Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo
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venerdì 3 febbraio 2012

Francesco Buccheri detto Boley (poeta e giornalista - Catania, 1878-1961)


Giacchì la me' carusa mi tradìu, 
Comu ricordu a lu so' tradimentu, 
Ju vogghiu dari a tia, litturi miu, 
'Stu libricèddu; e fazzu un juramentu 
Di non stampari cchiù 'sti fissarii 
Pirchì sicura e certu ti siddii. 
Ed ora cumpatiscimi si leggi 
'Sti versi scritti d'unu ca non reggi!
*****


Quando si parla di Francesco Buccheri-Boley non si può tacere che la bruttezza del suo naso contribuiva alla popolarità del poeta, così come ad essa contribuiva altresì il suo pseudonimo Boley che era piaciuto a tutti e particolarmente al ceto popolare a cui Boley, da quell'autentico poeta che era, fu sempre vicino e dal quale fu sempre amato.
Poeta  satirico  dialettale,  piccolo di statura, con occhi da bassotto e baffoni. I suoi versi mordaci colpivano col motto e la sferzata chi non s'adoperava per il bene della collettività.
*
(Risposta - a Crisantemu Rosa.)
Doppu di Rapisarda, cci scummettu, 
Lu secunnu puèta siti vui; 
Però tiniti, amicu, un gran difettu, 
Ca vi lu dicu e 'rresta tra di nui: 
Ca vi sintìti grossu... mentri siti 
Un' acidduzzu 'i virga 'ntra la riti.

Ed ju ccu genti grossi e prufissuri, 
Non cci vurrìssi avìri mai chi fari, 
Pirchì mi scantu ed haju lu timuri 
Di sceccu... comu ad jddi addivintari. 
E giacchì siti, amicu, di 'sti tali, 
Tinitivillu forti... 'stu tistali !



A seconda dell'ispirazione,  anche lui ha i momenti romantico-sentimentali, allora scrive dei veri e propri canti d'amore.
*
(a la Signurina A... S...)


Quannu lu Signuruzzu fici a Tia,
Senza vulirlu, cridu, appi a sbagghiari; 
Ju mi suppongu chi fari duvìa 
Un' angileddu pri 'ncelu rignari.

Ti desi li biddizzi di 'na Dia,
Ti fici un paru d' occhi pri 'ncantari 
A cu', pri so' furtuna, ti talìa 
Di 'ssa facciuzza li biddizzi rari !

Scrisse,  su giornali e riviste, molte centinaia di poesie, che raccolse in ventuno volumi (Cari ricordi, Tempu persu, Raggia d'amuri, Cosi co' micciu, Mali frusculi, Cannunati, L'ultimi cuzzati, eccetera): con la satira, ben si vede, anche il sentimento. Alcune sue composizioni furono musicate dai maestri Aiello, Lombardo, Reina, Salvatore Pappalardo e Nunzio Tarallo.
Boley amava Catania. Era perciò sempre pronto a difenderla da chiunque le facesse o ne parlasse male. In questo somigliava, si capisce a modo suo, a Saverio Fiducia. Per questo i catanesi gli volevano bene. La popolarità di Boley era fatta del suo amore per Catania e dell'amore dei catanesi per lui. Quando De Felice lo incontrava, si fermava: — oh caro Cicchi!, e lo abbracciava.
*
Lu me ritrattu! « Si sugnu bruttu non ci fari casu! / Quannu mi guardi non ti spavintari! / Si teni moddu lu tò nasu / Guardannu a mia ti lu farà attisari! / Tenimi espostu dintra la tò stanza, / Ti portirò furtuna a tutta ultranza! »




Bibliografia
Catania a zig zag, di F. Granata
Enciclopedia di Catania, ed. Tringale

mercoledì 2 novembre 2011

ANARCHIA DEL GENIO - Lezioni di Mario Rapisardi

"Egli pensava che la scuola è un istituto di massima importanza nella vita pubblica, che essa deve essere fucina di valori morali e palestra di educazione delle giovani generazioni, riteneva che la scuola non può essere estranea alla vita, se di essa non si vuol fare un esercizio di espiazione ovvero un museo di fossili."

ANARCHIA DEL GENIO

1
Quando un edificio minaccia rovina, si ricorre provvisoriamente ai puntelli; quando una istituzione è marcia, si ricorre alle leggi. Le leggi circondate di tanta maestà dall'interesse di chi le manipola e le promulga; le leggi riverite e temute dalla moltitudine, che vede in esse le regole immortali della propria condotta e quasi tanti riflessi della volontà e della potenza divina, non sono per lo più che l'espressione del volere dei più forti a tutela e vantaggio proprio, a danno e spavento dei deboli; la così detta santità delle leggi non è spesso che la sanzione dell'astuzia o della violenza, la tutela del privilegio, la canonizzazione della vendetta. Un tempo si fece derivare il diritto, che altro non e in sostanza che la maschera della forza, dal seno stesso di Dio; più tardi s'inventò un diritto naturale, quasi che le leggi inculcate dai vincitori ai vinti fossero un riflesso delle leggi che governano l'universo, si trovò poi un ordine morale e un ordine giuridico, esistenti per sé e superiori alla vita umana nello spazio e nel tempo, quasi due metacosmi epicurei inviolati ed eterni, abitati da demiurghi misteriosi che movessero immoti l'organismo politico e morale entro un cerchio adamantino.
Si cominciò finalmente a sospettare che tutti questi ordini e sottordini, quando non servono di reti e di tranelli, siano metafisicherie d'intelletti barcollanti nell'ebrezza dell'orgoglio umano fuori della natura e del vero; che tutte le norme, credute immutabili ed immortali, siano anch'esse soggette ai mutamenti e alla morte, non solo per essere sostituite da altre più razionali e più giuste, ma per lasciar libero il campo a una concezione della natura e della storia scevra di tutto quel meccanismo, che la paura, la metafisica e l'ipocrisia umana hanno sovrapposto in ogni tempo alla realtà delle cose.
Il concetto dell'anarchia di un organismo cioè che si conserva e si perfeziona per virtù della propria natura, senza volontà esteriori a se stesso, senza altre leggi da quelle che risultano dal principio universale della vita; il concetto che desta tante apprensioni e tante paure al misoneismo borghese; il concetto che sarà nel campo sociale di così tarda e difficile applicazione, ha pure il suo riscontro e la sua giustificazione nella realtà dell'universo. La natura è intimamente anarchica. La mente umana, nonostante il perpetuo ciarlare d'infinità e d'eternità, è portata dalla sua stessa essenza a definire e circoscrivere le cose della natura nell'ambito ristretto della sua comprensione; e s'è fatto però della natura una macchina con forze e con fini determinati. Non sapendo poi spiegarsi il congegno molteplice di una tal macchina, e il come e perchè d'ogni sua operazione, e non potendo risalire la concatenazione infinita di cause e d'effetti, ha tutto riferito ad una causa soprannaturale, a un macchinista ogniscibile e onnipotente, che l'ha tratta dal nulla, l'ha costruita a suo modo e a suo capriccio, sottoponendone ogni moto alla sua volontà, e assegnando a ciascuna parte di essa una intelligenza e una forza regolatrice di ordine inferiore, soggetta al suo potere e alla sua intelligenza suprema. Così le gerarchie sociali furono, per uno strano sdoppiamento della mente umana, attribuite alla natura, e tutto l'universo divenne un'immensa antinomia di numi e di mortali, di sovrani e di soggetti, di oppressori e d'oppressi. Era riserbato alla concezione epicurea l'onore di liberare la natura e la storia d'ogni intervento di forze soprannaturali, e di riconnettere tutte le leggi dell'essere a quell'Ananke democritea, alla necessità cioè di tutte le manifestazioni della vita universale, che scientificamente corrisponde al determinismo moderno. Ma volendo Epicuro accordare questa intima necessità delle cose con la pretesa libertà delle umane azioni, ricorse a quella ingegnosa ipotesi del clinamen atomorum, che tanto diede da fare alla critica, ch'è una prova dell'armonia e della logica inflessibile della mente ordinatrice di quel sistema, ma che resterà pur sempre fra' ripieghi metafisici per ispiegare un fenomeno che ha perpetuamente lusingato la mente umana, facendola credere libera e quasi avulsa dalla universale fatalità. 
Molto più razionalmente avrebbero proceduto i filosofi, se invece di cercare la cagione del fenomeno, si fossero prima studiati di rendersi ragione del fenomeno stesso, e avessero sospettato uno dei tanti miraggi dell'umana superbia, là dove non vedevano che una realtà. La teoria atomistica di Democrito e di Leucippo, in quanto vede nella natura una concatenazione di cause e d'effetti senza interruzioni nè eccezioni di sorta alcuna, si può considerare in questo particolare come più scientifica dell'epicurea.
La nuova concezione dell'universo, non solo esclude ogni forza superiore ed estranea alla materia e ogni potenza e volontà regolatrice dei fenomeni della vita, ma tende a ridurre unicamente al moto, cioè alla forza intima dell'essere, tutte quelle che noi chiamiamo le leggi della natuta, e che non sono in sostanza che ipotesi più o meno felici, e modi convenzionali per intenderci intorno a certi gruppi di fenomeni e a certe costanti apparenze dell'essere nell'infinito. La gravitazione, l'attrazione, l'evoluzione, le leggi di Keplero, di Newton, di Darwin non sono che dei termini e delle regole ideali, a cui il pensiero scientifico cerca di ridurre le manifestazioni della vita universa. La legge vera, reale, universale, la legge unica che governa la vita è la vita stessa. Data la materia e il moto, tutte le combinazioni, le ripulsioni, gli aggruppamenti, gli organismi, i conflitti e le armonie che ne derivano, sono effetti necessarj; e noi diciamo ch'essi ubbidiscono a leggi speciali, in quanto che essi avvengono in un certo ambito e sotto date condizioni, e si riproducono e si ripetono perpetuamente. La pietra che cade, la fiamma che s'alza, gli astri che descrivono un cerchio o un'eclissi non ubbidiscono in realtà che alla propria natura; e se ubbidire a se stessi equivale ad esser liberi, tutte le manifestazioni della vita, non che gli effetti umani, son libere, non soggette cioè a forza alcuna al di fuori e al di sopra di sè. In questa concezione altamente anarchica della natura, a me sembra, coincidano e concordino i due concetti di necessità e di libertà, senza bisogno di ricorrere a ipotesi speciose e ad arzigogoli metafisici. Un seme gettato in terreno propizio germoglia, cresce, si dirama, stende libetamente le sue radici, spiega liberamente le sue foglie, s'abbella dei suoi fiori, s'insapora dei suoi frutti: esso si svolge pienamente, secondo le proprie forze: e in quanto non rova nella terra e nell'aria alcun ostacolo, noi possiamo ben dire che si svolge liberamente. La pianta però non ha facoltà di muoversi, di crescere all'ingiù, di recar fiori e frutti diversi di quelli che la sua natura comporta: in ciò essa segue la forza dell'esser suo, è quello che deve esser, soggiace alla necessità naturale. In questo senso ogni essere, ogni corpo, ogni atomo di materia è libero al tempo stesso e soggetto alla necessità: libero in quanto si muove senza ostacoli esteriori in un dato spazio; soggetto in quanto non può assolutamente valicare i limiti assegnati e di svolgersi o manifestarsi diversamente. La Natura, così intesa, ci appare come una infinità di atomi, di corpi, di esseri che si muovono nello spazio, ubbidendo ciascuno alla necessità dell'esser suo; come un insieme meraviglioso d'individui, che portati dalla propria forza, ch'è una specie di volontà di vivere, si aggregano, si agglomerano, uniscono i propri agli altrui moti, si accrescono e si circoscrivono a vicenda, formando quella varia, molteplice, infinita armonia di movimenti, da cui nasce la conservazione eterna della materia in uno scambio e in una equivalenza perpetua di forze.
Noi troviamo così nella natura l'esempio e la base di quella forza, che nel campo morale e sociale noi chiamiamo dell'egoismo e dell'individualismo, e ch'è come il nucleo e il fuoco centrale di tutte le attività, il principio da cui muove e il fine a cui tende ogni manifestazione del mondo fisico e del mondo morale; la ragione di quell'immensa armonia, che non risulta da norme e da leggi sovrapposte alle cose e prestabilite da forze e da volontà superiori, ma dalla libera estrinsecazione delle forze comuni confluenti tutte per necessità congenere alla conservazione e alla propagazione della vita nell'infinito. Osservate una madrepora. Milioni d'esseri microscopici lavorano, ciascuno per il proprio conto, senza un fine prestabilito, per legge intima, cioè per necessità della propria natura. Dalla necessaria e naturale coordinazione delle loro forze, dal libero esercizio dell'attività di ciascuno, limitata soltanto dall'esercizio dell'attività di tutti, risulta un lavoro armonico in cui è riposto il fine della loro vita e il loro relativo benessere. Questi infinitesimi lavoratori che costruiscono i continenti, che quali immensi cetacei si affacceranno dai mari e stenderanno i dorsi immani al sorriso fecondo del sole, non sono dissimili dagli astri, dai soli, dai mondi, come noi enfaticamente li chiamiamo: essi formano delle associazioni, dei sistemi: regolari, cioè, agglomerazioni di esseri attratti dalla simiglianza della loro natura ad unirsi in un lavoro comune per attingere attraverso i secoli il medesimo fine ch'è la conservazione e la propagazione della loro specie.


