Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

martedì 1 giugno 2021

CAPUANA, PENNA VULCANICA

 


Antichissima è la convinzione che una nuova vita appena sbocciata è contrassegnata, fino alla morte, dal segno di una costellazione (ricordiamo che il sedicenne Aniante da Sindonae — scomparso come Antonio Aniante il 13 novembre appena de­corso — esordì nel 1916 con l’opera poetica Costellazioni. Poe­mi universali e, in essa, metà delle composizioni furono raggrup­pate in una sezione intitolata «Le medaglie zodiacali»),



E se vogliamo dar credito all’influenza dei pianeti sul carattere dei viventi, scrutiamo i segni positivi e negativi del neonato Luigi Capuana, nato a Mineo il 28 maggio 1839 (secondo accu­rate ricerche in giorno di martedì), che fu molto sensibile alle coincidenze, ai sogni, ai numeri, allo spiritismo. I nati, come il Nostro, sotto il segno zodiacale dei Gemelli, prima decade, sono sotto l’influenza di Mercurio, e secondo la specialista di studi astrologici Ruth Anderson «avranno una personalità in­gegnosa, percettiva, studiosa. Ma, se questo pianeta è in aspet­to negativo porterà loro curiosità, pigrizia, dissipazione».

A proposito della dissipazione, è pienamente calzante una profezia vergata, nel 1887, dal medesimo Capuana quarantottenne, che inviava all’amico Federico De Roberto compiegata alla prefazione di Homo, una raccolta di novelle in corso di stam­pa presso gli editori Treves di Milano: «Troverai in mezzo al ms. una stampa. È una copia d’una mia profezia; così avrai in mano tutti i documenti per dimostrare alla mia morte, che io ho fatto tutti i mestieri cominciando dal poeta e finendo al Pro­feta. Sì, ho fatto tutto meno di quello che avrei dovuto fare, di non fare debiti» (Mineo, 29 agosto 1887).

In Luigi Capuana la personalità «ingegnosa, percettiva, stu­diosa» si rivelò con manifestazioni precoci e vistose, così come ebbe in eminente «curiosità, pigrizia, dissipazione». La versa­tilità e la flessibilità dell’ingegno lo spinsero a cimentarsi in quasi tutti i generi della letteratura (considerato critico incisivo già nel quadriennio 1865-1868 trascorso a Firenze, e autorevole alla fi­ne del decennio successivo a Milano); ed altresì in attività di or­dine pratico non disgiunte dalla tecnica dell’artista (fotografia, incisione, disegno e caricatura). Acquisite in un arco di tempo lungo, esercitate e dispiegate alcune di esse nelle poche ore di «otium» pur presenti nella giornata intensa, con professionali­tà e disinvoltura, ma anche con l’affanno e l’angoscia delle sca­denze cambiarie che vengono postergate con provvidenziali in­terventi (ma ritornano sempre più minacciose col trascorrere del tempo, perché ancor più onerose per gli interessi) che, tuttavia, lo spingevano a lavorare sempre di più, con la breve paura — come vedremo con dati dettagliati — per una missiva vergata di getto, diretta a un giovane catanese poco più che ventenne, che si avviava — siamo agli inizi degli anni Ottanta — al gior­nalismo di livello nazionale e al romanzo: Federico De Roberto.

La sonda che illumina l’inconscio e, insieme, la cartina di tornasole che reca impressa la realtà del sottosuolo psichico, è costituita appunto dalle lettere qui esaminate, vergate in due epo­che lontane un venticinquennio (numerose e inedite, l’esame sarà rivolto alla prima del 1857 ed a un numero minimo del secondo gruppo, della maturità capuaniana, che può assumere adegua­tamente il ruolo di campione rappresentativo).

Un episodio lontano è racchiuso in una interessante lettera del giovane al «nume tutelare» dei giovanissimi aspiranti poe­ti. Alla fine del 1857, il diciottenne Capuana era un diligente e assiduo alunno di Giurisprudenza nell’ateneo catanese e, già prima, dimostrava buoni propositi dichiarati nella lettera «Ca­tania, 27 aprile 1857» diretta a Lionardo Vigo (la prima in or­dine cronologico, ma l'esistenza di rapporti informali preesistenti si evince dal primo capoverso «Ricevo da Gioacchino nostro la lettera di Lao, e la noticina della spesa d’un foglio per la mia stampa»).

Essa fu scritta in previsione della propria partecipazione al concorso annuale indetto dall’Accademia dafnica di Acireale: «Non mi dispiace punto che il concorso si facesse a’ 17 del cor­rente, quantunque quella Minerva oscura del Dante sia per me di sinistro augurio; poiché mi sembra una dura pretensione quella dell’Accademia volendo che si scegliesse a sorte da tutte e tre le cantiche».

Sappiamo che il giovane aveva studiato fino a 16 anni nel reale collegio di Bronte, irregolarmente e con mediocre profit­to, e quindi nessuna sorpresa se ammetteva implicitamente di non conoscere il Paradiso. «E le difficoltà maggiori per me sa­ranno intorno quest’ultima cantica, che mi converrà studiare ora da capo a fondo». Per completezza aggiungiamo sul concorso alcuni particolari pochissimo noti. Capuana partecipò al con­corso (nella prima classe, fra i giovani di oltre quindici anni) svoltosi in Acireale il 18 maggio successivo, non ottenne la me­daglia d’oro, appannaggio del catanese Gioacchino Geremia Scigliani, ma l'accessit, ossia l’ammissione. Lionardo Vigo, presi­dente dell’Accademia dafnica, nel discorso dedicato alla premia­zione, avvenuta il 25 maggio successivo, adoperò espressioni ol­tremodo lusinghiere e comunicò all’uditorio un’ambita distin­zione conferita al Capuana: «ma sappi che solo per impreve­duti ostacoli Luigi Capuana e Tommaso Catalano furono im­pediti a compiere per intiero i loro scritti: e che tanto essi meri­tarono la nostra ammirazione da essere stati chiamati ad assi­dersi teco fra di noi col grado di Socii Corrispondenti».

Capuana chiudeva la lettera con espressioni di gratitudine e devozione «Con che ricambiarla degl’incomodi che le vò buscando? Niente più che col riverirla ed amarla come Maestro». Quel ricambiarla, interpretato freudianamente, assume un si­gnificato pregnante: l’invio, subito dopo (e anche prima di quella data), di ... antichi canti popolari mineoli di recentissima «in­venzione» di Luigi inseriti nella prima raccolta di Canti popo­lari siciliani, pubblicata dal Vigo nella seconda metà del 1857. In questa lettera — come nelle successive del quarantenne — si colgono due «costanti»: un’iniziativa attinente la carta stam­pata (editore Lao di Palermo), un programma enunciato da rea­lizzare in tempi brevi.

