Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

sabato 18 dicembre 2010

In Sicilia il Risorgimento fu soltanto un'illusione.

« I moti dei Fasci sono per noi come una propaggine del moto del 1860, inteso come " rivoluzione incompiuta". »



In Sicilia il Risorgimento fu soltanto un'illusione.

Il popolo siciliano che si ribellò ai Borboni e li combatté credendo nelle promesse di giustizia e libertà di chi era venuto a "liberarlo" dalla schiavitù e miseria, dopo l'arrivo dei Piemontesi nell'isola, rimpianse il “giglio borbonico”  (al peggio non c'è fine).

Nel corso di 125 anni il regno borbonico non fu sempre spregevole, ma ebbe il merito di aver alla fine del feudalesimo attuato la riforma dell'amministrazione pubblica, e non ostante la non curanza, per la morale della società, per la pubblica istruzione, per le opere di pubblica utilità, non dilapidò un patrimonio fondiario assai consistente, di oltre 300.000 ettari e beni edilizi di equivalente valore, si può ammettere che al momento dell'unità, in Sicilia, il tesoro dello Stato era quasi esente di debito pubblico.

A "spogliare" la Sicilia, penseranno i “Savoiardi”, il cui regime tirannico si manifestò subito, basti citare i fatti di Alcara Li Fusi e di Bronte e di moltissimi altri comuni siciliani dove, ai contadini che credevano fosse arrivata la libertà e, che insieme con essa, come aveva promesso Garibaldi, avrebbero avuto un pezzo di terra da coltivare, i piemontesi con i tribunali speciali, distribuirono fucilazioni e carceri.
Dopo il plebiscito, per il popolo siciliano non ci saranno altro che stati d'assedio, leggi speciali, tasse, coscrizione obbligatoria e fame (per non citare le sanguinose repressioni dei Fasci contadini del 1893/94).

Naturalmente a godere dei privilegi concessi, saranno nobili e borghesi, gli appartenenti alla classe dirigente isolana. 
E' nel "tradimento della rivoluzione" e nelle sofferenze del popolo siciliano che è necessario ricercare la matrice di una delle più grosse piaghe che hanno tormentato e tormentano la Sicilia: la mafia! Che coesiste col potere governativo.

I canti popolari, veri interpreti del dolore e del pianto di tutto un popolo, abbondano di proteste che coinvolgono il governo, i Piemontesi e la classe egemone siciliana.

La letteratura "ufficiale" si limita a costatare l'evidente stato di miseria materiale in cui il popolo affonda; lo scrittore siciliano, "borghese" e dedito al mercimonio, evidenzia l'ineluttabilità di quella condizione, “per il popolo non c'è speranza né via di salvezza”.

Il Verga, prendendo a pretesto i fatti di Bronte, scrive che per un popolo incivile e barbarico, come il siciliano, non ci può essere libertà; poi descrive i contadini dei Fasci siciliani in "venduti per la roba". 
Nel "Gattopardo", del Lampedusa, l'unica cosa cui i Siciliani aspirano sembra essere il "sonno", tanto non cambierà nulla; la tesi del Lampedusa pare essere avvalorata dall'opera del De Roberto "I vice-re". Gli aristocratici Uzeda conserveranno il potere anche in periodo post-risorgimentale, mentre, la "ciurmaglia" resterà "ciurmaglia"; il popolo ha solo diritto alla rinuncia, e anche per Pirandello, non c'è possibilità di riscatto.

Singolarità d'atteggiamenti si riscontrano, in altri siciliani: Rapisardi e Costanzo, poeti colpevoli secondo la critica crociana di aver trasformato il poema in "saggio sociologico”. 

Ma proprio questa accusa mossa alla poetica dei DUE evidenzia l'originalità d'uomini e di poeti. 
La denuncia che fanno dei loro tempi, non è fine a se stessa ma si congiunge a grandi ideali: giustizia sociale, necessità di cambiamento, ribellione contro un ordine sociale ingiusto, che simbolicamente rappresenta la classe degli umili e degli oppressi che nell'opera degli altri scrittori siciliani è solo capace di rinunce, anzi "deve" rinunciare.



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Siciliani dimenticati dagli eruditi:





Girolamo Ragusa Moleti noto anche con lo pseudonimo di G.R. Sagura Molarogi (Palermo, 14 gennaio 1851Palermo, 1917) è stato un poeta, scrittore e giornalista




"Non rifarei la via del sud, temendo di essere preso a sassate"
G. Garibaldi

Carissimo Colajanni                                                     Catania, 10 Febbraio 94.