2
Il così detto consorzio civile non differisce da tutte le altre associazioni vitali che nel grado della consapevolezza individuale e sociale: la coscienza non è una qualità miracolosamente concessa agli uomini soli, ma è una stratificazione, non dissimile dalle formazioni geologiche, la quale ha le prime e più profonde e rudimentali manifestazioni negli infimi gradi della scala zoologica.
Quando si grida che per migliorare le condizioni umane bisogna conformare le nostre azioni alle così dette leggi della natura, non si considera probabilmente abbastanza, che la natura non conosce nè contiene altro in sè che individui, di cui ciascuno attende necessariamente al suo lavoro per attingere un fine ch'è comune a tutti gli altri esseri; e che per conformare le leggi sociali alle leggi della natura, bisogna anzi tutto disfarsi di tutte quelle leggi che, deviando con mille ostacoli la libera estrinsecazione della energia individuale, assoggettando alla forza e all'ambizione dei pochi le forze ed il diritto dei più, alzando limiti e fondando privilegj a tutela e a vantaggio unico dei più forti, distolgono il lavoro comune dal suo fine naturale, conculcano la libertà individuale, dimezzano l'umana personalità, fanno della società umana una vasta prigione, in cui i vinti, i poveri, i deboli sono costretti a lavorare sotto la sorveglianza crudele e a beneficio unico di pochi sfruttatori. Abolire tutto ciò che v'è di artificiale e di metafisico nella concezione della natura; di convenzionale e di falso nella morale, di privilegiato e d'iniquo nella società; liberare insomma la mente e la vita umana da tutte le catene, gli spauracchi e le ipocrisie, di cui l'hanno ingombrato l'ignoranza e la prepotenza, gl'impostori del tempio, della reggia e della scuola: a questo tende il pensiero scientifico-sociale moderno, che dalla conoscenza sempre più reale e positiva della natura riceverà mano mano un crescente irresistibile impulso. Il pensiero, come ha con immagine sublime cantato lo Shelley, è simile alla frana: esso s'accresce a poco a poco nel silenzio solenne delle grandi anime; ma appena si sferra dalle vette sublimi del genio, cresciuto dalle forze congiunte di tutta una generazione, esso precipita facendo rintronare di mille echi la valle e abbattendo e strascinando con sè tutti quegli ostacoli, che parvero inconcussi ed insormontabili.
Finora, tutto ha congiurato a snaturarci, a distoglierci dalla via del vero, dal seno stesso della natura, gittandoci dietro a fantasmi, e a larve senza soggetto, spingendoci, dopo d'averci accecati, nella notte mostruosa dell'infinito, sì che dopo d'avere brancolato per qualche tempo nel vuoto, ci siamo accasciati sotto il fardello della vita, come sotto il peso della maledizione materna. Abbiamo chiamato piangendo e bestemmiando nella tenebra inesorata il santo nome della natura; abbiamo sprecato le nostre forze giovanili in uno spasimo e in un contorcimento supremo dello spirito; ma la natura non risponde a fanciulli paurosi della notte e dell'eco della propria voce; e gli sforzi non ordinati ad un fine possibile sono condannati a disperdersi nel vuoto. L'educazione e la legislazione fondate su preconcetti e su pregiudizi metafisici, ci hanno reso artificiali, ipocriti, schiavi, e soprattutto miseri: essendo la miseria economica effetto della miseria delle anime, dell'ignoranza cioè del nostro stato e della nostra destinazione.
La libertà, nel significato e nelle funzioni che le abbiamo più sopra riconosciuti, è stata piuttosto l'incubo che la ispiratrice degli educatori e dei legislatori, i quali invece di renderci a noi stessi nella piena coscienza delle nostre forze e dei nostri fini, ci hanno circondati e costretti di fasce incerate, mummificandoci e seppellendoci sotto l'immenso cumulo dei loro errori; hanno reso, ciò che essi chiamano il nostro spirito, la parte più alta di noi una misera gatta impagliata con gli occhi di vetro e col naso di guttaperca. Hanno trattato l'uomo come un essere anomalo incapace di seguire da sè stesso (egli l'essere pensante e cosciente) quella via che la natura dischiude innanzi a tutti gli altri animali, e che tutti seguono spontaneamente; lo hanno distinto pomposamente da tutti gli altri esseri, ne hanno fatto il sovrano di tutti, ma arrogandosi il diritto di governare i menomi suoi atti, e interpretando quale contraria alla natura ogni manifestazione spontanea della sua libertà, gli hanno messo la camicia di forza dei loro assiomi, delle loro leggi. Gli esseri più artificali, più manchevoli e più ingannevoli, più scellerati insieme più vili si sono riputati i più savj, perchè più conformi all'esemplare e al tipo dell'uomo civile, proposto ed imposto al povero gregge umano da religioni stolte e da istituzioni codarde; si sono assunta la potatura degl'ingegni ribelli, il dimezzamento e lo smembramento della coscienza, l'umiliazione e la degradazione della parte più numerosa, più laboriosa, più utile e più onesta dell'umanità. E dopo la perpetrazione di tanti delitti, in nome dell'ordine, delle leggi, della civiltà e della giustizia, hanno osato ed osano parlare di natura, di scienza, di progredimento! Per tornare alla natura, per conformare alla scienza la vita, per avanzare nella via della giustizia e della fratellanza umana, bisogna cominciare dal mandare a gambe levate tutti questi istitutori e censori ed eviratoti del genere umano e fare un bel falò dei loro trattati di morale, di economia e di diritto, dei loro codici e delle loro istituzioni.

