natura e del vero; che tutte le norme, credute immutabili ed immortali, siano anch'esse soggette ai mutamenti e alla morte, non solo per essere sostituite da altre più razionali e più giuste, ma per lasciar libero il campo a una concezione della natura e della storia scevra di tutto quel meccanismo, che la paura, la metafisica e l'ipocrisia umana hanno sovrapposto in ogni tempo alla realtà delle cose.
Il concetto dell'anarchia di un organismo cioè che si conserva e si perfeziona per virtù della propria natura, senza volontà esteriori a se stesso, senza altre leggi da quelle che risultano dal principio universale della vita; il concetto che desta tante apprensioni e tante paure al misoneismo borghese; il concetto che sarà nel campo sociale di così tarda e difficile applicazione, ha pure il suo riscontro e la sua giustificazione nella realtà dell'universo. La natura è intimamente anarchica. La mente umana, nonostante il perpetuo ciarlare d'infinità e d'eternità, è portata dalla sua stessa essenza a definire e circoscrivere le cose della natura nell'ambito ristretto della sua comprensione; e s'è fatto però della natura una macchina con forze e con fini determinati. Non sapendo poi spiegarsi il congegno molteplice di una tal macchina, e il come e perchè d'ogni sua operazione, e non potendo risalire la concatenazione infinita di cause e d'effetti, ha tutto riferito ad una causa soprannaturale, a un macchinista ogniscibile e onnipotente, che l'ha tratta dal nulla, l'ha costruita a suo modo e a suo capriccio, sottoponendone ogni moto alla sua volontà, e assegnando a ciascuna parte di essa una intelligenza e una forza regolatrice di ordine inferiore, soggetta al suo potere e alla sua intelligenza suprema. Così le gerarchie sociali furono, per uno strano sdoppiamento della mente umana, attribuite alla natura, e tutto l'universo divenne un'immensa antinomia di numi e di mortali, di sovrani e di soggetti, di oppressori e d'oppressi. Era riserbato alla concezione epicurea l'onore di liberare la natura e la storia d'ogni intervento di forze soprannaturali, e di riconnettere tutte le leggi dell'essere a quell'Ananke democritea, alla necessità cioè di tutte le manifestazioni della vita universale, che scientificamente corrisponde al determinismo moderno. Ma volendo Epicuro accordare questa intima necessità delle cose con la pretesa libertà delle umane azioni, ricorse a quella ingegnosa ipotesi del clinamen atomorum, che tanto diede da fare alla critica, ch'è una prova dell'armonia e della logica inflessibile della mente ordinatrice di quel sistema, ma che resterà pur sempre fra' ripieghi metafisici per ispiegare un fenomeno che ha perpetuamente lusingato la mente umana, facendola credere libera e quasi avulsa dalla universale fatalità. 
Molto più razionalmente avrebbero proceduto i filosofi, se invece di cercare la cagione del fenomeno, si fossero prima studiati di rendersi ragione del fenomeno stesso, e avessero sospettato uno dei tanti miraggi dell'umana superbia, là dove non vedevano che una realtà. La teoria atomistica di Democrito e di Leucippo, in quanto vede nella natura una concatenazione di cause e d'effetti senza interruzioni nè eccezioni di sorta alcuna, si può considerare in questo particolare come più scientifica dell'epicurea.
