Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

lunedì 23 gennaio 2017

GIROLAMO RAGUSA-MOLETI "ribelle dei ribelli"

Girolamo Ragusa-Moleti (1851 - 1917), nato a Palermo il 14 gennaio 1851.
Scrittore e rinomato giornalista, collaborava per le riviste più autorevoli.
Direttore della R. Scuola Tecnica di Palermo.

Profondo conoscitore della letteratura Francese, sostenitore d’Emil Zola e della scuola naturalistica fin dai tempi del suo saggio sul realismo, fu, anche nella scelta degli autori francesi da analizzare, "ribelle dei ribelli", Percorso, com'era, da "un soffio iconoclastico di violenta rivolta contro i mali del mondo", fu naturale, per lui, dare tutto il proprio contributo a quel foglio palermitano - "Il Momento" - sul cui secondo numero era apparsa l'effigie d’Emil Zola.

Accostatosi all’opera di Baudelaire, che lo terrà legato a se per vari anni, nel 1878, dopo uno studio approfondito della letteratura baudelairiana, pubblica un saggio - e si tratta, molto probabilmente, della prima monografia dedicata da un italiano al poeta francese.(...)


Qualche volta lo si vede guizzare come un pesce per le vie di Palermo, — furioso, affrettato, quasi ansante — con un mozzicone di sigaro fra i denti, col cappello a sghembo, con i capelli che gli scappano a ricci ed arruffati sulla fronte e sulle tempie, con la cravatta che ad ogni suo movimento di braccia e di spalle gira sul collare, per la semplicissima ragione che egli non vuol mai sottometterla alla tirannia d'uno spillo...

Ragusa è vano di due cose: dei suoi denti bianchi e delle sue pupille nere. Quelli occhioni neri, grandi, espressivi sono lo specchio di ogni sentimento che egli prova, ed esercitano — mi dicono — molto fascino sulle signore... Ma io non voglio entrarci... e me ne lavo le mani.

* * *
Quando Ragusa non corre e sta fermo a discorrere, è raro che non si metta a ridere. Ride spesso, ride sempre — quando non è annoiato, s'intende — ride anche quando le sue tasche sono all'asciutto. Lo si potrebbe chiamare  l'uomo  che  ride...
Una   lettrice   m'interrompe   per  esclamare:
— Ride per farsi  vedere i  denti!
Ecco   qua:   potrebbe  darsi,  ma  non  lo  credo.
Comprendo benissimo che se Ragusa avesse i denti neri non riderebbe tanto di frequente — ad ogni modo non supponga la mia signora lettrice, che l'autore delle Solite Storie difetti di cuore. I romanzieri cuore ne hanno sempre a bizzeffe. Ragusa, dopo di aver canzonato un individuo o ricamato la burletta sopra un libro, sa contemplare con occhi scintillanti un tramonto, sa inebbriarsi dei profumi di zagara e di gelsomino — sa parlare di noia, di scetticismo, di nulla — sa maledire alla vita.
Appartiene al secolo — ecco tutto.
Taluni lo chiamano il pazzo : lui lo sa e si mette a ridere.


* * *

Giovanetto amò i piaceri e il bel tempo, mandò a carte quarantotto lo studio e gavazzò per qualche tempo nel  mestiere  di   scapestrato.   Si  fece  cavaliere  errante delle donne... facili... molto facili — e siccome questo apostolato... galante a Palermo si sostiene a furia di sciabolate, Ragusa seppe fare onore alla sua lama e le sue sei o sette ferite che ha seminato sul corpo ne fanno una testimonianza chiara e lampante.
Un bel giorno Ragusa s'innamorò...
Ma  lasciamo  parlare  lui  stesso,  nelle  Solite  Storie
__ giacché dovete sapere che, nei suoi romanzi, Ragusa
ha la stessa abitudine di Miirger e sotto gli abiti di Giorgio Biondini spesso s'indovina l'autore.
Ma  non  divaghiamo.
«— La fantastica testolina (è un brano delle Solite Storie) quella sera non si fece però vedere. Biondini credeva per la paura di pigliare un catarro, ma invece era stato il babbo, un don Leonardo qualunque, che l'avea persuasa che non c'era decoro a fare un romanzetto con un asino e un rompicollo. Aveva forse torto?... La fanciulla che era già una donnina e sapeva fare i suoi conti, fece sapere quel giudizio paterno a Giorgio, aggiungendo che una fanciulla perbene deve essere ubbidiente ai voleri dei parenti. Leggendo quella letterina scritta in un foglietto liscio, ambrato, a Giorgio erano salite in viso le vampe della collera; pensò un momento, quindi mormorò fra i denti stretti: Non sarò più   né  un  asino  né  un  rompicollo.
Quanto agli amici, fece brigata nuova; anzi, per meglio dire, nei primi tempi della sua conversione, non vide più nessuno. Si chiuse in casa dicendo: 'Studiamo!' Ma studiare è una bella parola; a questo mondo si può studiare cose infinite, e so che, scoperta la vocazione, indovinato se stesso, non ci vuol altro che seguitare giorno per giorno e qualche cosa spunterà. Ma il nodo sta appunto nello   indovinare codesta sciarada della vocazione.
Fare una ventina di versi laidi non vuol dire essere nati con l'estro in corpo, né sciogliere un problema alla lavagna, e restar pensieroso davanti una pignatta che bolle o un fulmine che casca, vuol che si sia un Archimede, un Walt o un Volta. Pure Giorgio non era giovane da tirarsi indietro, e cominciò a studiare senza metodo, senza sistema, assai il giorno, più assai la notte, tanto per formare l'abitudine ». Questo brano delle Solite Storie che io ho riportato è una specie di autobiografia dell'autore, al quale porgo i più sentiti ringraziamenti perché m'ha risparmiato la  fatica  di  riferire  un  tratto  della  sua  vita.