3
Quello che osserviamo nella natura e nella storia, si rispecchia assai fedelmente nelle manifestazioni dell'arte letteraria: non per nulla si dice che la letteratura è lo specchio della vita. Il prete, il birro, il pedante sono stati e sono purtroppo finora la triplice espressione della tirannide umana, la trinità eviratri-ce del pensiero, il triplice tormento dell'umana coscienza. Natura senza Dei; società senza padroni, letteratura senza pedanti ecco il triplice objetto della scienza, dell'arte e della vita civile dell'umanità. Ma non c'è liberazione senza rivoluzione. Il genio, ch'è il precursore d'ogni umana liberazione, è perciò stesso il perpetuo ribelle.
I Romani fecero del genio una divinità particolare, destinata alla tutela di ciascun mortale, e stimarono ch'egli nascesse e morisse con l'uomo: onde Orazio: Sit genius natale comes e quel che segue. Seneca, presentendo il cristianesimo, pone il genio fra le divinità inferiori, al contrario di Varrone che lo annovera fra' più potenti. Spettava alla religione delle catacombe il fulminare e confondere coi demonj questo indagatore indefesso e indomabile della natura, quest'autore d'ogni più profondo rinnovamento umano, questo ispiratore sublime d'ogni capolavoro dell'arte.
Comunque sia della vecchia mitologia e della nuova, il genio si distingue dall'ingegno in quanto che l'uno inventa, e rappresenta l'Ideale, l'altro lo comprende e lo studia; l'uno è la forza sintetica, la forza creatrice, l'altro la forza analitica, la paziente indagine, la virtù ordinatrice dei trovati dell'altro. Una maggiore o minor dose d'ingegno tutti gli uomini l'hanno; il genio è privilegio di pochi eletti. Esso fonde in una meravigliosa unità il senso, l'intelligenza e la volontà di coloro che investe; dirige ad un fine unico tutte le loro facoltà, a traverso gli ostacoli, le lotte, le sciagure, onde fu sempre fecondo agl'innovatori il terreno sociale, ingrassato dal privilegio e abbellito dall'ipocrisia; è veramente un demone, come Socrate lo chiamava, uno spirito familiare quale appariva al povero Torquato, un diavolo addosso come lo definiva il Voltaire, una forza altissima, spesso inconsapevole, ribelle sempre.
La nuova scienza borghese, impasto congruo, per lo più di vecchio e di nuovo materialismo, con guarnitura di cifre statistiche più o meno attendibili e impepato d'una spregiudicatezza molto aromatica e poco piccante, ha recentemente ridotto il genio a una malattia dell'anima, confinante da un lato con la follia e dall'altro con la delinquenza, a una psicosi congenere e degenerativa, che a tramontana ha il manicomio e a mezzogiorno l'ergastolo. Come si vede il salto dall'est deus in nobis è piuttosto considerevole; e le due prospettive del genio sono assai consolanti: forse per questo i genj si vanno facendo più rari! Certo la sensibilità e l'eccitabilità nervosa di questi esseri straordinarj, che noi qualifichiamo di genj ha qualcosa di morboso; certo alcuni abiti del corpo e dello spirito, alcuni atti ed espressioni di costoro si distinguono radicalmente da quelli del comune degli uomini; la loro ideazione è più rapida, più concitata, più varia; più violente le loro passioni; scontinuata ed irregolare la loro attività intellettuale; balzante da un estremo all'altro la loro volontà; più intensa, più acuta la loro vista interiore, più felice che in tutti gli altri la disposizione a cogliere i rapporti ideali delle cose; più scarsa, anzi quasi nulla, l'adattabilità alle circostanze della vita cotidiana: sordi alle voci squillanti delle Sirene plebee della ricchezza, degli onori del potere, essi sono sensibilissimi a cogliere le voci arcane delle cose, le armonie misteriose dell'essere, la pulsazione dell'anima infinita. Ma se questo costituisce una degenerazione, in verità, noi non c'intendiamo più sul significato delle parole e alto vorrà dire basso, ultimo significherà primo. Degenerazione è svolgimento in peggio, è tralignare, essere meno virtuoso dei genitori. Or se le manifestazioni del genio sono le più sublimi della mente umana, non s'intende davvero come a tanto possa giungere un essere degenerato. Non si vuol credere al genio-miracolo, e si attribuisce alla degenerazione la facoltà miracolosa di produrre le opere più perfette dell'ingegno umano! Il genio non è certamente un prodotto miracoloso della natura; ma esso non è neppure un prodotto che la natura stessa contraria e degrada, condannandolo alla sterilità, alla disperazione, e alla morte precoce. Si parla sul serio della sterilità, del celibato, della balbuzie, della calvizie (perfino della calvizie!), della morte prematura e della follia di alcuni uomini di genio, senza pensare, che, pure riducendo a questa superficiale e triviale osservazione di caratteri accidentali l'analisi del genio, per quanto la si possa lardellare di dati statistici, noi potremmo provare con le cifre alla mano, che questi tali genj sono eccezionali. [...].
Le neuropatie dunque a cui vanno soggetti gli uomini di genio, sono infermità comuni a una gran parte del genere umano, a tutti gl'individui di temperamento nervoso. Quando il Lombroso parla di genj degenerati, egli attribuisce ai genj soli parecchie infermità caratteristiche di tutta una classe umana. E mi pare inoltre ch'egli abbia, seguendo un suo costume di generalizzare il particolare, e di concludere troppo presto argomentando dal particolare al generale, ch'egli abbia, dico, avuto di mira non i genj veri, i grandi rinnovatori, cioè dell'ambiente morale e sociale, ma quel bulicame di spostati e di squilibrati, come ora comunemente si dicono, che del genio hanno l'apparenza, e qualche volta la pretenzione, ma che in sostanza non sono altro che stravaganti, inetti a qualunque serio lavoro, e incapaci di mettere le forze del loro ingegno e della loro volontà a servigio d'un alto e nobile ideale. Quest'ultima fase dellaciviltà borghese, a cui abbiamo la fortuna di assistere, malefi-cando sempre più le fonti dell'esistenza e indebolendo coi continui galvanismi d'una vita fittizia i poveri nervi di queste generazioni d'isterici, ha smisuratamente cresciuto il numero di questi detraqués, ciondolanti fra la carcere e il manicomio. Ma costoro hanno tanto del genio, quanto i frutti imbozzacchiti per gelo o magagnati dai vermi o dalla grandine, i quali cascano dal ramo prima di essere colti e si putrefanno tra' il fango, hanno dei frutti sani ed odorosi, che sorridono tra le foglie, allettando la mano che li colga e il palato che li gusti. I malati, i folli e qualche volta, purtroppo, i delinquenti sono propriamente costoro. Ma alla scienza borghese torna conto di metterli in fascio co' genj veri; perchè sa che il genio è destinato a cangiare a poco a poco la faccia di questo brago sociale, in cui vive ed ingrassa beatamente la prepotenza legale e la scientifica bacchettoneria; perchè essa sa che il genio è naturalmente ribelle. Fermiamoci alquanto su questo carattere sostanziale del genio.

4
L'opera del genio, qualunque essa sia, è personale ed originale per eccellenza. Perchè un'opera sia originale, bisogna ch'essa, e per il concetto che l'informa, e per la maniera, onde tal concetto si esprime, esca dalle vie comuni, sia annunziando verità nuove, o guardando da un aspetto nuovo le già conosciute, sia rappresentando in maniera tutta propria le proprie o le altrui passioni, calpestando le regole fin allora credute sacre e varcando senza scrupoli quei termini, entro a cui la critica, cioè il pregiudizio imperante, pretendeva circoscrivere le manifestazioni dell'arte. Originalità dunque vuol dire ribellione. E il genio è essenzialmente ribelle: Voi gli tessete intorno una rete vulcanica di precetti, di assiomi, di leggi, ed egli la spezza e la sprezza, si forma e s'impone altre leggi, manda all'aria le forme sacramentali e i canali privilegiati in cui si vorrebbe gettare e far correre il pensiero creatore e ne crea altre che la critica si scalmanerà invano di inventariare, di classificare, di ridurre alle vecchie misure legali per allogarle finalmente nel suo casellario fuligginoso. Questa ribellione che manda a gambe levate tanti bachina a demiurghi, non crede inviolabile nessuna legge, ancor che consacrata dall'uso e dall'ubidienza universale. Egli ha la visione chiara d'un Ideale, e vuole raggiungerlo e incarnarlo: gli ostacoli che gli oppone la fede, la prepotenza, la critica non fanno che accrescere il suo desiderio e la sua forza: li affronta sorridendo con la noncuranza di un Dio; ed anche allora che più gli resistano, e già sembra che il suo vigore si franga in una lotta ineguale, anche quando soggiaccia alla loro resistenza brutale, la sua fronte s'illumina d'una soave speranza, perchè egli presente e prevede in quell'ora [...]* il suo trionfo immancabile nell'avvenire. Sì perchè il genio è il precursore del superuomo, l'annunziatore e l'apostolo dell'Ideale.
L'anarchia del genio, la libertà dell'opera d'arte, l'indipendenza assoluta di essa da tutti i canoni e le leggi d'una critica impotente e pretenziosa, ci porterà nei futuri discorsi a trattare le più vitali questioni dell'arte dal punto di vista sociologico, e a renderci conto dei capolavori della poesia italiana, considerati principalmente dall'aspetto estetico e sociale.
Il pensiero che mi persuade a presentarvi tali studi è di ridare all'insegnamento letterario quell'importanza filosofica, ch'esso ha generalmente perduto per opera d'una critica miope e meschina, che intesa unicamente a razzolar date ed aneddoti, ha perduto e fatto perdere di vista gl'intenti dell'arte e gl'ideali della vita; di rivendicare l'indipendenza del lavoro geniale dalle codificazioni della critica burbanzosa ed inetta; di richiamare finalmente l'attenzione e lo studio vostro, se pur mi sarà possibile sull'intima relazione tra' fenomeni artistici e sociali, considerando l'arte come il più nobile strumento delle conquiste civili, come un mezzo di simpatia e di carità universale, una facoltà di armonizzare, secondo la frase del Guyau, l'individuo umano al gran tutto, abbattendo nel campo estetico quelle barriere che la ragione ha da un pezzo abbattuto nel campo scientifico, e che l'azione concorde di tutti i lavoratori si accinge ad abbattere nel campo economico e sociale.
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* bibliografia
Prose, poesie e lettere postume a cura di Lorenzo Vigo-Fazio -1930
L'odio di Francesco Petrarca a cura di Mario Sipala - 1990