La nuova concezione dell'universo, non solo esclude ogni forza superiore ed estranea alla materia e ogni potenza e volontà regolatrice dei fenomeni della vita, ma tende a ridurre unicamente al moto, cioè alla forza intima dell'essere, tutte quelle che noi chiamiamo le leggi della natuta, e che non sono in sostanza che ipotesi più o meno felici, e modi convenzionali per intenderci intorno a certi gruppi di fenomeni e a certe costanti apparenze dell'essere nell'infinito. La gravitazione, l'attrazione, l'evoluzione, le leggi di Keplero, di Newton, di Darwin non sono che dei termini e delle regole ideali, a cui il pensiero scientifico cerca di ridurre le manifestazioni della vita universa. La legge vera, reale, universale, la legge unica che governa la vita è la vita stessa. Data la materia e il moto, tutte le combinazioni, le ripulsioni, gli aggruppamenti, gli organismi, i conflitti e le armonie che ne derivano, sono effetti necessarj; e noi diciamo ch'essi ubbidiscono a leggi speciali, in quanto che essi avvengono in un certo ambito e sotto date condizioni, e si riproducono e si ripetono perpetuamente. La pietra che cade, la fiamma che s'alza, gli astri che descrivono un cerchio o un'eclissi non ubbidiscono in realtà che alla propria natura; e se ubbidire a se stessi equivale ad esser liberi, tutte le manifestazioni della vita, non che gli effetti umani, son libere, non soggette cioè a forza alcuna al di fuori e al di sopra di sè. In questa concezione altamente anarchica della natura, a me sembra, coincidano e concordino i due concetti di necessità e di libertà, senza bisogno di ricorrere a ipotesi speciose e ad arzigogoli metafisici. Un seme gettato in terreno propizio germoglia, cresce, si dirama, stende libetamente le sue radici, spiega liberamente le sue foglie, s'abbella dei suoi fiori, s'insapora dei suoi frutti: esso si svolge pienamente, secondo le proprie forze: e in quanto non rova nella terra e nell'aria alcun ostacolo, noi possiamo ben dire che si svolge liberamente. La pianta però non ha facoltà di muoversi, di crescere all'ingiù, di recar fiori e frutti diversi di quelli che la sua natura comporta: in ciò essa segue la forza dell'esser suo, è quello che deve esser, soggiace alla necessità naturale. In questo senso ogni essere, ogni corpo, ogni atomo di materia è libero al tempo stesso e soggetto alla necessità: libero in quanto si muove senza ostacoli esteriori in un dato spazio; soggetto in quanto non può assolutamente valicare i limiti assegnati e di svolgersi o manifestarsi diversamente. La Natura, così intesa, ci appare come una infinità di atomi, di corpi, di esseri che si muovono nello spazio, ubbidendo ciascuno alla necessità dell'esser suo; come un insieme meraviglioso d'individui, che portati dalla propria forza, ch'è una specie di volontà di vivere, si aggregano, si agglomerano, uniscono i propri agli altrui moti, si accrescono e si circoscrivono a vicenda, formando quella varia, molteplice, infinita armonia di movimenti, da cui nasce la conservazione eterna della materia in uno scambio e in una equivalenza perpetua di forze.
Noi troviamo così nella natura l'esempio e la base di quella forza, che nel campo morale e sociale noi chiamiamo dell'egoismo e dell'individualismo, e ch'è come il nucleo e il fuoco centrale di tutte le attività, il principio da cui muove e il fine a cui tende ogni manifestazione del mondo fisico e del mondo morale; la ragione di quell'immensa armonia, che non risulta da norme e da leggi sovrapposte alle cose e prestabilite da forze e da volontà superiori, ma dalla libera estrinsecazione delle forze comuni confluenti tutte per necessità congenere alla conservazione e alla propagazione della vita nell'infinito. Osservate una madrepora. Milioni d'esseri microscopici lavorano, ciascuno per il proprio conto, senza un fine prestabilito, per legge intima, cioè per necessità della propria natura. Dalla necessaria e naturale coordinazione delle loro forze, dal libero esercizio dell'attività di ciascuno, limitata soltanto dall'esercizio dell'attività di tutti, risulta un lavoro armonico in cui è riposto il fine della loro vita e il loro relativo benessere. Questi infinitesimi lavoratori che costruiscono i continenti, che quali immensi cetacei si affacceranno dai mari e stenderanno i dorsi immani al sorriso fecondo del sole, non sono dissimili dagli astri, dai soli, dai mondi, come noi enfaticamente li chiamiamo: essi formano delle associazioni, dei sistemi: regolari, cioè, agglomerazioni di esseri attratti dalla simiglianza della loro natura ad unirsi in un lavoro comune per attingere attraverso i secoli il medesimo fine ch'è la conservazione e la propagazione della loro specie.