Il periodo, forse più intenso e interessante di Capuana e per l’attività creativa e per i progetti giornalistici (e per gli incarichi amministrativi gravosi di sindaco di Mineo e di consigliere pro­vinciale a Catania, svolti contemporaneamente), è quello che va dal 1884 al 1887, trascorsi a Mineo con brevi permanenze a Ca­tania. Il quadriennio è illuminato, come dicevamo, dalle lettere a Federico De Roberto, circa duecento, in gran parte pubblica­te da Sarah Zappulla Muscarà negli ultimi anni, nell’Osserva­torio politico letterario di Roma. Ed è grave che a fronte di que­sto numero imponente, le lettere di De Roberto a Capuana se­gnalate siano appena sei (Croce Zimbone, La Biblioteca Capua­na, Catania, 1982, pp. 10, e 112).

Esse costituiscono il resoconto degli «esperimenti» e dei «cambiamenti» (diversificazioni e ripensamenti) nell’attività del letterato (con la gestazione, lenta o veloce, di opere significati­ve), di giornalista, di fotografo, di audace progettista di impre­se da capogiro, sempre dilaniato dall’angoscia: insomma, uno spaccato della vita quotidiana con una ricchezza di notazioni e di confidenze — riservate in esclusiva al giovane Federico —, che ben rappresentano la proiezione del Capuana della maturità.

L’inizio dei rapporti epistolari con De Roberto, ventenne appena ma già direttore del Don Chisciotte, risale a quella datata «Mineo, 22 febbraio 1881», nella quale Capuana si rivolgeva al «Gentilissimo Signore», dichiarava di non avere «visto il 2° numero del Don Chisciotte» e si congedava con «La riverisco insieme a tutta la redazione». Era già partito da Catania l’invi­to a collaborare al settimanale perché in quella «Mineo, 20 marzo 1881», diretta «All’onorevole Direttore del Don Chisciotte», si scusava per non aver potuto spedire la novellina destinata al Don Chisciotte e ringraziava «il gentilissimo critico che si na­sconde sotto lo pseudonimo di Cardenio» (uno degli pseudoni­mi di De Roberto). Nella settimana successiva manterrà la pro­messa «Ecco la novellina. Avrei voluto mandarle qualche cosa di meglio, ma il tempo stringeva» (Mineo, 30 marzo 1881).

Evidentemente, è uno scambio di lettere con continuità, se in quella del 7 aprile 1881 Capuana esordisce: «Risposi subito alla sua gentilissima mandando un canto popolare inedito». Sono quelle del 1881 in totale sei (una senza data, ma scritta nel cor­so del 1881), ed è da segnalare — infine — quella dell’8 mag­gio, di ringraziamento delle cinque copie del volumetto Cata­nia - Casamicciola (edito a cura del De Roberto), a cui hanno collaborato, con il Capuana, anche Verga e Mario Rapisardi con Giselda, anche per la qualifica nobiliare nell’indirizzo «Al sig. Federico De Roberto — Asmundo dei Marchesi di Montepul­ciano».

La prima lettera di Federico — nella qualità di consulente editoriale di Niccolò Giannotta — del 3 luglio 1881, è segnalata dal benemerito studioso Gino Raya nella Bibliografia di L. Ca­puana, Roma 1969, p. 51. Dopo, da una parte e dall’altra, l’in­terruzione per oltre un biennio, ossia il 1882 e il 1883, anni che Capuana trascorse a Roma, chiamato alla direzione del Fanfulla della Domenica (settimanale prestigioso, fondato nel 1878, che aveva già raggiunto nei primi del 1880 l’alta tiratura di ventitre- mila copie). Alla fine del 1883 Capuana rientrava in Sicilia, e dal gennaio 1884 iniziava un quadriennio di fitta corrispondenza.

Possiamo, in questa sede, riferire solamente pochissimi brani di alcune lettere su temi ricorrenti: direttive per la stampa dei volumi, fotografie e progressi fotografici moderni, progetti gran­diosi, scadenze cambiarie e giudizi critici «autentici» da non pub­blicare su Giovanni Verga e Mario Rapisardi: «Gli articoli del Fanfulla della Domenica devono essere composti, come testo, in corpo 12» (Mineo, 3 gennaio 1884); invece in una successiva (28 gennaio) dedicava un’intera pagina alle «Norme per la riproduzione autografica», ma la lettera è interessante per la stron­catura del Giobbe rapisardiano e per la definizione del poeta, e, meglio negazione del poeta senza attenuanti «[...] mi confer­mo nella mia opinione che il Rapisardi è un buon verseggiato re, ma un poeta, no, di certo: gli manca la facoltà creatrice, or­ganica; la natura gliel’ha negata».

Un anno dopo (Mineo, 26 maggio 1885) insiste ancora sul corpo 12, ma corsivo: «A proposito di Ribrezzo m’è nata un’i­dea; stampare tutto il volume in corsivo corpo 12! Che gliene sembra? Ecco un ritorno all’antico che mi piacerebbe tanto! È possibile? Ne parli al Giannotta. Io ne sarei contentissimo. È una novità tipografica da tentare da noi. In Inghilterra si è fatta».

Il tema riguardante la fotografia è svolto da un’artista e da un competente con risultati degni di un Cartier Bresson. Foto­grafo sempre, si potrebbe dire del Capuana, anche durante le ultime ore di vita della madre: «Un’agonia tranquilla, simile a un sonno: una morte che fece tornare la sua fisionomia allo stato naturale. Io ho avuto il coraggio di fotografare la Mamma in quello stato, e queste fotografie sono un tesoro per me; le guar­do ad ogni momento e spesso la chiamo, a voce alta, quasi po­tesse ascoltarmi! ».

In quella brevissima del 18 agosto 1886 erano compiegate alcune foto per Federico «Arricchisco di nuovi capolavori fo­tografici il tuo già ricco, piccolo sì, ma museo». L’ultima, del 22 aprile 1887, ci illumina veramente su un Capuana perfezio­nista «Il ritratto lo avrai appena sarò provvisto di carta. Ho scritto a Parigi per una nuova carta (papier Hetmann). Se ne dice meraviglia. Vedi? lo mi tengo all’altezza dei progressi fo­tografici moderni».

Poco spazio, ormai, possiamo dedicare al progetto di fon­dazione di una rivista, formulato nel 1885, e successivamente di un giornale quotidiano a Catania. Per la rivista leggiamo uno schema completo e particolareggiato (il tipo di carta speciale « fa­cendolo fabbricare a posta pel formato in 18°»), la campagna promozionale «nei giornali politici e letterari», i compensi per ciascun tipo di collaborazione (articolo originale, novella, re­censione). Editore Niccolò Giannotta, direttore Capuana e re­dattore capo De Roberto: «Tanti saluti al Giannotta et bien des compliments, a Monsieur le redacteur en chef» (Mineo, 7 giu­gno 1885).

Qualche anno dopo, nel 1887, il progetto è veramente gran­dioso, ma ad alto rischio, anzi azzardato: un nuovo quotidiano a Catania. Sappiamo che in quell’anno si pubblicavano ben quat­tro quotidiani: Gazzetta di Catania, Il Corriere di Catania, Il Telefono. Eco dell’isola, Il Nuovo Gazzettino della sera-, que­st’ultimo cessava di esistere dopo una vita effimera, nel mese di maggio.