venerdì 29 aprile 2011

Mors et Vita di Mario Rapisarsi


  PREFAZIONE L'arte austera di Mario Rapisardi, che non è la facile retorica dei classici di mestiere, l' arte di Lui che è palpito di vita di un pensiero poderoso, che è manifestazione possente del genio che crea l' idea e non ha parola risonante, non è certo il campo che può essere battuto dai molti avventurieri della letteratura ufficiale. Ed è certamente per questo che, l'opera Rapisardiana è stata insidiata dalla congiura del silenzio, quando non è stata fatta segno agli strali velenosi della critica idiota ed interessata da tutti i mercanti che si annidano nel tempio dell' Arte Italiana. Spezzare i pregiudizi dell'ostilità che la stupidaggine e la malafede altrui ha tessuto intorno alla poesia del Rapisardi, penetrarne e comprenderne tutta la bellezza intima e la vigoria di pensiero per mostrarla agli altri, è l'opera coraggiosa ed ardita che il Nicolosi ha compiuto nel suo lavoretto che, se non è classicamente perfetto, dimostra un ingegno non comune. Questo il merito del Nicolosi che non si può negargli, e ch'è il migliore incoraggiamento per proseguire.   Catania, agosto 1921. G. Battiati

..... che mai sperate
Dalla giurata propaganda ostile,
Se più il gigante, che abbassar tentate,
S' erge nel gran pensier, nell'aureo stile !
Lucio Finocchiaro

Quando penso alle poderose concezioni filosofiche che costituiscono il nucleo delle ispirazioni poetiche Rapisardiane, mi sento interessato dall'opera stessa, che, a traverso la notte dei secoli, lancierà il grido di protesta e di rivoluzione ideale contro le moderne scuole che non attingono mai alle pure fonti della vita e della natura per darci, che eletta creazione artistica, che sarà come oggi, anche domani, la placida poesia umana dell'avvenire. Così anche questo poemetto del catanese scomparso inosservato dalle turbe plaudenti ed isteriche, irrigidite dallo ibridismo e dallo egotismo, resta sopraffatto e travolto nell' oblìo per la povertà di spirito che è nei critici di oggi. Ma fra tanto parlar di metodi e sistemi non inutilmente io oso affermare che:
Questo componimento poetico è un capolavoro sia per vigoria di stile, che per vivente bellezza d'immagini, e per profondità di pensiero. Dal poeta fu diviso in tre parti: nella prima appare la Morte, regina degli uomini e dei Numi; nella seconda la Vita sorge e trionfa; nella terza la Vita e la Morte regnano insieme sui destini dell' Essere. Esaminiamo queste parti e le strofe di cui consta ciascuna: parte I, Str. I.
Su su dalle tenebre fitta.
Che sopra alle cose si stende,
La Morte, fantasima invitta,
Al trono dei secoli ascende.
Lo sfondo sul quale sorge la Morte è dipinto con sobrietà ed efficacia. Della Morte, nessuna descrizione; un solo appellativo racchiude quello che ne hanno detto altri poeti. Non è l'Atropo dei Greci che tronca con le forbici lo stame della vita; non è la pallida Mors di Horatius Flaccus, che batte con eguale piede alla capanna ed al superbo palazzo; ma è una figura grandiosa che domina tutti i secoli. Qui, fatta astrazione delle circostanze e di luogo e tempo, è rappresentato il trionfo della Morte. Parte I, Strofa II.
Al gelido soffio dell'ale
Abbrivida l'ampia Natura,
Vacilla la face vitale,
L'aureola de' numi si oscura.
Essa non atterisce pochi paurosi, non si contenta d'immerger nel dolore anime umane; bensì arresta tutta la Natura nella sua creazione, toglie ogni splendore alle divinità. E purtroppo ne sono tramontate religioni che, sembravano imperiture alle caste sacerdotali da cui erano amministrate. Si spense la religione d' Egitto come quella di Grecia e di Roma. Chi sa quanto dureranno ancora il Cristianesimo, il Buddismo, il Maomettismo ? Strofe III.
Che fuga di trepidi dorsi !
Che eccidio di glorie, d'amori !
Sui campi mietendo trascorsi
L'obblio sparge i nivei suoi fiori.
La furia devastatrice della Morte produce effetti simili a quelli d'un uragano o d'una battaglia. L'obblio è come la quiete dopo la tempesta; i suoi fiori sono bianchi, perchè dalla fusione di tutti i colori si ottiene il bianco. In « trascorsi » è sottinteso il complemento di agente: della Morte. Strofe IV.
Silente ella sorge, ella ingombra
Del cielo la vivida mole;
E immane allargandosi ad ombra
Gli specchi fiammanti del sole.
Anche la materia cosmica che si muove nello spazio senza confini, anche il Sole sono immersi dalla Morte nelle tenebre. «Gli specchi fiammanti» per esprimer la luce ed il calore solare, è frase efficacissima, e suscita in noi l'idea dell'abbarbagliamento. Parte II. Strofe I.
Ma come di nubila balza,
Che fosca nell'aria torreggia,
Se il roseo mattino s'inalza,
Indorasi l'orlo e fiammeggia.
Qui abbiamo il primo termine d'una similitudine non iperbolica, ma naturale. E' un quadro, ove spiccano in diretto contrasto il color fosco della balza nell'ora antelucana e la nuova tinta che prende sul far del giorno, all' apparir del sole. L'ultimo verso ricorda il dantesco:
.......le sue spalle
vestite già dei raggi del pianeta
Ma in questo il fenomeno è già avvenuto; nel verso rapisardiano il fenomeno è colto nel suo svolgimento. Classica è la semplicità della descrizione; nell'oro dell'orlo c'è la tinta; nella fiamma d'un indefinibile colore di porpora, di zafferano c'è la sfumatura. «Nubila» è detta la balza perchè attinge le nubi con la sua altezza; con la sua brevità; la parola rende fedelmente l'immagine. Se invece il poeta avesse inteso dire cinta di nubi, e ciò per accrescerne l'orrido aspetto, qui meglio ci sarebbe stato l'aggettivo nebulosa; in altra composizione poetica « La montagna fatale », il Rapisardi scrisse: Di nuvole perenni atea ha la vetta. Ma se la balza fosse cinta di nubi, non potrebbe produrre il fenomeno luminoso descritto nei versi seguenti; quindi nubila vuol dire che si eleva sino alle nubi. Strofe II.
Così dietro all'ombra solenne
Se un raggio d'amore la invita
Furtiva, tenace, perenne
S'affaccia, si spande la Vita.
Qui si compie il paragone. L'ombra è solenne per il trionfo della Morte che in essa si è svolto; solenne è ciò ch' è grandioso e severo, che ispira timore e rispetto, che costringe dall' ammirazione. L'amore è causa diretta della vita , perchè quasi tutti gli esseri nascono dalla fusione di due germi, avvenuta per quella forza di attrazione che Empedocle chiamò Amore. È vero che alcuni esseri monocellulari si riproducono per scissione, il qual fenomeno i naturalisti chiamano endogenesi o esogenesi, secondo che la scissione va dal nucleo al protoplasma o viceversa; ma questi microrganismi, che nell'Atlantide il Rapisardi chiama
......genti viscide e strane
Che hanno per patria un cacherel di cane,
non sono mai entrati nel mondo poetico. Gli ultimi due versi contengono una bella gradazione costituita dall' affacciarsi furtivo e dallo spandersi tenace. Strofe III
Ignara di fato, di dio,
Di luogo, di tempo, di mira,
Beata in un florido oblìo
L'eterno presente respira.
Qui la Vita è contemplata nel suo significato più esteso di energia che popola la terra di piante e d' animali sempre riproducentisi. Invano i filosofi si affannano a meditare sui destini dell'Essere, sul dio che l'ha cercato, sel tempo ed il luogo in cui apparve per la prima volta. La vita si svolge nella estremità. Strofe IV.
E mentre ogni cosa in lei muta,
E il tutto di lagrime stilla,
Sul torbido oceano seduta,
Come iride immota essa brilla.
In questa strofe come anche nella precedente si accennava alla teoria per cui niente si crea, niente si distrugge, ma tutto si trasforma. L'Essere piange colpito da mille sventure, perchè non può effettuare il sogno di felicità cui tende; e si agita come un mare tempestoso, ma la Vita risplende per sempre. Parte III Str.I
O tenero verde ridente
Per l'avide rime dei lidi
O appeso alla roccia imminente
Fecondo tripudio di nidi.
In « avide rime » abbiamo un aggettivo e un sostantivo latini trapiantati in italiano. Rime significa spaccature, crepacci; angusta rima che usò Horatius Flaccus, ed è del latino classico. In italiano la parola rima con questo senso fu usata da Francesco Berni, da Antonio Cocchi, medico napoletano del sec. XVIII, e da Niccolò Tommaseo. Avide qui significa ampie, che prendono intorno a loro da ogni parte. Questo significato acquistò per metonimia l'aggettivo avidus in Titus Lucretius della cui opera De Rerum Natura, il Rapisardi fece una traduzione che parve al Trezza meravigliosa. Una gentile imagine suscitano i due ultimi versi dì questa strofe in cui il poeta si rivolge alla Natura vegetale ed animale; vediamo la roccia sospesa nel vuoto per un miracolo di equilibrio e i nidi di graziosissime forme, fecondi di nuova prole, lieti di trilli d'amore. Strofe II.
O anima umana, fanciulla,
Che il nume fuggevole agogni,
E assisa fra un'urna e una culla
Ritessi la tela dei sogni.
E' questa la strofe più bella di tutta l'ode. Stupendamente vi è compendiata la vita dell' anima ; il bisogno irresistibile di credere in un Ente superiore; il desiderio di un ideale nel quale rifugiasi dopo aver gustato le prime amarezze della realtà. Dalla culla all'urna, vuol dire dal primo sorriso di chi apre gli occhi alla vita sino all'ultimo addio pien di tristezza dei morente che, si avvia verso l'Ignoto. Strofa III.
O armato pensiero, che movi
Di strani castelli all'assalto,
E attorto da serpi e da rovi
Prorompi svolgendoti in alto.
Armato si deve intendere come cinto, fornito di sapienza, che appresta le armi per combattere i mostri dell'ignoranza, annidati nelle menti dei più. Gli " strani castelli n sono i cumuli delle superstizioni che sono aumentate attraverso i secoli di decadenza intellettuale, Rovi sono i triboli che il pensiero deve soffrire prima che una sua gloriosa scoperta venga da tutti riconosciuta; simboleggiano il martirio che deve subire il bene, il vero, il bello prima di entrare nella coscienza degli uomini. In « prorompi » sentiamo l'impeto vivo e ardente di chi combatte per una causa santa. C'è qui il progresso del pensiero umano che s'è compiuto attra-verso tutti gli ostacoli frapposti da chi aveva interesse di soffocarlo. La parola serpi sì riferisce ai preti cattolici in particolare, ed alle caste sacerdotali tutte, che sono state colpevoli di aver ritardato il progresso del pensiero, facendo della dottrina un loro monopolio privato, anzi segreto. A conferma di questa interpretazione della parola serpi, cito due strofe dell'ode rapisardiana : Per la venuta dei Gesuiti al collegio Cutelli in Catania:
Poichè dai nostri mali imbaldanzita
La lojolesca biscia
Sopra la mensa al popolo imbandita
Viscida striscia
O verità, vibra un tuo raggio, e straccia
Dal mostro empio le trame;
O storia, abbassa il piè di bronzo e schiaccia
Il capo infame.