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Il così detto consorzio civile non differisce da tutte le altre associazioni vitali che nel grado della consapevolezza individuale e sociale: la coscienza non è una qualità miracolosamente concessa agli uomini soli, ma è una stratificazione, non dissimile dalle formazioni geologiche, la quale ha le prime e più profonde e rudimentali manifestazioni negli infimi gradi della scala zoologica.
Quando si grida che per migliorare le condizioni umane bisogna conformare le nostre azioni alle così dette leggi della natura, non si considera probabilmente abbastanza, che la natura non conosce nè contiene altro in sè che individui, di cui ciascuno attende necessariamente al suo lavoro per attingere un fine ch'è comune a tutti gli altri esseri; e che per conformare le leggi sociali alle leggi della natura, bisogna anzi tutto disfarsi di tutte quelle leggi che, deviando con mille ostacoli la libera estrinsecazione della energia individuale, assoggettando alla forza e all'ambizione dei pochi le forze ed il diritto dei più, alzando limiti e fondando privilegj a tutela e a vantaggio unico dei più forti, distolgono il lavoro comune dal suo fine naturale, conculcano la libertà individuale, dimezzano l'umana personalità, fanno della società umana una vasta prigione, in cui i vinti, i poveri, i deboli sono costretti a lavorare sotto la sorveglianza crudele e a beneficio unico di pochi sfruttatori. Abolire tutto ciò che v'è di artificiale e di metafisico nella concezione della natura; di convenzionale e di falso nella morale, di privilegiato e d'iniquo nella società; liberare insomma la mente e la vita umana da tutte le catene, gli spauracchi e le ipocrisie, di cui l'hanno ingombrato l'ignoranza e la prepotenza, gl'impostori del tempio, della reggia e della scuola: a questo tende il pensiero scientifico-sociale moderno, che dalla conoscenza sempre più reale e positiva della natura riceverà mano mano un crescente irresistibile impulso. Il pensiero, come ha con immagine sublime cantato lo Shelley, è simile alla frana: esso s'accresce a poco a poco nel silenzio solenne delle grandi anime; ma appena si sferra dalle vette sublimi del genio, cresciuto dalle forze congiunte di tutta una generazione, esso precipita facendo rintronare di mille echi la valle e abbattendo e strascinando con sè tutti quegli ostacoli, che parvero inconcussi ed insormontabili.
Finora, tutto ha congiurato a snaturarci, a distoglierci dalla via del vero, dal seno stesso della natura, gittandoci dietro a fantasmi, e a larve senza soggetto, spingendoci, dopo d'averci accecati, nella notte mostruosa dell'infinito, sì che dopo d'avere brancolato per qualche tempo nel vuoto, ci siamo accasciati sotto il fardello della vita, come sotto il peso della maledizione materna. Abbiamo chiamato piangendo e bestemmiando nella tenebra inesorata il santo nome della natura; abbiamo sprecato le nostre forze giovanili in uno spasimo e in un contorcimento supremo dello spirito; ma la natura non risponde a fanciulli paurosi della notte e dell'eco della propria voce; e gli sforzi non ordinati ad un fine possibile sono condannati a disperdersi nel vuoto. L'educazione e la legislazione fondate su preconcetti e su pregiudizi metafisici, ci hanno reso artificiali, ipocriti, schiavi, e soprattutto miseri: essendo la miseria economica effetto della miseria delle anime, dell'ignoranza cioè del nostro stato e della nostra destinazione.