I tumulti recenti della Sicilia hanno, per le origini e gli effetti loro, una importanza sociale, che la facilità onde sono stati repressi non parrebbe loro concedere. 
Tu che li hai osservati con occhio di filosofo, moderati con accorgimento d'uomo politico e con cuore di cittadino, fai bene di consegnarli alla storia con quella serenità di giudizio, che alle coscienze intemerate non è difficile mantenere nei momenti più tempestosi e fra le passioni più vive.

Due principali verità risultano, a parer  mio, dalla notizia sincera dei fatti: la indipendenza dei moti siciliani da qualunque opera di partito, e la prepotenza d'un governo che vuol parer forte e non è.

Non che essere eccitate e preparate dai socialisti, a me pare che, le ribellioni, determinate unicamente dalle condizioni specialissime dell'isola, dagli arbitri feudali dei proprietari, dalla spietata ingordigia delle amministrazioni, dalla miseria ineffabile dei lavoratori, abbiano fatto constatare e toccar con mano la nessuna coesione del partito socialista, la discordia dei suoi capi, la varietà bizzarra dei suoi gruppi, l'incertezza dei principi, dei metodi, dell'azione.

Il socialismo in Sicilia ha avuto più presa che altrove, perché ha trovato terreno più proprio: la propagazione meravigliosa dei Fasci prova che esso non è artificiale e superficiale, ma ha radici nelle viscere stesse della vita del proletario siciliano; è piuttosto effetto che causa. Il popolo, per altro, quale ch'esso sia, poco suole accogliere e fecondare delle teoriche d'un partito: afferra tutt'al più un'idea rispondente al suo stato, un sentimento che consuona col suo; e quando si sente alle strette, si getta nell'azione, senza chiedere consiglio a nessuno. La miseria e la mala signoria furono e saranno mai sempre i motivi principali delle rivolte.

Questa condizione di cose rende ancor più colpevoli e mostruosi i modi adottati dal governo per reprimere le ribellioni. 
Qualche agevolezza conceduta li per li alle prime avvisaglie, avrebbe probabilmente sedato il fermento dei contadini affamati. 

Ma sì! I cartelloni erano già stati affissi alle cantonate; la baracca era aperta, i biglietti distribuiti; la gran cassa rintronava già negli stomachi degli spettatori; e come si faceva a sopprimere lo spettacolo.
La signora Astrea, che dietro alle quinte avea fatto copia di sé a tutta la borghesaglia legittima e legalitaria, venne allora su la ribalta e recitò col peggior garbo del mondo la parte della verginella oltraggiata: scaraventò i pesi in faccia ai presunti seduttori: agguantò la bilancia per il giogo e la sbatacchiò su la testa dei primi poveri diavoli che le vennero a tiro.

La borghesaglia legittima e legalitaria si dichiarò soddisfatta; si soffiò il naso impeperonito; e con le dita intrecciate sul buzzo e tentennando la testa come i cuorcontenti di gesso, esclamò in falsetto pecorino: Le istituzioni son salve; l'ordine regna in Varsavia; ora possiamo tornare tranquillamente a barattare, a banchettare e a russare.
A proposito: e le riforme? Ah! si: ci sono anche queste per aria; o per dir meglio, c'è una commissione che le studia, e che ponza la felicità del genere umano.

Lasciamola ponzare; e che Dio la renda lubrica. 
Che cosa saranno queste riforme il gazzettume ufficioso nol dice: esso spreca tutto il suo fiato prezioso per informarci di balzelli nuovi, di soppressioni di uffici, di monopoli audaci, di ricchezze cavate dalle borse e dalle vene di tutti.

Le istituzioni, si sà, han da salvarsi; i sacrifici non sono mai troppi. 
E poi, i balzelli hanno l'ale; e le riforme la gotta. 
Aspettiamo dunque che l'erba cresca; e se l'asino muore, peggio per lui. 
Ciò che saranno codeste riforme possiamo immaginarlo: riforme borghesi; e non occorrerebbe dir altro: semi di lino su la cancrena; concessioni ed elemosine tirate in faccia con la balestra.

E se non bastano, piombo: procedura solita e spicciativa.
Ma il piombo credi che basterà? 
Io modestamente credo di no: salvo che siasi trovato il modo di renderlo digeribile e nutritivo, come il pane che manca.
In conclusione, questi tumulti hanno rivelato condizioni tali, che non possono e non devono assolutamente durare, per l'onore d'Italia e della razza umana; hanno resa necessaria una fraterna intesa di tutti i partiti democratici in un ideale, in una fede, in un'opera comune; hanno ridotta la questione sociale all'aut aut degli scolastici.

L'idea-valanga s'è già staccata dal vertice, e seguirà fatalmente il suo corso. 
O unirsi ad essa o rimanere stritolati nel fango. 
E' la Storia che passa. 
                                        Mario Rapisardi