La direzione del quinto è stata offerta a Capuana che si ri­serva di accettare se sarà favorevole «l’affare della Banca», os­sia «io potrò prendere formalmente l’impegno della direzione del giornale. Trovarmi con te, Verga, Ferlito (Francesco) e Ca­latola, legati in un’impresa che lusinga il nostro amor proprio ed è anche finanziariamente piena di belle promesse, sarebbe per me un piacere straordinario, il desideratum del mio cuore». I calcoli sulla tiratura tutt’altro che fondati, anzi fantastici; an­che se Capuana concorda e rilancia: «I vostri calcoli mi sem­brano ben fondati. Tre mila copie [...]» all’inizio, e poi «[...] noi avremmo, come avete giustamente calcolato, la conquista di tre provincie e la non ipotetica prospettiva di una tiratura di 12.000 copie». Dopo un turbinio di considerazioni e di cifre un’enunciazione paradossale «Vi è passato pel capo l’idea di am­mazzare, anche per accordi, qualcuno dei giornali catanesi vi­venti? Il Corriere per esempio?» (Mineo, 31 ottobre 1887).

La prodigiosa e diversificata attività e capacità di lavoro di Capuana, degna di un forzato della penna, è notoria (possiamo paragonarlo a Honoré de Balzac, come lui «toujours harcelé par le besoin d’argent »), ma faceva ugualmente ritardare all’au­tore la consegna del manoscritto l’affastellamento di opere di­verse già in cantiere. Lo stato dei numerosi «lavori in corso» è esposto in una lettera del 14 dicembre 1884: «Appena man­dato Ribrezzo mi metterò a copiare il resto della Giacinta. Ho quasi conchiuso col Treves pel Marchese di Roccaverdina. Ho visto la edizione illustrata del C’era una volta?». Ma nei primi dell’anno, aveva già annunziato: «Oggi spero terminare Ribrezzo che mi ha dato molto da fare. Lo ricopierò subito e lo manderò per posta» (Mineo, 28 gennaio 1884).

D’altra parte solamente un Capuana vulcanico poteva con­cepire una novella «sismica»: «Ora sto scrivendo una novella sismica (un genere di cui io mi faccio il creatore, impiccati!) e la manderò al Fanfulla della Domenica» (Mineo, 6 settembre 1887). Nonostante il sovraccarico delle fatiche letterarie residua­vano tempo ed energie per altre attività e responsabilità proprie della vita civile ed amministrativa: il 25 luglio 1885 (rieletto con­sigliere comunale e ancora sindaco per un triennio, e neoconsi­gliere provinciale) scriveva al caro Federico: «Ringrazio la prov­videnziale mano del presidente della corte di assise di Nicosia che mi tirò in sorte perché io vada ad esercitare la nobilissima arte del giurato».

Vivere su un letto di angoscia è tremendo, e altrettanto an­goscioso è l’incubo della scadenza e il mancato rinnovo da par­te della banca, che chiede il pagamento di una montagna di danaro: «Sono in grandissima ansietà. Il giorno sei novembre pros­simo scadrà la cambiale rinnovata delle lire cinquemila avute per mezzo del mio radioso Aprile [...]» (Mineo, 18 ottobre 1887). Il 3 novembre successivo il miracolo non si è ripetuto «Caro Federico, è finita? Ricevo in questo momento il tuo dispaccio e rimango come fulminato».

No, non è finita! il rinnovo dell’effetto è ottenuto ancora una volta all’ultimo momento (forse con l’intervento del baro­ne Pietro Aprile di Cimia, proprietario del Corriere di Catania). E nella lettera del 29 dicembre 1887 poteva annunziare a De Ro­berto che non si interrompeva la consuetudine della lettura di un’opera appena finita agli intimi, fra cui Verga «[...] io verrò costì lunedì: che la lettura della Giacinta sarà lunedì sera, per­ché martedì c’è consiglio provinciale [...]». Visse ancora quasi trent’anni, inseguito e braccato da strozzini implacabili, da cre­ditori pressanti e da avvocati esigenti, fino alla morte avvenuta a Catania il 29 novembre 1915, pensionato dal maggio prece­dente e in attesa della pensione.

(Di Sebastiano Catalano 29 novembre 1983)


lunedì 5 aprile 2021

Un rullo per autopiano "Sogno di marinaio" 1911 di F. P. Frontini

 


Proprio oggi ho esaminato un rullo per autopiano della nostra collezione, un rullo della ditta Cigna di Biella con il "Sogno di marinaro" di Frontini.

Si tratta di uno dei quasi 6000 rulli della nostra collezione che lentamente stiamo formando, catalogando e scansionando per preservarne la memoria. [cfr. http://mbc.unipv.it/pagina-iniziale-first]. Purtroppo, per il momento, questo è l'unico rullo in nostro possesso con musica di Frontini."

Pietro Zappalà
Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali
Professore associato (L-ART/07)
Metodologia della ricerca bibliografica • Bibliografia musicale • Esegesi delle fonti musicali moderne
corso Garibaldi 178
I-26100 Cremona (Italia)

"Sogno di marinaio" 1911


Recupero e conservazione della collezione di rulli per autopiano



"Aggiungo ancora una notizia. Sto lavorando alla ditta F.I.R.S.T. (Fabbrica Italiana Rulli Sonori Traforati), di Cremona, che era la principale ditta produttrice di rulli in Italia. Ho ricostruito quasi interamente il catalogo, dal quale risultano i seguenti 4 rulli dedicati a Frontini, tutti pubblicati fra il 1.4.1911 e il 30.6.1913 (circa):

3851  Morceaux pour piano. IV. Serie n. 37 Valse charmant.  N 34
Solitudine. Notturno
3853  Morceaux pour piano. IV. Serie n. 35. Scherzo . -N. 38 Polonaise
3857  Esquisses musicales. N: 8 Cantabile; n. 10 Souvenir.
Morceaux pour piano V. serie n. 47 Serenata patetica 
3866  Morceaux pour piano. II Serie n. 10. Berceuse. - N. 20 Désir d'amour
 

Purtroppo al momento non ne abbiamo neppure uno, ma qualora riuscissi a recuperarne, sarà certamente mia cura scansionarlo/i e convertirlo/i in midi" 
Pietro Zappalà

sabato 27 marzo 2021

ROBERTO RIMINI IL PITTORE CHE VISSE NEI LUOGHI VERGHIANI

 

E' impossibile contarli tutti, i dipinti, i disegni, gli affreschi e i graffiti di Roberto Rimini: molti sono ormai introvabili, ed egli non tenne mai un inventario della propria produzione. Molte centinaia di opere, certamente; forse migliaia. I soggetti, raggruppabili a cicli (la Calabria, Milo, Taormina, Vizzini, la Piana, Acitrezza), offrono innumerevoli divagazioni e scorci. Ma in tanta ricchezza di immagini c'è un tema che — è possibile accorgersene oggi, dopo tanti anni — risulta assente del tutto, ed è la tempesta: né tempesta sulla terra né sul mare, né tempesta d'anime né tempesta rissaiola. Il cielo è sempre limpido, tutt'al più appena coperto: il mare sempre quieto, semmai appena mosso: e nel volto degli uomini (contadini, maniscalchi, pescatori) mai si coglie turbamento, al massimo un intenso meditare o un velo di mestizia. Il turbamento, quando c'è (e c'è spesso), resta confinato nell'animo, non trabocca mai nel comportamento esteriore né nei lineamenti. Alle sue opere Rimini restituiva l'atmosfera pacata delle sue giornate e la serenità del suo cuore ridente (ridente per autocontrollo, anche quando, come a tutti accade, qualche preoccupazione s'insinuava in esso).