La libertà, nel significato e nelle funzioni che le abbiamo più sopra riconosciuti, è stata piuttosto l'incubo che la ispiratrice degli educatori e dei legislatori, i quali invece di renderci a noi stessi nella piena coscienza delle nostre forze e dei nostri fini, ci hanno circondati e costretti di fasce incerate, mummificandoci e seppellendoci sotto l'immenso cumulo dei loro errori; hanno reso, ciò che essi chiamano il nostro spirito, la parte più alta di noi una misera gatta impagliata con gli occhi di vetro e col naso di guttaperca. Hanno trattato l'uomo come un essere anomalo incapace di seguire da sè stesso (egli l'essere pensante e cosciente) quella via che la natura dischiude innanzi a tutti gli altri animali, e che tutti seguono spontaneamente; lo hanno distinto pomposamente da tutti gli altri esseri, ne hanno fatto il sovrano di tutti, ma arrogandosi il diritto di governare i menomi suoi atti, e interpretando quale contraria alla natura ogni manifestazione spontanea della sua libertà, gli hanno messo la camicia di forza dei loro assiomi, delle loro leggi. Gli esseri più artificali, più manchevoli e più ingannevoli, più scellerati insieme più vili si sono riputati i più savj, perchè più conformi all'esemplare e al tipo dell'uomo civile, proposto ed imposto al povero gregge umano da religioni stolte e da istituzioni codarde; si sono assunta la potatura degl'ingegni ribelli, il dimezzamento e lo smembramento della coscienza, l'umiliazione e la degradazione della parte più numerosa, più laboriosa, più utile e più onesta dell'umanità. E dopo la perpetrazione di tanti delitti, in nome dell'ordine, delle leggi, della civiltà e della giustizia, hanno osato ed osano parlare di natura, di scienza, di progredimento! Per tornare alla natura, per conformare alla scienza la vita, per avanzare nella via della giustizia e della fratellanza umana, bisogna cominciare dal mandare a gambe levate tutti questi istitutori e censori ed eviratoti del genere umano e fare un bel falò dei loro trattati di morale, di economia e di diritto, dei loro codici e delle loro istituzioni.

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Quello che osserviamo nella natura e nella storia, si rispecchia assai fedelmente nelle manifestazioni dell'arte letteraria: non per nulla si dice che la letteratura è lo specchio della vita. Il prete, il birro, il pedante sono stati e sono purtroppo finora la triplice espressione della tirannide umana, la trinità eviratri-ce del pensiero, il triplice tormento dell'umana coscienza. Natura senza Dei; società senza padroni, letteratura senza pedanti ecco il triplice objetto della scienza, dell'arte e della vita civile dell'umanità. Ma non c'è liberazione senza rivoluzione. Il genio, ch'è il precursore d'ogni umana liberazione, è perciò stesso il perpetuo ribelle.
I Romani fecero del genio una divinità particolare, destinata alla tutela di ciascun mortale, e stimarono ch'egli nascesse e morisse con l'uomo: onde Orazio: Sit genius natale comes e quel che segue. Seneca, presentendo il cristianesimo, pone il genio fra le divinità inferiori, al contrario di Varrone che lo annovera fra' più potenti. Spettava alla religione delle catacombe il fulminare e confondere coi demonj questo indagatore indefesso e indomabile della natura, quest'autore d'ogni più profondo rinnovamento umano, questo ispiratore sublime d'ogni capolavoro dell'arte.
Comunque sia della vecchia mitologia e della nuova, il genio si distingue dall'ingegno in quanto che l'uno inventa, e rappresenta l'Ideale, l'altro lo comprende e lo studia; l'uno è la forza sintetica, la forza creatrice, l'altro la forza analitica, la paziente indagine, la virtù ordinatrice dei trovati dell'altro. Una maggiore o minor dose d'ingegno tutti gli uomini l'hanno; il genio è privilegio di pochi eletti. Esso fonde in una meravigliosa unità il senso, l'intelligenza e la volontà di coloro che investe; dirige ad un fine unico tutte le loro facoltà, a traverso gli ostacoli, le lotte, le sciagure, onde fu sempre fecondo agl'innovatori il terreno sociale, ingrassato dal privilegio e abbellito dall'ipocrisia; è veramente un demone, come Socrate lo chiamava, uno spirito familiare quale appariva al povero Torquato, un diavolo addosso come lo definiva il Voltaire, una forza altissima, spesso inconsapevole, ribelle sempre.