Strofe IV.
La Vita e la Morte abbracciate
Vi guardan dall' arduo sentiero,
E al baratro immenso piegate
Le testi sussurran: Mistero !
La Vita e la Morte agiscono insieme: l'una creando, l'altra distruggendo. L'arduo sentiero e l'atmosfera; oggi che l'areonantica ha fatto nuovi progressi, attraversando l'atmosfera, è meno arduo di quanto lo era ai tempi in cui il Rapisardi scrisse questi versi. Il baratro immenso è l'ignoto; le fronti che vi si piegano, sono le menti che, nella risoluzione dei grandi problemi profondano lo sguardo scrutatore. Mistero: ecco la parola che sorge spontanea sulle labbra di chi, studiando la Biologia, non ha saputo trovar la legge che governa una relazione così intima com'è quella tra la Morte e Vita.  
Giuseppe Nicolosi


Mario Rapisardi (QUI)


note, la poesia Mors et Vita è tratta da Le poesie religiose.

venerdì 8 aprile 2011

La poetessa Mariannina Coffa 1841-1878

Una poetessa maledetta dell’Ottocento


La poetessa Mariannina Coffa Caruso, detta “La capinera di Noto”, “La Saffo netina”, nacque nel 1841 a Noto (Siracusa), dove morì nel 1878, a 36 anni, 3 mesi e 6 giorni. Fu una bambina sensitiva e precocemente ispirata che il padre, noto avvocato patriota, impegnato nelle rivoluzioni del 1848 e del 1860, si compiaceva di fare esibire nei salotti e nelle accademie con le sue poesie improvvisate su temi dettati estemporaneamente.
Dopo qualche anno di collegio in cui imparò versificazione e un po’ di francese, mentre solo i suoi fratelli poterono apprendere anche il Latino, le fu messo accanto come precettore Corrado Sbano, un canonico zelante, allo scopo di istruirla e disciplinare insieme gli slanci del carattere indipendente e dell’estro focoso.
A 14 anni, cominciò a prendere lezioni di piano dal 25enne Ascenso Maceri, diplomato al Conservatorio S. Pietro e Maiella di Napoli, politicamente vicino all’ambiente del Ministro Matteo Raeli (l’estensore della Legge sulle Guarentigie), autore di drammi storici che saranno rappresentati alla Fenice di Venezia. E fu subito innamoramento, malgrado la differenza d’età! Ascenso era biondo, bello e di gentile aspetto, un intellettuale giramondo di sicuro avvenire, cicisbeo delle Raeli madre e figlia, il più esclusivo salotto della città.
Ma, dopo un breve fidanzamento ufficiale, la famiglia le impose di sposare, a 18 anni, il giorno di Pasqua del 1860, un ricco proprietario terriero di Ragusa che la recluderà nella casa del padre, un uomo rozzo e meschino, di nascosto al quale dovrà scrivere le sue poesie e le sue lettere, al lume della candela nelle interminabili notti in cui Giorgio, il marito, per un po’ sindaco di Ragusa, la lascia sola.
Per suo suocero, infatti, “lo scrivere rende le donne disoneste”, ragion per cui non aveva permesso alle proprie figlie di apprenderlo.
Intanto, tra continue gravidanze che tormentavano il suo gracile corpo, il dolore per la morte di una figlia, la cura dei altri figli e i pesanti lavori di casa, intreccerà una relazione epistolare con l’orgoglioso fidanzato di un tempo, che non le perdonerà, però, mai la resa supina al volere dei genitori e il rifiuto della “fuitina” da lui propostale, e rifiuterà l’appuntamento che lei, già donna sposata e più volte madre, rischiando grosso, gli darà nella stessa Ragusa.
Mariannina sarà così costretta a vivere una vita sdoppiata, iscrivendosi ad associazioni ed accademie italiane e straniere e pubblicando per riviste nazionali, specialmente “La donna e la famiglia” di Genova.
L’amicizia con un dotto medico originario di Augusta e poi residente a Catania, Giuseppe Migneco, omeopata e magnetista animale, famoso per le efficaci cure prestate in occasione delle epidemie di colera, ma più volte esiliato per “esercizio di arte diabolica” e “spiritismo”, la introdurrà ai metodi del sonnambulismo e agli arcani del magnetismo, sistemi anatemizzati dal Papa e coltivati all’interno di élites massoniche democratiche, in realtà prodromi positivisti della successiva matura Psicanalisi, coi quali la poetessa cercherà di curare le malattie e i disagi del suo corpo e della sua psiche. Si iscriverà a diverse società occultiste e teosofiche italiane e straniere e, attraverso un discepolo netino del Migneco, il dott. Lucio Bonfanti, medico omeopata e democratico del 1860, sarà introdotta nella Loggia Elorina, le cui insegne appariranno in pompa magna durante i funerali della poetessa.
Ne nascerà l’ultima straordinaria, purtroppo breve, stagione poetica, fitta di riferimenti simbolici al “gran concetto” e improntata alla “protesta metafisica”, dopo la prima giovanile poesia patriottica di maniera e l’intermedia fase intimista.
Prostrata dalle emorragie provocate da fibromi all’utero, abbandonerà la casa del marito per trovare nella città natale un clima sereno adatto alla cura omeopatica, rifugiandosi a Noto, nella casa dei genitori, che la cacceranno via perché non ricada su di loro il disonore, e finirà i suoi giorni tra la fame e gli stenti, assistita da un anziano medico omeopata: nessun familiare vorrà pagare le prestazioni di un chirurgo catanese il cui intervento avrebbe potuto probabilmente salvarle la vita.
Pochi mesi prima di morire, quando la famiglia ragusana le porta via il figlio che alleviava la sua solitudine e confortava i suoi ultimi giorni di vita, grida in alcune lettere la sua ferma volontà di divorziare, mentre il divorzio è un istituto ancora molto di là da venire.
La sua rassegnazione si trasforma in odio verso quei genitori i cui voleri ha sempre eseguito pur contro la sua stessa volontà, la sua obbedienza filiale si tramuta in desiderio di vendetta e chiede a Dio ancora qualche giorno di vita per rendere pubbliche le violenze, le manomissioni, le subornazioni, le umiliazioni a cui è stata sottoposta e che la conducono alla morte.
Malgrado la fama di “poeta maledetta” diffusasi negli ultimi tempi della sua vita, la sua città dichiarò il lutto cittadino, si assunse su di sé le spese del funerale e le fece erigere una statua in marmo di Carrara, sita ancora ora nella Piazzetta d’Ercole.