* * *
Ma non è completamente vero che egli siasi messo a studiare «senza metodo, senza sistema». Non tralasciando di acquistare delle cognizioni in fisica, nelle scienze naturali e in economia, egli si diede particolarmente e con una specie di amore rabbioso agli studi letterari e filosofici — s'impegnò ad imparar bene la lingua sul vocabolario, sulle antologie, sui capolavori dell'arte — sudando a riempire risme di carta, di periodi, di modi, di frasi, di proverbi — scervellandosi per imparare a scriver bene ed in lingua italiana — avvezzando l'orecchio al ritmo dei versi per scrivere versi egli  pure.
Di filosofia egli studiò principalmente quel periodo che per noi ha più importanza —' e che incomincia con Renato Cartesio e termina con Arturo Schopenhauer.  Si nutrì di questi studi severi — analizzando uno per uno quei sistemi profondi — imbevendosi di quelle dottrine che hanno saputo scandagliare le ultime latebre del pensiero umano — imparando ad amare quei sommi che trascinarono dinanzi alle loro cattedre intere generazioni. Giorgio Hegel lo ammaliò sopra tutti, del suo sistema ne conobbe il sofisma, ma ne comprese la grandezza e tutt'ora se ne pasce cogli ardori d'un innamorato...
Hegel! Hegel! Quante volte insieme a Ragusa mi son messo a discutere il sistema del grande caposcuola e a un certo punto entrambi ci siamo scongiurati a vicenda di troncare la discussione se no chissà se non saremmo terminali  col prenderci a 'pugni.
Per me Kant, Hegel, Schopenhauer sono grandi atleti del pensiero umano — per loro ho un culto sincero e profondo — a loro ho ricorso e ricorrerò sempre adoperandoli come ginnastica della mente. Dall'altro lato comprendo benissimo quanto piccino e tisicuzzo sia il materialismo ai nostri giorni, ma esso mi convince sebbene ancora debole e barcollante — mi convince perché lo sento in me medesimo nella mia vita, nei miei sentimenti, nelle mie aspirazioni —. mi convince perché è frutto dei risultati della scienza — mi convince per il concetto  meccanico  col  quale  considera  la  natura.
Ma l'autore delle Solite Storie imbevuto di Hegel fino al midollo dell'ossa, si burla del materialismo che non ha saputo varcare il Rubicone della coscienza ed interrogato  a  quale  sistema  appartenga,  risponde:
—  Che  sistema!   nessuna  dottrina  mi  convince;  io sono  scettico.

* * *
Ragusa — un avanzo dei rompicolli di Mentana __

ora s'infischia della politica e scambia tanto la destra che la sinistra per un pugno di mestieranti. Quei paroloni vuoti, altisonanti — che gli ambiziosi grandi e piccini mettono innanzi come biglietti d'ingresso che li conducano a Montecitorio — lo fanno ridere. Per lui — che ha tanto studiato il pensiero umano sulle pagine dei filosofi — la lotta per la vita non si traduce che in una lotta dell'egoismo, infarinato d'un po' d'orpello per illudere i gonzi. È per questo che egli va altero di quell'ironia che sparge a manate nei suoi versi e nelle sue prose e che — secondo lui — dev'essere uno dei meriti  principalissimi  dei  lavori  d'arte.

* * *
Ragusa è lavoratore ma non è sgobbone.