Del resto, così avviene più o meno scopertamente a ogni artista: di riprodurre — sulla tela, sul foglio bianco,, sul pentagramma — i propri stati d'animo più intimi, le vicende della vita. Guardate il Beato Angelico, il Caravaggio, Salvator Rosa, Toulouse-Lautrec; Francois Villon, Poe, la Lagerlòf, Kafka; Chopin, Bellini, Wagner. C'è sempre, più o meno evidente, una consonanza, per adesione o per reazione, tra la biografia e l'opera. In Rimini era assolutamente esplicita e coerente. E' più agevole constatarla oggi, che si sono compiuti, il 16 febbraio, dieci anni dalla morte.

Ci incontrammo per la prima volta nel 1953, quando egli presentò una « personale » al Circolo artistico di Catania e io andai a visitarla; e a bearmene, dovrò aggiungere. Come artista famoso, però, lo conoscevo da tempo. Rimini era per me un personaggio quasi mitico. Di lui mio padre, Vito Mar Nicolosi, possedeva alcuni oli e un grande dise­gno a sanguigna. Erano amicissimi. Nel 1928, quando mio padre pubblicò in una rivista teatrale, » Le maschere », che dirigeva, la commedia allora inedita di Verga, Rose caduche, Rimini vi collaborò con un ritratto a litografia di Verga; un altro del grande scrittore, a carboncino, ne avrebbe eseguito più tardi.

Così, quello del Circolo artistico fu quasi un incontro fra vecchi amici: per l'inter­posta persona di Vito Mar Nicolosi, io sapevo di lui, lui sapeva di me. Quel giorno stesso scorsi, del — per me — leggendario artista, la qualità essenziale: quella d'essere un fanciullo puro e sorridente, persino ingenuo, alieno dalle camarille, lontano dai sotto boschi mercantili, costituzionalmente incapace di ogni calcolo e politicantismo. Poteva essermi padre, ma mi sembrò, quello stesso giorno, un ragazzo indifeso, assai più giovane di me.

Così rimase sempre finché visse, fino al mattino del 16 febbraio 1971.

Un ritratto così semplice di lui — l'uomo-fanciullo, l'uomo lineare e probo con gli amici, l'allievo di maestri che conoscevano il mestiere come lo scultore Stanislao Lista



e il pittore Ettore Tito, l'artista dallo stile inconfondibile e unico (nonostante i molti tentativi di imitazione), maestro egli stesso — risulterebbe tuttavia monco e perciò, nel complesso, falso.

I suoi quadri, che sembrano tanto facili e istintivi, erano invece, sempre, il risul­tato di lunghe osservazioni e meditazioni. Prendeva « appunti » dovunque gli capitasse: su fogli di carta da disegno o da involgere, su fogli di giornale. Non restano più, di questi promemoria visivi (una ragazzetta, un contadino, un calafato, una barca capovolta, un cavallo alla sarchiatura), che pochi esempi: gli altri, appena utilizzati, e cioè trasfe­riti in un quadro, erano poi da lui stesso distrutti.

Restava a lungo assorto, ma non assente: costruiva mentalmente, della sua nuova tela, la struttura, la prospettiva, i piani, la tecnica (olio, pastello, tempera), i colori. Nulla infatti doveva risultare arbitrario nella produzione di un realista (come lo definì Raffaele De Grada) o di un verista (come la sua affinità narrativa e sentimentale con Verga indurrebbe a definirlo). Poi s'avvicinava alla tela candida, sempre pronta sul caval­letto, e cominciava a tracciare i primi segni, a carboncino. In sottofondo un giradischi mandava le note della Pastorale o della Bohème: Beethoven e Puccini erano i suoi grandi amori musicali, ma anche Wagner e Bach, anche Bellini e Giordano (non Verdi, o pochis­simo). E lui. a bassa voce, intonatissimo, canticchiava a sua volta: indifferentemente Rodolfo o Colline, Oroveso o Pollione.

Qualche volta faceva delle levatacce, all'alba, e partiva in auto con l'amico Enzo Maganuco (che stava al volante, poiché lui, odiando tutto ciò che è meccanico, non aveva mai imparato a guidare): oppure, in barca, rematore un marinaio fedele, entrambi appro­davano all'isola Lachea. Portavano con sé colori, pennelli, tele e cavalletti, andavano a dipingere in solitudine, in qualche angolo remoto di montagna o di mare. Erano i quadri dal vero, plausibili quanto quelli emersi dalla sua fantasia (e dalla fantasia di Maganuco, buon pittore anche lui).

Era « un uomo tranquillo », il Sean Thornton del film di Ford (esclusa però la rea­zione finale, impensabile nel pittore). Ma diventava inquieto in due occasioni ricorrenti: quando stava preparando una mostra personale e quando doveva consegnare un dipinto commissionatogli. Per il resto, poco o punto frastornato da vicende estranee alla sua arte, dipingeva e meditava i suoi quadri in un impegno, diremmo oggi, full time. Perciò produceva molto; e le sue opere, frutto di invenzione e meditazione, non erano mai « buttate giù » (oh, che pena gli artisti e scrittori che, senza rispetto per il loro pubblico, buttano giù un'estemporanea mercanzia, quasi che bastassero ad accreditarla il soffio di genio che presuntuosamente essi stessi si attribuiscono e la loro firma ipoteticamente illustre). Vendeva subito tutto ciò che produceva; nel suo studio, quando morì, non c'era nulla di vendibile, eccetto la tela incompleta cui stava lavorando. Ciò non toglie che alcune opere fossero allora, e siano tuttoggi, attaccate ai muri di casa, non alienabili: erano quadri di famiglia, la moglie, le figlie, le nipotine. Gesualdo Manzella Frontini. narratore e critico che gli fu molto amico e che negli ultimi anni visse come lui ad Acitrezza, scrisse nel 1956: « Rimini è forse il pittore che più vende in Italia, pochi cre­diamo raggiungano la cifra sua •.

Per lui posavano ragazzini e vecchi (i pescatori di Acitrezza lo chiamavano con ri­spetto - il professore »), uomini e donne, estranei e parenti: sempre con pazienza, ma quando la posa si prolungava troppo, qualcuno, specialmente le sorelle o una cognata, scappavano, lasciandolo indispettito e nervoso. Una volta, insolita esplosione, arrabbiato per una di queste fughe, egli con un colpo di pennello bucò la tela, distruggendola.