Mariannina Coffa di Marinella Fiume

Opere
Poesie in differenti metri di M.C.C. da Noto, Siracusa, Stamperia Pulejo, 1955
Nuovi canti di M.C.C. da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli, 1859
Nuovi canti di M.C. in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tip. Editrice, 1863
San Giovanni Battista alle sponde del Giordano, in “La donna e la famiglia”, Genova, 1866, vol.V, p. 262
Versi sciolti all’Accademia universale di Scienze ed Arti di Parigi, in “La donna e la famiglia”, Genova, 1868, p. 647
A Maria Vergine Addolorata, in “La donna e la famiglia”, Genova, vol. VII, p. 275
Ode in morte di Adelaide Cairoli Bono, in Raccolta di versi e prose d’illustri signore italiane, 1871
Ode a Giuseppe Migneco, in “La donna e la famiglia”, Genova, ottobre 1875, p. 230
Versi inediti di M.C.C. in Morana da Noto, pubblicati per cura dell’affezionato ammiratore F. Santocanale, Palermo, Stab. Tip. Lao, 1876
Ultimi versi di M.C.C. in Morana, Palermo, Tip. Virzì, 1878
Un sogno, versi inediti di M.C.C. per cura di Giuseppe Conforti, Noto, Zammit, 1878
Lettera di Mariannina Coffa a suo fratello Vincenzo, Noto, Tip. di F. Zammit, 1879 pubblicata postuma a cura di L. Bonfanti
Poesie scelte a cura del Municipio di Noto (edizione postuma), Noto, Zammit, 1882
Lettera inedita dell’illustre poetessa retina M.C.C. diretta ai deputati del Parlamento italiano, in “Aurora”, Noto, Tip. Cavarra, 1898
Lettere inedite di illustri scrittori a Concettina Ramondetta Fileti, Palermo, 1911
Lettere ad Ascenso, (a cura di G. Raja), Roma, Ciranna, 1957
Scritti inediti e rari di Mariannina Coffa, (a cura di M. Di Stefano), Noto, Arti grafiche San Corrado, 1996
L’Episolario amoroso Coffa – Maceri, in M. Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa (1841 – 1878), Caltanissetta, Lussografica, 2000

Bibliografia
Corrado Romano, Sulla retta intelligenza di un malinteso passo della poetessa Sig. M. C. C. da Noto, estr. dal giornale “Il Vapore”, a. V, n. 17, 1860
Amédée Roux, Histoire de la littérature contemporaine en Italie sous le régime unitaire (1859-1874), Paris, Charpentier, 1874
Articoli necrologici, “La veglia”, Noto, 7 gennaio 1878
In memoria della poetessa M. C. C. in Morana, Prose e poesie, pubblicate a cura e spese del Municipio di Ragusa, Ragusa, Piccitto e Antoci, 1878
Filippo Pennavaria, Sopra un caso d’isterismo acuto con estasi e sognazione spontanea accaduto in persona della insigne poetessa M. C. C. in Morana – Considerazioni medico filosofiche, Ragusa, Tip. Piccitto e Antoci, 1878
Filippo Pennavaria, Sulla vita e sulle poesie di M. C. C. in Morana, Discorso accademico, Ragusa, Tip. Piccitto e Antoci, 1878
Corrado Bonfiglio Piccione, M. C. C. in Morana giudicata dal prof. Amedeo Roux, traduzione dal francese, Noto, Tip. Zammit, 1878
Corrado Sbano, In morte della insigne poetessa M. C. in Morana, 1878
Letteria Montoro, Sulla tomba della chiarissima M. C. C. poetessa netina, ode, Palermo, Virzì, 1878
Giovanni Di Pietro, Illustrazione di scrittori contemporanei siciliani, Palermo, Ufficio Tipografico di Michele Amenta, 1878
Vincenzo Coffa, Lamento dell’anima a mia sorella M. C., versi, Noto, Zammit, 1879
Corrado Sbano, Memorie e giudizi intorno alla poetessa M. C. in Morana di Noto, Noto, Tip. Zammit, 1879
Vincenzo Coffa Caruso, Rimembranze (Iuvenilia), Noto, Tip. Zammit, 1890
Giuseppe Cassone, Per l’inaugurazione del monumento alla poetessa M. C. C., Noto, Tip. Zammit, 1896
Emanuele Scribano, Notizie e considerazioni su M. C., Ragusa, Tip. Destefano, 1897
Giuseppe Navanteri, Di un nuovo studio su M. C., Noto, Tip. Zammit, 1898
Francesco Guardione, Scritti, voll. 2, Palermo, 1897
Gaspare Oliveri Montes, Di due poetesse siciliane del sec. XIX (Giuseppina Turrisi Colonna – M. C. C.), con lettera del Prof. Giuseppe Pipitone Federico, Girgenti, Stamperia Montes, 1898
F. Genovesi Caruso, Storia d’una martire (M. C. C.), con prefazione di Giuseppe Sergi, Napoli, Chiurazzi, 1900
Rosa Moscardi, M. C. C. (su lettere inedite), Roma, Tip. Artero, 1907
Giuseppe Leanti, Una poetessa della patria e del dolore – M. C. C., Noto, Zammit, 1923
Francesco De Stefano, M. C. C., “La Siciliana”, rivista mensile, Siracusa, luglio 1925
Carmelo Sgroi, Cultura e movimenti d’idee in Noto nel sec. XIX (Contributo alla storia della cultura siciliana), Catania, Studio editoriale moderno, 1930
Carmelo Sgroi, Lettere di M. C. C. a Mario Rapisardi, estratto dall’ “Archivio storico per la Sicilia orientale”, Catania, Tip. Zuccarello e Izzi, 1931
Carmelo Sgroi, M. C. C. e Giuseppe Macherione (con documenti inediti), Siracusa, Tip. Littoriale, 1934
Benedetto Croce, Pagine sparse, Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1943, vol. III
Gino Raya, Le caste e appassionate lettere d’una poetessa siciliana, “La Sicilia”, Catania, 25 gennaio 1955
Gino Raya, L’occulto fuoco di M. C. – Un epistolario inedito, “La nuova antologia”, Roma, agosto 1955
Vincenzo Marotta, Una scoperta letteraria – M. C. prosatrice, “Bollettino del Comune di Noto”, Noto, 30 ottobre 1955
Pina Ballario, Mariannina e il mal d’amore, “Narrativa”, Roma, marzo 1956
Antonietta Drago, La capinera di Ragusa, Settimanale “Tempo”, Milano, 21 febbraio 1957
Gino Raya, Diario, “Narrativa”, marzo 1957
Gino Raya, M. C., Lettere ad Ascenso, Siracusa, Ciranna, 1957
Francesco Lombardo, M. C. e C. Sammartino in Fileti, ed altri riflessi di vita d’arte e d’ambiente della poetessa netina, Noto, Tip. dell’Autore, 1959
Teresa Carpinteri, Carteggi dell’’800 – Riscoperta una poetessa: M. C., “La Fiera Letteraria”, 9 aprile 1972
Teresa Carpinteri, Un ritratto giovanile poco noto di Mariannina Coffa: il ritratto della fata, “Netum”, marzo-aprile 1976
Gioacchino Santocono Russo, Ottocento netino: nel primo centenario della morte di Mariannina Coffa, “Netum”, febbraio-marzo 1977
Biagio Iacono, Dopo un secolo di censura o silenzio, riemerge il testo della Lettera di Mariannina Coffa a suo fratello Vincenzo, “Netum”, aprile-maggio 1977
Teresa Carpinteri, L’eringio (Romanzo), Palermo, Flaccovio, 1978
Rosa Maria Monastra, In margine al centenario di Mariannina Coffa. I dolori della giovane Mariannina, “Corriere di Modica”, 15 marzo 1979
Biagio Iacono (a cura di), M. C., Poesie scelte, con Introduzione di G. Raya, Noto, Sicula Editrice – Netum, 1987
Rita Verdirame, Finzione rassegnazione e rivolta. L’immagine femminile nella letteratura dell’Ottocento, Papiro, Enna, 1990
Marinella Fiume, “Dovesse l’amor tuo costarmi la sventura e la morte”. M. C., una poetessa siciliana dell’Ottocento, tra conformismo e trasgressione, “L’isola delle donne”, II, n. 1, gennaio-febbraio 1995
Miriam Di Stefano (a cura di), Scritti inediti e rari di M. C., Noto, Arti Grafiche San Corrado, 1996
Marinella Fiume, M. C. e il suo lato oscuro. La poetessa massonica, “La Sicilia”, 19 dicembre 1996
Marinella Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa (1841 – 1878), Edizioni Lussografica, Caltanissetta, 2000
Maria Lucia Riccioli, “Ferita all’ala un’allodola” (Perrone Lab, 2011)




Poesie
Ohimè!….quest’alma a tanto gaudio avvezza
Gioie mortali desiar non può.
Oh quante volte un alito
Di questo amor sognai!
Lo chiesi indarno agli uomini
Chè fu muto ogni core al mio desir!…
Io non dovevo palpitar giammai
O dei palpiti miei dovea morir!….

Noto 25 gennaio 1863

1.
Amo…che val se l’universo è muto
Alle più sante melodie del core?
Se in te l’anima mia tutto ha perduto
Vive,combatte,ed è gigante amore.
Diletto mio!…sai tu che i giorni e l’ore
Le lagrime e la prece ho rattenuto?
Che ho fidato a le stelle il mio saluto
Ed ha pianto natura al mio dolore?
Sai tu che mille volte in rotti accenti
Ho chiesto al Ciel di rivederti e indarno
Indarno sempre la mia prece uscia!
Che non pugnai coi disperati eventi?
Oggi vivrei fra l’armonie dell’Arno
Di te più degna e della cetra mia?

2.
Si…vivrei per amarti, e ignota e oscura
Morir vorrei sull’adorato petto!
Credi,amor mio, d’un solo unico affetto
Arde quest’alma nella sua sventura.
Te m’offrivo in un punto arte e natura
Te maggior d’ogni nume e d’ogni obietto.
Ah tu nol sai, la mesta creatura
Vive straniera nell’estraneo letto!
Senza amor, senza luce e senza speme,
Fra le memorie mie chiuso il pensiero.
Dimmi: il duol che mi strugge è morte,o vita?
Vivo, e del vover suo l’anima geme,
Moro, e pace non ha la mia ferita…
e viva e morta ti vagheggio, e spero!