La nuova scienza borghese, impasto congruo, per lo più di vecchio e di nuovo materialismo, con guarnitura di cifre statistiche più o meno attendibili e impepato d'una spregiudicatezza molto aromatica e poco piccante, ha recentemente ridotto il genio a una malattia dell'anima, confinante da un lato con la follia e dall'altro con la delinquenza, a una psicosi congenere e degenerativa, che a tramontana ha il manicomio e a mezzogiorno l'ergastolo. Come si vede il salto dall'est deus in nobis è piuttosto considerevole; e le due prospettive del genio sono assai consolanti: forse per questo i genj si vanno facendo più rari! Certo la sensibilità e l'eccitabilità nervosa di questi esseri straordinarj, che noi qualifichiamo di genj ha qualcosa di morboso; certo alcuni abiti del corpo e dello spirito, alcuni atti ed espressioni di costoro si distinguono radicalmente da quelli del comune degli uomini; la loro ideazione è più rapida, più concitata, più varia; più violente le loro passioni; scontinuata ed irregolare la loro attività intellettuale; balzante da un estremo all'altro la loro volontà; più intensa, più acuta la loro vista interiore, più felice che in tutti gli altri la disposizione a cogliere i rapporti ideali delle cose; più scarsa, anzi quasi nulla, l'adattabilità alle circostanze della vita cotidiana: sordi alle voci squillanti delle Sirene plebee della ricchezza, degli onori del potere, essi sono sensibilissimi a cogliere le voci arcane delle cose, le armonie misteriose dell'essere, la pulsazione dell'anima infinita. Ma se questo costituisce una degenerazione, in verità, noi non c'intendiamo più sul significato delle parole e alto vorrà dire basso, ultimo significherà primo. Degenerazione è svolgimento in peggio, è tralignare, essere meno virtuoso dei genitori. Or se le manifestazioni del genio sono le più sublimi della mente umana, non s'intende davvero come a tanto possa giungere un essere degenerato. Non si vuol credere al genio-miracolo, e si attribuisce alla degenerazione la facoltà miracolosa di produrre le opere più perfette dell'ingegno umano! Il genio non è certamente un prodotto miracoloso della natura; ma esso non è neppure un prodotto che la natura stessa contraria e degrada, condannandolo alla sterilità, alla disperazione, e alla morte precoce. Si parla sul serio della sterilità, del celibato, della balbuzie, della calvizie (perfino della calvizie!), della morte prematura e della follia di alcuni uomini di genio, senza pensare, che, pure riducendo a questa superficiale e triviale osservazione di caratteri accidentali l'analisi del genio, per quanto la si possa lardellare di dati statistici, noi potremmo provare con le cifre alla mano, che questi tali genj sono eccezionali. [...].
Le neuropatie dunque a cui vanno soggetti gli uomini di genio, sono infermità comuni a una gran parte del genere umano, a tutti gl'individui di temperamento nervoso. Quando il Lombroso parla di genj degenerati, egli attribuisce ai genj soli parecchie infermità caratteristiche di tutta una classe umana. E mi pare inoltre ch'egli abbia, seguendo un suo costume di generalizzare il particolare, e di concludere troppo presto argomentando dal particolare al generale, ch'egli abbia, dico, avuto di mira non i genj veri, i grandi rinnovatori, cioè dell'ambiente morale e sociale, ma quel bulicame di spostati e di squilibrati, come ora comunemente si dicono, che del genio hanno l'apparenza, e qualche volta la pretenzione, ma che in sostanza non sono altro che stravaganti, inetti a qualunque serio lavoro, e incapaci di mettere le forze del loro ingegno e della loro volontà a servigio d'un alto e nobile ideale. Quest'ultima fase dellaciviltà borghese, a cui abbiamo la fortuna di assistere, malefi-cando sempre più le fonti dell'esistenza e indebolendo coi continui galvanismi d'una vita fittizia i poveri nervi di queste generazioni d'isterici, ha smisuratamente cresciuto il numero di questi detraqués, ciondolanti fra la carcere e il manicomio. Ma costoro hanno tanto del genio, quanto i frutti imbozzacchiti per gelo o magagnati dai vermi o dalla grandine, i quali cascano dal ramo prima di essere colti e si putrefanno tra' il fango, hanno dei frutti sani ed odorosi, che sorridono tra le foglie, allettando la mano che li colga e il palato che li gusti. I malati, i folli e qualche volta, purtroppo, i delinquenti sono propriamente costoro. Ma alla scienza borghese torna conto di metterli in fascio co' genj veri; perchè sa che il genio è destinato a cangiare a poco a poco la faccia di questo brago sociale, in cui vive ed ingrassa beatamente la prepotenza legale e la scientifica bacchettoneria; perchè essa sa che il genio è naturalmente ribelle. Fermiamoci alquanto su questo carattere sostanziale del genio.