Solitario quando dipingeva nelle assolate campagne di Vizzini, Libertinia o Palagonia. perché avvicinarsi in quei deserti era disagevole, 

     collezione F. P. Frontini

diventava invece centro d'attrazione ad Acitrezza, dove trascorse i suoi ultimi vent'anni. Nugoli di ragazzini lo seguivano e lo precedevano, gareggiando nel portargli la tela bianca, il cavalletto, la tavolozza coi colori: sapevano che li avrebbe compensati, o gli erano grati perché egli aveva ritratto qualcuno dei loro familiari. Durante il lavoro lo attorniavano, estatica e silenziosa guardia del corpo. Al ritorno egli consegnava alla smaltellante compagnia cavalletto e colori, non la tela ancora fresca di pittura.

Era meticoloso. Vestiva abiti lindi e portava sempre la cravatta, anzi il cravattino. Soltanto nei periodi di massima intensiva produttiva, anziché la giacca indossava il pull­over o. più spesso, un cardigan grigio; e allora macchie di colore occhieggiavano su quegli indumenti. Se qualcuno, arrivando inaspettato a casa sua, lo sorprendeva in questa sciatta tenuta da lavoro, egli se ne doleva. Ma quando la visita era attesa, Rimini si preparava ad essa con rispetto e civiltà.

Fu incapace di cattiveria; incapace, anche, di ritorcere il male che taluno, volon­tariamente o inavvertitamente, poteva arrecargli. Mai disprezzò, lui che conosceva così a fondo il mestiere, chi non avendolo seriamente appreso lo esercitava con la presun­zione che è propria dei dilettanti. Più che essere un indifeso, giocava a sembrarlo; più che perdonare agli incapaci, ne sorrideva. Mai, nel nostro caro quasi ventennale sodalizio, Io sentii dir male d'un « collega ». anche il più mediocre. E tuttavia una piega all'angolo della bocca, un rapido lampeggiare degli occhi, una sola parola — non più d'una — equi­valevano a una bonaria ma inappellabile sentenza di condanna: con l'increspatura, il bagliore, la parola egli esercitava la sua ironia. Quest'arma docile e demolitrice era per lui arma di difesa, offesa e contrattacco.

Tollerante in tutto, era inflessibile — silenziosamente, ironicamente inflessibile — soltanto con gli artisti mistificatori e sbruffoni: un vero pittore tiene le distanze dai frodatori. Ma con civiltà, con rispetto formale.

Vero pittore era anche nel senso che la sua cultura non si fermava alla prospettiva. al colore, al panneggio, alla composizione e alla vivezza del tutto, cioè soltanto all'arte sua; ma dilagava, completandosi, nella letteratura, nella storia, nella musica, nell'attualità. Soprattutto la letteratura era il suo pascolo ineffabile; e fra i tanti autori dei quali parlava con competenza (Tolstoj. Manzoni, Foscolo, gli « scapigliati ») emergeva Verga, il suo Verga.



Singolare concordanza, egli visse una gran parte della sua vita in molti dei luoghi verghiani: Vizzini, la Piana di Catania, la città di Catania. Acitrezza, la montagna dell'Etna (lui a Milo, qualche personaggio a Fieri, a monte Ilice, a Nicolosi). I personaggi che Verga descrisse furono il coro e i solisti che Rimini dipinse. Anche il sole ardente, le solitudini sterminate, le masserie, l'aratro, la barca, l'uliveto affascinarono entrambi. E se c'è — se voi udite — una musica in Verga, quella stessa musica sentirete in Rimini.

Così, inevitabilmente, ai riscontri sentimentali s'affiancano esperienze di v.ta, di suoni e di immagini. Rimini fu un verghiano che non imitò Verga, pur ammirandolo scon­finatamente: lo fu, piuttosto, per nativa affinità artistica; non per calcolo meditato. Perciò si respira nei suoi quadri la stessa atmosfera, autentica e intatta, dei Malavoglia, di Mastro - don Gesualdo, della Roba, della Coda del diavolo, di Libertà, della Storia di una capinera, dell'Agonia d'un villaggio, delle Storie del castello di Trezza.

Anche il tratto del suo pastello e la pennellata sono verghianamente rapidi, essen­ziali e veri (o dovremo dire veristi?); e cosi il rifiuto del superfluo; così la drammaticità intima e riservata.

Qualcuno ha scritto che Rimini era un « poeta pittore della sicilianità » (Manzella Frontini). Federico De Roberto ne esaltò, fra l'altro, « la solidità della costruzione, la precisione delle linee del disegno ». Per Ugo Fereroni (in occasione della sua prima mo­stra catanese, 1927), « Roberto Rimini dava già la misura della sua statura d'artista e nel medesimo tempo la sua capacità di rimanere se stesso pur partecipando attivamente ai vari movimenti culturali » della sua giovinezza (liberty, espressionismo, astrattismo, futu­rismo. surrealismo). Vitaliano Brancati, parlando di lui che esponeva a una mostra collet­tiva, non esitò a proclamare: « Sembra che Rimini abbia avuto l'incarico di illuminare i quadri degli altri », tanto la luce dei suoi paesaggi era splendida e siciliana. Enzo Maganuco definì quella di Rimini « arte matura, doviziosa padrona di tecniche e di mezzi espres­sivi familiari solo ai maestri che all'esercizio dell'arte stessa hanno votato appieno la loro vita ». E Raffaele De Grada: « Ma anche quando il paesaggio si spopola di figure e si avverte che il pittore cerca l'angolo della pura fantasia... Rimini riesce a darci sensa­zioni nuove, sognate, eppure veramente realistiche del paesaggio siciliano ». Secondo Vito Librando, l'artista, pur cosi sereno e sorridente, « tratteneva in sé dubbi e ripensamenti molto di più di quanto sospettavano molti suoi ammiratori, più di quanto affiorava dalle terse e luminose marine, dai questi intensi dei suoi contadini e dei suoi marinai assorti nel lavoro quotidiano ». Ritratti fedeli: Roberto Rimini era davvero tutto ciò.

collezione F. P. Frontini

Morì ad Acitrezza dieci anni addietro, a ottantatré anni d'età, la mattina di martedì 16 febbraio 1971. Il giorno dopo, durante i funerali, faceva freddo e piovigginava. Centinaia di persone accorsero a salutarlo. I pescatori di Acitrezza, che per lui erano stati ispiratori e modelli, mandarono in mare i più giovani e si radunarono in chiesa, con gli altri amici del « professore ».

collezione F. De Roberto


SALVATORE NICOLOSI  (16 febbraio 1971)

mercoledì 6 gennaio 2021

"Eco della sicilia"1883 ed. Ricordi di F. P. Frontini - Coro Lirico Siciliano


Gesualdo Manzella Frontini (Delta - 1923)