3.
Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai,ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

4.
E invan m’è dato rivederti,invano
Le lunghe notti in un martir profondo
Me stessa impreco,e la natura e il mondo,
E il sogno onde mi piacqui,e il voto insano.
Terribil voto che a me stessa ascondo,
Che trasse al nulla un avvenir lontano,
Ch’estinse il raggio di un affetto arcano
Che m’ha lasciato d’ogni morte il pondo.
Oh potessi un istante il mio martire
Disvelarti,amor mio,potessi almeno
Udir che mi perdoni e poi morire.
Paga morrei pur che fia salvo il core
Paga morrei sull’adorato seno,
Il tuo sguardo sognare e il nostro amore.

A Luisa – In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.

Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrîata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
- Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio! -

Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh, riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni alla terra il mio pensiere!-

No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirito accenso per virtu del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo: – L’anima non more! –

Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella
Trema sul labbro mio…
Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:
Canto l’amore e Dio!

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa
La storia del creato.
Dell’avvenir l’immago è in me confusa
Coi sogni del passato.

Psiche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,
Madre ad un tempo e vergine son io.
Patria e gioie non ho, non ebbi culla,
Credo all’amore e a Dio!

Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante
Solo ai profani ascondo;
E nei misteri del mio spirto amante
Vive racchiuso un mondo.

Nei più splendidi cieli e più secreti
Sorvolo col desio:
Nata ad amar, sul labbro dei Profeti
Cantai l’amore e Dio.

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto
Pei miracoli miei fu mosso a sdegno,
E menzognera e stolta anco m’han detto,
Mentre sui mondi io regno!

Eppur le voci d’una turba ignara
Fra i miei concenti oblìo:
Nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara
E amor contemplo e Dio.

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure
Di madre io circondai,
E il supplizio dei roghi e le torture,
Figlia del ciel, provai.

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero
D’ogni legge fu servo al genio mio:
Di Platone e di Socrate al pensiero
Svelai l’amore e Dio!

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti
Progressi dell’idea, chi all’uomo offria?
Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti
Schiusi al pensier la via.

Psiche è il mio nome… il raggio della fede
Rischiara il nome mio:
E, Umanità, chi al nome mio non crede
Rinnega amore e Dio!

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza
Col mio potere sublimar tentai:
Serbando illesa la divina essenza,
Forma, idioma ed essere mutai.

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,
Or sobbietto di scherno, or di desio,
Col variar di lingua e di costume,
Svelai l’amore e Dio!

Pria che fosse la terra, io le nascose
Fonti del ver mirai:
Vissi immortale fra le morte cose,
Me nel creato amai.

Eppur la terra non comprese ancora
Le mie leggi, il mio nome, il senso mio:
Conosce il mio poter… sol perché ignora
Che Psiche è amore e Dio!

Dio, Psiche, Amor! si vela in tal concetto
Il ver, la forza, l’armonia, la vita:
Son tre mistiche fiamme e un intelletto
Che un nuovo regno addita.

O Umanità! La scola del passato
Copri d’eterno oblìo,…
Quel Bene che finora hai vagheggiato
È Pische, è Amor, è Dio!

A Giuseppe Migneco

Tu dunque vuoi che da quest’arpa infranta
Si levi un suono di profondo affetto,
E mi gridi pietoso: Alzati e canta?…
Oh! Qual dal mesto petto
Voce io trarrei d’immenso gaudio aspersa,
Ove dato pur fosse all’alma mia
Oggi nel duolo immersa,
Vivere ancor di sogni e d’armonia!

No; se la mia parola
Spesso tra generosi impeti ha vita
Nobile esempio e scola
Trova sol negli affetti ond’è nutrita.
Ben io talor vorrei
Tentar la mesta voluttà del canto;
Ma confuso è lo sdegno ai versi miei
E l’arpa offesa non può dar che pianto!

Amico! Ah tu non sai
Qual duol racchiuda il mio severo accento!
Dimmi: provasti mai
La perfidia, l’inganno, il tradimento?
Mille rettili aurati in varia forma
Dimmi, vedesti mai strisciarti intorno,
E la pura schivando aura del giorno
Lasciar nell’ombra d’atra bava un’orma?

Il falso riso d’una gente abbietta
Provasti, amico, e l’invido furore?
Fra le gioie d’un’arte benedetta
Orribil piaga ti fu schiusa in core?
Fra quell’ore di pace in cui la vita
Si pasce d’armonia
Provasti il ghigno della colpa ardita
E il morso della fredda ipocrisia?…

Una stolta falange ha condannato
Le tue credenze, i palpiti, il desio,
E di negri sospetti ha maculato
Sin quella fede che ti lega a Dio?…
Sai tu, dal dì che per diversi lidi
Ci spinse il fato avverso
In quale acerbo disinganno io vidi
Il più bel sogno della vita immerso?…

O beate dolcezze! O breve e cara
Gioia, o lusinghe del natio paese,
Quando quest’alma della vita ignara
Di tua gran mente il gran concetto apprese!
Or mi ridesto e sento
Quasi un’eco di tomba, e intorno giro
Le stanche ciglia a un funebre lamento
Al mio verso risponde e al mio sospiro.

Molti vid’io, né il ver per odio ascondo,
Che un caro d’amistà pegno mi han dato
E con labbro mendace e inverecondo
Amicizia e coscienza han profanato.
Molti vid’io, si cui tutta l’impura
Tabe è conversa d’ogni reo pensiero,
Che son onta a se stessi e alla natura,
Son vergogna al creato, e insulto al vero.

E vidi poi quest’idoli ferali
Offrire al mondo una virtù mentita,
E avvelenar le fonti della vita
Nell’armonia dei casti penetrali!
Ma il terror della colpa e del delitto,
Quasi aspettando la condanna e il fio,
A ognun di loro sulla fronte è scritto
Qual marchio eterno che v’impose Iddio.

Dolor sì fero, inaspettato, immenso,
Ha distrutto il mio core a parte a parte;
Quando in me stessa mi racchiudo e penso,
Io non credo all’amor, non credo all’arte,
Ogni legge sprezzando ed ogni affetto
Io vorrei dentro al nulla inabissarmi,
E gridare al Signor dall’imo petto:
Perché, perché crearmi?…

E vuoi ch’io scriva?… e vuoi che mi ridesti
Alla virtù d’una parola amica,
E sdegnosa mi levi e manifesti
La possente del core ardua fatica?
Vuoi che rapita in quella sfera eletta
Che sublima le lagrime e il desio
L’arpa ritenti, e splendida vendetta
Faccia de’ miei dolori il genio mio?

T’intendo, amico: di compensi arcani
Si riconforta un genio intemerato:
E anch’io lo sento; e al riso dei profani
Una pagina d’onta ha consacrato.
Chè se un’etate acerba
Al più caro desio tarpato ha l’ale,
Chiudo in quest’alma indomita e superba
Una vivida fiamma ed immortale.

E s’oggi affido all’armonia del canto
Ogni pensier dell’anima ferita,
E per te, per l’affetto unico e santo
Ch’ai nostri cori è vita.
Oggi all’impulso d’una tua parola
Riedo all’altezza ch’obliar potei…
E a novo intento e a più sublime scola
Traggo le mie speranze e versi miei!…

Luce e tenebre

Non io fra’ lieti, in facili
Gioie sprecar consento
La vita mia, né arridono
Ai sogni miei la gloria e lo splendor:
È sì labile fiore il sentimento
Che tra i felici inaridisce e muor.

Farfalla solitaria
L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;
Vivo nel mite effluvio
Che si solleva dalla terra al ciel,
Parlo cogli astri armoniche parole
L’immenso spazio è il mio dorato avel.

Fanciulla ancor, nei fremiti
D’una incompresa idea,
Quando il commosso spirito,
Un mondo nuovo e un nuovo cielo ambì,
D’una cara speranza io mi pascea
Ch’ahi!… troppo presto nel mio cor languì.

Oggi, un perenne esilio
Parmi la vita, e risalir vorrei
A quel sognato empireo
Fulgente ancora di malìa gentil,
E ritrovar la luce che perdei
Nella dolcezza di un eterno april.

Stanca così di gemere
Forse son io, che tutta
Di funerarie immagini
Si dipinge la terra al mio pensier;
Veggo ogni cara illusion distrutta
Ed ingombro di sterpi il mio sentier.

Che fia di me?! Quest’anima
Chiude un tesoro di supremi affetti,
Chiude un pensier sì splendido
Che mente umana indovinar non può:
Sorrido e passo fra i mortali obbietti,
Ma patria e meta ed avvenir non ho!

Quanto di bello accogliesi
Nell’universo, appena
Può sodisfar l’indocile
Cura ch’io porto dai prim’anni in sen;
Il desio che mi strugge e m’incatena
È maggior d’ogni gloria e d’ogni ben.

Detto mi fu che in lagrime
Trassi i begli anni dell’età fanciulla,
Che un indistinto gemito
Per lunghe notti dal mio labbro uscì.
Né pace io m’ebbi nella dolce culla,
Né mi diè pace il sen che mi nutrì.

Dunque l’età più tenera
Mi presagia l’affanno:
Agonizzai sul nascere
Qual fior divelto dal materno stel…
Pria del dolor conobbi il disinganno,
Pria della vita interrogai l’avel.

Nei lieti dì che l’anima
Schiusi all’arte, agli affetti, all’armonia,
Vidi nei sogni un essere
Che blandia coi suoi canti il mio dolor,
Poi temprava le corde all’arpa mia
E mi parlava d’un celeste amor.

D’amor che luce ed estasi,
Forza, principio e meta;
D’amor che i sensi inebbria
D’una sublime eterea voluttà…
Ch’ogni speranza ogni desio completa,
Ch’eterno regna e di regnar non sa.