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L'opera del genio, qualunque essa sia, è personale ed originale per eccellenza. Perchè un'opera sia originale, bisogna ch'essa, e per il concetto che l'informa, e per la maniera, onde tal concetto si esprime, esca dalle vie comuni, sia annunziando verità nuove, o guardando da un aspetto nuovo le già conosciute, sia rappresentando in maniera tutta propria le proprie o le altrui passioni, calpestando le regole fin allora credute sacre e varcando senza scrupoli quei termini, entro a cui la critica, cioè il pregiudizio imperante, pretendeva circoscrivere le manifestazioni dell'arte. Originalità dunque vuol dire ribellione. E il genio è essenzialmente ribelle: Voi gli tessete intorno una rete vulcanica di precetti, di assiomi, di leggi, ed egli la spezza e la sprezza, si forma e s'impone altre leggi, manda all'aria le forme sacramentali e i canali privilegiati in cui si vorrebbe gettare e far correre il pensiero creatore e ne crea altre che la critica si scalmanerà invano di inventariare, di classificare, di ridurre alle vecchie misure legali per allogarle finalmente nel suo casellario fuligginoso. Questa ribellione che manda a gambe levate tanti bachina a demiurghi, non crede inviolabile nessuna legge, ancor che consacrata dall'uso e dall'ubidienza universale. Egli ha la visione chiara d'un Ideale, e vuole raggiungerlo e incarnarlo: gli ostacoli che gli oppone la fede, la prepotenza, la critica non fanno che accrescere il suo desiderio e la sua forza: li affronta sorridendo con la noncuranza di un Dio; ed anche allora che più gli resistano, e già sembra che il suo vigore si franga in una lotta ineguale, anche quando soggiaccia alla loro resistenza brutale, la sua fronte s'illumina d'una soave speranza, perchè egli presente e prevede in quell'ora [...]* il suo trionfo immancabile nell'avvenire. Sì perchè il genio è il precursore del superuomo, l'annunziatore e l'apostolo dell'Ideale.
L'anarchia del genio, la libertà dell'opera d'arte, l'indipendenza assoluta di essa da tutti i canoni e le leggi d'una critica impotente e pretenziosa, ci porterà nei futuri discorsi a trattare le più vitali questioni dell'arte dal punto di vista sociologico, e a renderci conto dei capolavori della poesia italiana, considerati principalmente dall'aspetto estetico e sociale.
Il pensiero che mi persuade a presentarvi tali studi è di ridare all'insegnamento letterario quell'importanza filosofica, ch'esso ha generalmente perduto per opera d'una critica miope e meschina, che intesa unicamente a razzolar date ed aneddoti, ha perduto e fatto perdere di vista gl'intenti dell'arte e gl'ideali della vita; di rivendicare l'indipendenza del lavoro geniale dalle codificazioni della critica burbanzosa ed inetta; di richiamare finalmente l'attenzione e lo studio vostro, se pur mi sarà possibile sull'intima relazione tra' fenomeni artistici e sociali, considerando l'arte come il più nobile strumento delle conquiste civili, come un mezzo di simpatia e di carità universale, una facoltà di armonizzare, secondo la frase del Guyau, l'individuo umano al gran tutto, abbattendo nel campo estetico quelle barriere che la ragione ha da un pezzo abbattuto nel campo scientifico, e che l'azione concorde di tutti i lavoratori si accinge ad abbattere nel campo economico e sociale.
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* bibliografia
Prose, poesie e lettere postume a cura di Lorenzo Vigo-Fazio -1930
L'odio di Francesco Petrarca a cura di Mario Sipala - 1990