La Città di Palermo - Assessorato alle Culture Il museo etnografico siciliano "Giuseppe Pitrè" e il Coro Lirico Siciliano presentano ECO DELLA SICILIA Frontini e Pitrè nell'In – Canto siciliano Artisti del Coro Lirico Siciliano Susanna La Fiura - soprano Antonella Arena - mezzosoprano Fabio Distefano - tenore Alberto Munafò - tenore Giulia Russo, pianoforte Accendiamo una luce al Museo Pitrè Canti popolari siciliani raccolti e trascritti da Francesco Paolo Frontini Un omaggio al forte e indiscusso legame sussistente tra Giuseppe Pitrè e Francesco Paolo Frontini, due illustri maestri che hanno dedicato grande attenzione al cuore popolare della Sicilia attraverso un lavoro di ricerca, studio e diffusione dei più pregevoli, armoniosi e mirabili canti della tradizione regionale che rischiano, ingiustamente, di scomparire. La Sicilia ai siciliani e al mondo. Un capodanno tutto "siciliano" quello firmato Coro Lirico Siciliano. CANZUNA DI LI CARRITTERI CANZONETTA VILLARECCIA - Alberto Munafò Siragusa MALATU P'AMURI - Antonella Arena L'AMANTI CUNFISSURI - Fabio Distefano LA ROSA - Susanna La Fiura LA FICU - Alberto Munafò Siragusa CIANCIU, NICI - Fabio Distefano LA VUCCA - Susanna La Fiura AMURI, AMURI - Cantilena dei mulattieri - Antonella Arena LU 'NGUI, LU 'NGUI, LU 'NGUA' - Susanna La Fiura MI POZZU MARITARI - Antonella Arena PRI TIA DILIRU E SPASIMU - Alberto Munafò Siragusa CANZONETTINA - Fabio Distefano CANTO DEL CARCERATO - Alberto Munafò Siragusa CELU, COMU MI LASSI! - Antonella Arena PALUMMEDDA - Susanna La Fiura MI LASSASTI IN ABBANNUNU - Alberto Munafò Siragusa MI MANCANU LI TERMINI - Antonella Arena CANZONETTA POPOLARE NELLA VENDEMMIA - Fabio Distefano A NICI! - Susanna La Fiura CANTO DE' CONTADINI ETNEI CIURI, CIURI


------------------------------------ Coro Lirico Siciliano grancoro@hotmail.it www.facebook.com/coroliricosiciliano Instagram: www.instagram.com/coroliricosiciliano/ Eco della Sicilia - Cinquanta Canti popolari siciliani con interpretazione italiana raccolti e trascritti, Ricordi - Milano - 1883.

http://frontini.altervista.org/canti_siciliani.htm


« Tra gli artisti e compositori dell'Isola voi siete,
« se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la
« bellezza e la grazia delle melodie del popolo. Pur com-
« ponendone di belle e di graziose, Voi sapete apprezza-
« re queste vaghe e dolci reliquie d'un passato che non
« ebbe storia, e serbate a durevole monumento, delle
« note piene di sentimento squisito e di candore vergi-
« nale. Altri non penserà neppure a ringraziarvi dell'ope-
« ra patriottica da voi compiuta; io Vi ammiro ». Parole, sentite e quasi solenni.



(...)Ma ciò che qui interessa e dal carteggio scaturisce chiaramente, è l'influenza determinante che, 
negli anni della sua formazione al Conservatorio di Palermo, ebbe sul Frontini l'incontro col Pitrè, l'uomo dotto e generoso che, intrattenendosi a ragionare con lui di canti popolari, gli comunicò succhi vitali pei suoi orientamenti futuri.
Prova di ciò sono le ben sei raccolte di melodie lasciate dal catanese, tutte riguardanti la Sicilia, e il loro alto valore scientifico, senza dire del libretto di Malìa, il capolavoro, musicato su testo di Luigi Capuana, in cui l'ambiente, caratterizzato da canti popolari, stornelli a risposta, danze, trovò, in un compositore spiccatamente congeniale alla poesia di popolo, un interprete di eccezionale merito e sensibilità.
Estratto dal volume - Pitrè e Salomone - Marino


lunedì 23 novembre 2020

Ugo Fleres giovane poeta, testimonianza di un amico 1888

 



ritratto in fototipia


Testimonianza di un amico 1888 

 A me che gli chiedevo più particolari notizie della sua vita, Ugo Fleres ha in questi giorni risposto col sonetto che qui riferisco :

« Son messinese ed ho ventinov'anni ; 

scriver di me mi sembra uggioso assai ; 

credo esser nato all'arte e, ov'io m'inganni, 

spero convinto non restarne mai.

Delle mie gioie come degli affanni 

non soglio far pubblici bandi e lai : 

di tal superba timidezza i danni 

nell'altrui noncuranza io già provai.

Stampo su pei giornali e non li leggo, 

studio senza patenti e professori ; 

idolatro la musica e non suono.

Disegno un poco e tra i pittor' non seggo ;  

scrivo a diluvio e mancan gli editori : 

ecco pur troppo, amico mio. qual sono ».

Proprio così: nessun ritratto poetico fu mai più somigliante di questo per la parte morale. Ugo Fleres, uno degli spiriti artistici  meglio dotati che io  mi  abbia  conosciuto,  costretto dalla vita all'articolo o al pupazzetto quotidiano su pe' giornali, ha viva la fede dell'arte come se ogni giorno per la prima volta ei s'avviasse, nel segno di lei, verso le regioni ideali dove essa regna incontaminata. E l'arte, che lo riama, lo domina così gelosamente che non gli consente pensiero il quale non sia di lei : soffiano violenti o mordaci nelle redazioni de' giornali i venti della politica; il Fleres o non se n'accorge o cerca subito sottrarsi all'impeto loro ne' suoi sogni diletti. — No, non ne parliamo! mi   diceva  giorni   sono,   uscendo   meco   dal Fracassa. Non ne parliamo : tanto, che giova? Io a queste cose  non  ci voglio pensare, per avere il diritto di non arrabbiamoci ! — E ripigliammo a chiacchierare d'arte. Svelto e corretto disegnatore, intelligente di musica,  egli passa la vita tra pittori e maestri;  ed  Uriel, ch'è lo pseudonimo suo nel Fracassa, ha nome di critico onestissimo ed acuto. Ma Ugo Fleres lascia ad Uriel giornalista il diletto e la cura dei concerti e delle esposizioni, e, quando può, si dà tutto alla poesia. Chi non conosce la vita romana in genere, e le necessità dei giornali, non può intender quanto amor vero per l'arte, quanta   forza  di  tenace  volontà  attestino  le novelle e i versi dell'amico mio: né io li giudico; ma vorrei che   molti ne  lo  stimassero com'io lo stimo.


Nato nel decembre del 1857 a Messina, il Fleres studiò nelle scuole e nell'istituto tecnico; o piuttosto non studiò punto, ma s'industriò per conto suo nel disegno e nella poesia. La famiglia, credendo trarne miglior frutto, lo mandò a Napoli; si desse alla pittura: ed egli invece passò allora le giornate in biblioteca. Venne a Roma che non aveva diciassette anni; e cominciò ad effondere, qui la parola è propria, la sua giovinezza in dipinti ed in drammi. Mi scusi il Fleres se io non riesco a trattenermi dal sorridere e dal far sorridere il lettore rammentando, come mi è riescito saperli, que' suoi tentativi: un melodramma; Fingal, tragedia; i Vespri siciliani, tragedia; David, tragedia; Il paradiso degli assassini, dramma sul Vecchio della Montagna; Spartaco, tragedia; Raivallac, dramma; Diogene e Frine; varii Proverbii; tutto ciò in versi. Più, in prosa: Giordano Bruno, dramma; e di nuovo in versi: Labbra maledette, episodio della vita del Goethe; Roscio e i suoi comici, commedia d'argomento antico. Né basta: ridusse il Formione di Terenzio che, letto agli amici del Fracassa, non parve adatto alle scene ; e a Cesare Rossi presentò un dramma in martelliani, II Cieco, e il Rossi lo rifiutò; ma tanto gli piacque la disinvolta modestia dell'autore (il quale lo ringraziò persuaso del giudizio) che, caso raro, divennero buoni amici. E dire che inoltre il Fleres aveva già scritto un poema in isciolti I Saturnali, ed un altro poemetto d'argomento indiano ! « Le cateratte del cielo si apersero, dice la Bibbia, e piovve per quaranta giorni e per quaranta notti di seguito ».