D’amor che pochi intendono
Perché non vive di terrena ebbrezza,
Che dei veggenti è simbolo
Che terra e cielo in un pensier legò…
Ohimè! Quest’alma a tanto gaudio avvezza
Gioie mortali disiar non può.

Oh! Quante volte un alito
Di questo amor sognai!
Lo chiesi indarno agli uomini
Ché fu muto ogni core al mio desir…
Io non dovevo palpitar giammai
O dei palpiti miei dovea mori!!!

Pur quando riedo ai placidi
Giorni vissuti in compagnia diletta,
Ai primi studî, ai cantici,
A quei fantasmi ch’obbliar non so,
Dico a me stessa: un altro ciel mi aspetta,
In altro cielo le mie gioie avrò.

Talor mi è forza correre
Lungo il mortal cammino
Confusa ai cento speretri
Di cui sconosco la favella e il cor;
Ma nei riflessi d’un pensier divino
Io mi stringo gelosa al mio dolor.

Speranze inenarrabili
Traveggo unite a quel dolore istesso.
Ché l’alma solitudine
Fonte è di vita a chi contempla il ver:
Quanto ad occhio mortal non è concesso
Svelasi in quell’istante al mio pensier.

Nell’ombra e nel silenzio
Gl’idoli miei ritrovo;
Parlo al creato, interrogo
L’eccelsa fiamma che si asconde in me,
E in un incanto dilettoso e novo
Scordo i maligni che mi stanno al piè.

Armonizzare, astergere
Posso in quell’ora ogn’intimo desio;
Rendo al mio stanco spirito
La potenza, l’imperio e la beltà.
Frango i misteri tra la mente e Dio,
Sprezzo il sogghigno d’una cieca età.

Veggo il cozzar dei secoli
Scissi in tenzone orrenda;
Veggo agitarsi e fremere
E sacerdoti e novatori e re,
E i popoli seguir l’ardua vicenda
Chiedendo invano la cagion qual è…

Oh!… s’io dovea le misere
Lotte provar d’una genia caduta,
Perché di elette immagini
Si riconforta il memore pensier?
Perché rivivo in un’età perduta,
Perché sento in me stessa il Bello e il Ver!?

Perché mi è dato un palpito
Che l’universo abbraccia?
Chi parla in me? chi suscita
La mia fede, i miei canti, i miei desir?
Chi mi sospinge d’alti beni in traccia,
Chi m’offre un cielo, un mondo, un’avvenir?

No, non è ver che l’unica
Meta dell’uomo nella morte è chiusa,
Che l’infeconda polvere
S’agiti ad una breve aura vital;
Può la vita alla morte andar confusa
Se parla in noi lo spirito immortal?

Può nell’obblio travolgersi
Chi può sfidar l’obblio?
Farsi mendico e debole
Chi ricco e forte dall’empiro uscì?
Nume del mondo l’ha chiamato Iddio,
E un’alba eterna a questo nume offrì.

Un’alba a cui si legano
Godimenti perenni, alta speranza:
Un’alba in cui si effondono
Tutte le gioie che fan bello il ciel…
Chi… chi gli ha tolto il senno e la possanza,
Chi lo fe’ schiavo al tenebroso avel?

Pur questo inane scheletro
Bello e immortale da natura uscia;
Ma un’orrida macerie
Non bruttava in quell’ora il suo candor,
E un senso arcano col suo vel copria
Il figliuol della luce e dell’amor.

Ahi! nell’immondo pelago
Ch’ogni sciagura aduna,
Nel lezzo d’un convivio
Che eterne brame sodisfar non può,
Ha veduto rapirsi ad una ad una
Quelle dolcezze che l’amor creò.

Oggi che langue immemore
D’una possanza avita,
Si elevi al gran giudizio
L’orme segnando ad una nuova età;
O fra gli stenti d’una morta vita
Gli ultimi beni dileguar vedrà.

Dovrà sognar le glorie
Di un’èra a lui promessa,
Dei padiglioni eterei
Chiederà la bellezza e lo splendor…
Avrà la morte sulla fronte impressa
Avrà giudice eterno il suo dolor.

Alme vegg’io, che povere
Di fede e d’intelletto
Cercan bearsi al fascino
Di quell’amore che i credenti unì,
Ma non san che le fonti dell’affetto
L’ignoranza dell’uomo inaridì.

Io… sì, talor le cupide
Pupille ho fisso a la magion beata;
Ho visto i mille arcangioli
Farmi invito coi baci e coi sospir,
Ho visto i lembi d’una scala aurata
E l’alba d’uno splendido avvenir.

Indi… un fatal disordine
Sperde il sublime incanto,
Ed io straniera agli uomini
Una ignota armonia chiedo al mio cor!…
L’eco dell’alma mia forse è il mio canto,
L’eco della natura il mio dolor.

Chi mi comprende?… Un plauso
Fra quest’aure di morte io non aspetto.
Parlo ai venturi… e incolume
Traggo il mio spirto ai cantici del ver;
Finché m’inebbria un sovrumano affetto
Sarà nunzio di vita il mio pensier.

A Filippo Santocanale

Se degli anni senili il grave incarco
Fe’ in te più vivo il giovanile affetto,
E natura ed amor schiudono il varco
Ai forti sensi del tuo nobil petto,
Me, peregrina e ad altre sfere unita,
Per poco accogli nel tuo dolce amplesso:
Questo, o amico gentil, mi sia concesso
Ultimo vale ai sogni della vita!

Forse, più che nol credi, intima e pura
In me favella d’amistà la voce:
Fu il più bel dono che mi diè natura,
Eppur fu la mia tomba e la mia croce!
Chè fra tante cortesi alme incontrate
Nel cammin dell’esilio, una soltanto
Pur non trovai che fera ambascia e pianto
Non desse in cambio all’anima del vate.

Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi
Il mio bel voto illanguidir vedea,
E agonizzar fra scheletri infecondi
La più sublime e creatrice idea.
Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco
Non trova impulso un vergine pensiero,
E i dettami del nobile e del vero
Non hanno un plauso, una parola, un’eco!

L’uom fatto servo da princìpi ignavi
Sconosce il bene, o d’ignorar s’infinge,
Si studia i vanti ad eternar degli avi,
E la propria miseria il preme e stringe.
Questa rea debolezza è un fero oltraggio
Alla coscienza, alla natura, a Dio:
E lo svela commosso il canto mio
Or che m’appresto all’ultimo viaggio.

Senti! In un secol vanitoso e molle
Propizio ai bruti e a le bell’opre ostile,
Fra gente le cui brame odio ha satolle,
Che danna a morte ogni pensier gentile,
Qua fia compenso all’anima ferita,
Qual sacro istinto mi sospinge ancora?
Dovetti, a giorno a giorno, ad ora ad ora,
Fra morta gente mendicar la vita!

Nel duolo acerbo che fu strazio al core
Patria, amici, congiunti io non trovai:
Mi alimentai del mio celeste amore,
Quel che il mondo non vende, in me cercai!
E in questo lento lavorio, che tutta
La mia forza conquise e la baldanza,
Fra la morte, la vita e la speranza
Giacqui, viva non mai, non mai distrutta.

Sola, ignorata, ad ogni ben più caro
L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,
Io non so qual parlasse in me più amaro
O il cader dei miei giorni, o il disinganno!
Presso al diserto capezzal non una
Lacrimando inchinossi alma pietosa:
Madre, figlia, sorella, amica e sposa,
Pugnai col tempo e colla ria fortuna!

Che mi giovò dei dolci carmi in seno
Versare il germe d’un’idea novella,
E sul detto immortal del Nazareno
Schiudere un’era più feconda e bella?
Fu ben triste la prova! e intendo ormai
Che al Figliuolo dell’Uomo oggi non resta
Un nudo sasso ove poggiar la testa,
Un core a cui ridir gli ultimi lai!

Ed io… chi sa se al ritornar del maggio,
Quando natura i bei tesori effonde,
Quando d’amore il lusinghiero raggio
Parla ai fiori, agli augelli, ai campi e all’onde,
Chi sa, se stanca d’una inutil guerra,
Non poserò nella natìa vallata!
Questa, amico gentil, m’era serbata
Unica gloria, unica gioia, in terra!

A cor bennato è facile e secura
Scola il morir, ch’ogni delirio accheta;
Argomento è di lutto e di sciagura
Solo a quell’ente che smarria la meta.
Pace è il morir, se della morte il gelo
De’ rei ne asconde la volubil torma:
È il trapassar della visibil forma
A un’invisibil voluttà del cielo.

E sia così: dai facili diletti
L’uom non trasse la scienza e la grandezza;
E se ricco ne appar d’opre e di affetti,
Deve al proprio dolor la propria altezza.
E un dì, povero amico, a te fian vanto
Più che le glorie mie le mie sventure:
Farà pianger di me le età venture,
Questo ch’io ti rivolgo ultimo canto!

Pur m’affanna il pensier che un fato avverso
M’invola, o amico, ai tuoi dolenti sguardi,
E il cor nei sensi d’amistà converso
Ti conobbe nel mondo, ahi! troppo tardi.
Alziam le ciglia! Un’ineffabil sorte
Spesso è legata al più crudel dolore!
Che in animo gentil vive l’amore
Oltre i danni del tempo e della morte!



sitografia e fonti

http://it.wikipedia.org/wiki/Mariannina_Coffa

http://www.arabafelice.it/dominae/scheda.php?id=1032348179

http://www.letteraturaalfemminile.it/mariannina_coffa.htm

http://ja-jp.facebook.com/topic.php?uid=64514178435&topic=9593

http://www.marinellafiume.it

http://zh-cn.connect.facebook.com/note.php?note_id=493129903724

http://quimineo.netsons.org/?p=6200