Io non mi meraviglio punto che un giovane dell'ingegno del Fleres, e nelle condizioni sue, scrivesse tanto ; ma sì che non pubblicasse ; che a mano a mano che sfogava quella esuberanza di vena e di fantasia, non crescesse in lui la vanità dell'autore; che egli si facesse anzi giudice sempre più severo di se medesimo. E questo è per me migliore indizio di buona indole artistica che non quello della facile produzione. Fatto sta che di tanti scartafacci, donde io scommetto che a ben frugarli sarebbe da trarre assai di buono, il Fleres non fece altro conto. Al teatro ha ormai rinunziato: la compagnia Maggi ha una sua. commedia in tre atti Eredità vincolata, e Luigi Arnaldo Vassallo vuol ridurgli per le scene un dramma satirico, pure in tre atti, Le vittime ; ma egli afferma che, o bene o male che vadan le cose, non vi si proverà di nuovo.

Presentato a quei del Fracassa, prima che nascesse il giornale, da G. Aurelio Costanzo, che lo stimava come debbono stimarlo quanti lo conoscono, vi cominciò la serie ormai sterminata de' suoi articoli, con certe appendici su La musica dell' occhio, che anche oggi qualche intelligente rammenta. Ed entrato così ne' giornali, d'allora in poi ha scritto e scrive, come i giornali richiedono, affrettatamente ma non mai, sia pur in argomento lieve, contro l'animo suo. Rammento, su tal proposito, curiosi dialoghi tra lui e Beppino Turco: quando il Fleres ha ereduto concedere molto alle necessità del giornale sforzando la lode, sembra al direttore che egli abbia fatto, come si dice nelle redazioni, una stroncatura. Buttato giù l'articolo o il pupazzetto (quanti sorridono sulle figurine del Fracassa non sanno che spesso le debbono ad un gentile poeta !) corre a casa e si ripone a' suoi studi, proseguiti sempre con pertinacia e con fede mirabili. È un autodidatta, il Fleres ; e può tenersene; che pochi, usciti dalle università, han la coltura varia ed elegante di lui.

Messe da parte quelle molte opere della prima gioventù, soltanto per le insistenze di Angelo Sommaruga diè alla stampa i suoi Versi, nell'81. Non già che al Sommaruga importasse molto di lui poeta ; ma volle così procacciarsi la famigliarità d'un disegnatore abile ed agile per la sua Bizantina. A quel libretto accennò con lode il Carducci ; il Fleres oggi lo rinnega, perchè di que' versi gli spiace l'ideale artistico, e l'esagerazione di modernità, o modernismo che dir si voglia, troppo palese. Può rinnegarlo perchè già ha dato molto di meglio. Non parlo delle Profane Istorie, edite due anni fa, e troppo poco curate dal pubblico che avvezzo ai sapori grossi non ha gustato, come doveva, questi sottili ; né del romanzo Extollat uscito ora in luce pe' tipi del Triverio, o dell'altro romanzo Vortice che tra breve ci darà il Tropea di Catania, o delle novelle che stampa il Battei di Parma; il Fleres è per questa parte abbastanza noto al pubblico che ne cerca con curiosità le scritture ne' giornali letterarii. 

 Qui

Ma vo' dire qualcosa, con molta indiscrezione, di due lavori di lunga lena, in versi, cui l'amico mio attende; singolari   lavori  e, tralasciando ogni altra ragione, degni di lode perchè lontani da quanto oggi dà l'Italia in fatto di poesia. Vi sembra piccolo merito in arte, quello di serbare fattezze proprie ? Quale possa essere il pregio dei versi del Fleres, certo non mancherà loro l'originalità. Egli è infatti lo scrittore più ricco di fantasia narrativa che sia oggi tra'giovani: inventare e narrare è un bisogno dell'indole sua artistica, ed  egli inventa con incredibile varietà, e spesso narra con efficacia derivata dalla schiettezza della rappresentazione anzi che dalla vivezza sfacciata de' colori. Se la forma, a lavoro compiuto, risponderà al valore intimo della poesia, il Fleres avrà, nella Giovinezza del   Cid e nel  Don  Juan, fatto opera come poche  ne  vediamo da un pezzo. Ora che la lirica tiranneggia la nostra poesia, oh come mi piace ascoltare la voce di un giovine che osa narrare largamente, pianamente, le belle avventure degli amori e delle armi ! Nel racconto oggettivo all'antica  infondere l'osservazione psicologica alla moderna ; questo l'ideale d'arte che sta innanzi ad Ugo Fleres; il quale per ciò non va in cerca d'argomenti nuovi ma li accetta dalla tradizione. Ha così in pronto La Giovinezza del Cid; e sta lavorando gli ultimi canti del suo Don Juan. Il primo è un poemetto in dieci canti; gli ottonarli alla spagnuola sono variamente rimati canto per canto in istrofette sonanti o soavi, secondo che narrino le battaglie del Cid o i sospiri di Chimena. Il Cid, per vendicare suo padre dello schiaffo che ne ebbe, uccide il padre di Chimena: il re, meravigliato del valore del giovane, lo salva dal supplizio mandandolo a combattere gl'Infedeli; egli torna vittorioso ; Chimena, nella quale l'ammirazione divenne amore e spense l'odio per l'uccisore del padre, andata a chiederne al re vendetta, lo accetta invece marito. I lettori avranno modo di giudicare tra breve dell'analisi sottile che il Fleres ha fatto de' sentimenti di lei ; qui odano soltanto come dolcemente essa invochi il ritorno dell'eroe giovinetto:

«  Non hai già la rinomanza

come un falco in pugno stretta? lungo tempo non t'avanza per attingere la vetta de la gloria ? e non t'affretta de' miei baci la speranza? »

Di più lunga lena è il Don Juan, romanzo in versi che, a lavoro finito, saranno più di quindicimila, in una trentina di canti : ottave, terzine, sonetti, serenate, rime sempre a dovizia e rime buone. Il Fleres non è, né vuole essere, un cesellatore ma un aèdo moderno ; non s'indugia sul verso per amore del verso in sé, ma lo studia insieme con gli altri perchè soltanto dalla compagnia abbia la forza propria e l'effetto che deve. Neppure qui giudico : ma, come ho potuto ascoltando dall'amico a pezzi e bocconi, così riferisco del Don Juan quel che rammento o, quasi di nascosto, ne ho spigolato.

Don Juan  Tenorio,  gittate  sopra  un' isola deserta, è salvato, dopo nove anni, da una nave veneziana; e racconta al padrone di essa. Paolo Targa, e all'equipaggio come il padre suo lo imbarcò per mozzo, com'egli educato a vita signorile, si ribellò al capitano, e come ne fu punito con quell'abbandono.

«  All'erma isola pochi marinai mi recarono taciti vogando, mi baciaron, partir;  solo restai.

Solo, lì solo, io che in Siviglia, quando m'arrideva la vita, e amici e fanti avevo al mio piacere, al mio comando ;

solo, e la barca dilungava, e innanti a me, nel tempo e nello spazio, il mare, il consorzio dei flutti minaccianti ».

Questo il primo canto: nel secondo siamo a Roma. Si fa gran festa nel Vaticano (l'azione si svolge a' tempi di Leone X); l'ambasciatore di Venezia, ch'è Paolo Targa, il quale ama Lucrezia, figlia del marchese Oliviero, assalito da questo, manda l'amico suo Don Juan a rapire la signora per conto di lui, essendo ormai inutile ogni cautela. Mentre il palazzo dell'ambasciatore è assediato dalle genti di Oliviero, Don Juan corre sotto le finestre di Lucrezia:

« A pie della finestra dov'è il lume, egli tosto si fa tra l'alberata, e canta, come è veneto costume, il ritornello d'una serenata. Lucrezia il canto conoscer presume, e la finestra è schiusa, è spalancata: Juan lascia le note e dà di piglio ad un imminentissimo consiglio ».

Bisogna fuggire subito; e fuggono. Ma il canto III ce li descrive spersi per la campagna romana, mentre volevano riparare nella villa di Lucrezia. In un bosco, la sera, essa narra al suo rapitore per procura, l'amore di Paolo e come essa fu costretta a sposare Sesto, conte di Marmora. Don Juan profitta dell'occasione, ed ha con lei la sua prima avventura. L'avere ogni volta chiarito come egli riesca a piegar gli animi femminili e averlo rappresentato, corrotto ed ingenuo ad un tempo, ma nella varietà incessante dei casi unico e coerente in sé, sarà, ove il pubblico trovi che l'autore vi sia riuscito, il pregio maggiore di questo singolare romanzo.
Quando Paolo va alla villa per trovarvi Lucrezia, e sa ch'ella è fuggita con Don Juan, si accorda col marchese Oliviero alla vendetta comune. Raggiungono a Nemi i due amanti; Don Juan uccide in duello il marchese, e Lucrezia lo maledice:
«  Juan, la vita tua torbida scorra di tradimento in tradimento, come va la fiumana rea di forra in forra.
Juan, l'infamia penda sul tuo nome; ogni umano dolor ti dia tortura e ti trascini a morte per le  chiome,
dèmone della mia colpa e iattura  ».
Navigando co' Gitani (siamo al canto V) Don Juan s'innamora di Paquita; e seco la porta nel suo castello dove, sotto il nome di Don Pablo, ricupera l'immenso suo patrimonio.

Nel canto VI, in un ballo nuziale si scopre : nel seguente, così si dichiara ad un'altra bella, a Consuelo, ed è sfidato dall'amante di lei, il primo espada, Esteban :
« Segnorita, il cappel del vincitore sarebbe pésto in mezzo allo steccato se colto non lo avessi io, come un fiore che una dama al suo damo abbia lanciato.

Ma di renderlo a voi non mi dà cuore, se un guiderdone non mi fa beato, e convien ch'esso sia d'alto valore ; un bacio, per esempio, od uno Stato.

Così parla Juan a una procace bruna che morde, udendolo, il ventaglio, e, da cotanto ardir vinta, si tace ».

Ma accorre Esteban, e sfida l'insolente. Si battono; il povero espada è ferito. Qui gli eventi s'intrecciano per modo che non è facile esporli in breve ; né mi è consentito di accennarli tutti. « Le donne, i cavalier, l'armi gli amori » han ritrovato nel Fleres uno che si compiace del canto pieno e delle gioconde fantasie : la varietà dei tipi di donna che egli ha immaginati è incredibile ; noto tra i ricordi che mi si affollano una candida Velina, un'appassionata Dolores, una nobile Maria. E una folla d'altre persone, menestrelli, corsari, zingari, cortigiane, sicarii, cavalieri, pescatori ; fra i personaggi di nome storico, Leone X, il cardinal da Bibbiena, e la famosa Imperia. Il romanzo finisce con la scena dell'invito alla statua, e col volo terribile di Oliviero e di Don Juan sopra le turbe di pellegrini che si accalcano per le vie di Roma, verso i regni misteriosi della Morte.
Ed ora vorrei poter dare qualche altro saggio del libro, tanto ricco di fantasìe e copioso di rime. Ma lo spazio mi manca: né altro aggiungerò che un'ottava pour la bonne bouche. Don Juan, ospite d'un convento, ha sedotta la badessa e tutte quante le monache: l'episodio è trattato con una delicatezza che non si poteva maggiore; e chi conosce il Fleres sa che nel suo romanzo neppure un verso si troverà dove l'arte sia offesa da rappresentazioni poco degne di lei. Le monache, in quella strana vita tutta sogni di amore in che le ha precipitate il giovine bellissimo, non trovano pace :

« Caldo era il tempo ed ascendeano a sera le peccatrici su la torre annosa, sì come fanno le palombe a schiera se il vespro tinge i culmini di rosa : ed esalava qual da una cunziera la dolce lor malia peccaminosa, ma in nube di rimorso e di sgomento s'avvolgeva poi grave in sul convento.  »

Non affretto un giudizio che per più ragioni mi sarebbe oggi difficile : ma mi sia conceduto un augurio che m'esce dall'animo. Abbia presto Don Juan un editore, ed Ugo Fleres quella attenzione del pubblico ch'egli, artista onesto e valente, per tanti conti si merita.


Grafica:

Abilissimo nell'arte del disegno, Ugo Fleres ha pubblicato anche una preziosa raccolta di riproduzioni di lavori artistici intitolandola: 

La galleria nazionale in Roma (1896). 

Collaborò a Il Travaso delle Idee, «giornale umoristico sulla falsariga del Don Chisciotte e del Fracassa». Proprio sul Don Chisciotte, che era diretto da Gandolin, Ugo Fleres illustrò un articolo - intervista di Emilio Faelli a Luigi Pirandello intorno alle traduzioni del poeta delle Elegie romane

L'editore Loescher, che era disposto a stampare le elegie tradotte da Pirandello, morì prima che il progetto fosse stato realizzato e il libro venne comunque stampato dall'editore Giusti di Livorno con una ventina di disegni di donne romane realizzate dello stesso Fleres .

Innumerevoli poi sono gli articoli, le poesie, le novelle che ha scritto per le Riviste d'arte.




La canzone della spola, versi di Ugo Fleres, musica di Francesco Paolo Frontini Forlivesi 1905


http://frontini.altervista.org/ugo_fleres.htm