Pubblicò l'anno scorso le Solite Storie — novella che piacque moltissimo e di cui scrissero con somma lode la «Perseveranza», il «Sole», l'« Illustrazione Italiana», il «Diritto», l'« Opinione», e gli altri principali periodici d'Italia, Si ammirò la sua lingua purgata,  il suo stile vivace, ironico, spesso  quasi nervoso — e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria. 
— e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria.
La signora Lilli e il Mal di nervi sono infatti due romanzi che faranno un bel grido e che il Ragusa ha scritto  in  pochi  mesi.
—- E quando si pubblicheranno?
—- Non saprei.
—  Manca   forse  l'editore?
—  Che editore! l'editore c'è anzi ce ne son due che attendono l'uno La signora Lilli e l'altro il Mal di nervi, ma l'autore non  è  ancora  disposto...
—  A  che  cosa?
—  A  correggerli,  a  rileggerli.
—  Perché?
—  Perché s'annoia.
Né più né meno. I due romanzi non attendono che la cosidetta limatura, ma Ragusa ha lo spleen degli artisti. È capace di stare un mese lavorando come un cane, e un altro mese...  sbadigliando  come un turco!
Ad ogni modo queste mie parole valgano almeno ad infondergli un pò di spiritaccio, e a fargli riprendere in mano i suoi manoscritti che a quest'ora sono polverosi come una cartapecora antica!
Io l'ho paragonato ad un turco — or si rammenti egli che attualmente i turchi non  dormono — e prova ne siano i telegrammi che l'agenzia  Stefani ci regala ad un soldo la sera.

* * *
Ragusa è anche poeta. I suoi versi sono originali nel concetto e nella forma —. riboccanti ora d'ironia, ora di sentimento — essi non seguono la falsariga di nessun poeta, ma rammentano lo studio dei grandi poeti. Vi s'indovina l'autore che ha studiato Heine e Baudelaire — sebbene né l'uno né l'altro vi appariscano; — vi s'indovina il filosofo senza sistema; e l'uomo senza ideale determinato — vi si scorge il linguista che conosce la proprietà dei vocaboli e il poeta che ha lottato colle difficoltà del ritmo.
Delle poesie del Ragusa non se ne sono pubblicate che quattro o cinque — le altre dormono sotto la polvere che vi hanno accumulato l'ala del tempo e lo spleen...   turco  dell'autore.

* * *
Ragusa ha delle caratteristiche che lo rendono originale.
Egli va altero dei suoi studi filosofici e dei suoi studi di lingua. La filosofia egli la crede un mezzo necessario per comprendere l'arte e per saperla esprimere — e vieppiù si riafferma in questa sua opinione nello scorgere la vacuità di studi di certi scrittori moderni che nei lavori badano più alla forma che alla sostanza — e almeno badassero veramente  alla  forma!
Ragusa ha 26 anni, è professore di storia e letteratura ed è ammogliato — una caratteristica che nella vita d'un uomo è certo la più interessante. Veste sempre di nero, non beve vino ed ama la campagna... sebbene il lusso d'una villeggiatura — ahimè! — è rimasto finora per lui un pio... desiderio; ma non importa: aggiratevi ogni dopo pranzo per le campagne della Conca d'oro e vedrete la figura di Girolamo Ragusa Moleti designarsi fra gli alberi ed il fogliame.
L'autore di Mea culpa è franco, nemico dell'ipocrisia e della posa.
Ha molti conoscenti, ma pochi amici — è generoso, riconoscente e paga puntualmente i debiti — quando ne ha.
Fra i poeti francesi preferisce Musset — tra gl'inglesi Byron — tra i tedeschi Heine — tra gl'italiani, dopo Dante, preferisce Giusti, che porta sempre in tasca — le poesie, s'intende... non il poeta...
Ha certe espressioni preferite che lo caratterizzano meglio. Quando deve parlare di qualcuno che non gli va a sangue, esclama: — Che imbecille! Un libro cattivo lo giudica a questo modo: — Che porcheria! E quando qualcuno assume la posa d'uomo serio egli dice ridendo:  — Ha messo su la pancia.

* «La Farfalla», Cagliari, 3 giugno 1877. E. Onufrio





sabato 21 gennaio 2017

LA «VITA DEI CAMPI» di Giovanni Verga



La vita dei campi è un ideale gaio e sereno, e, da che mondo è mondo, molti lo han sognato, e continuano a sognarlo. E pur bello avere un po' di terra al sole, lungi dalla città, sopra un colle ridente; e, in mezzo agli alberi, lieta di primavera e di fiori, una casetta bianca, d'onde non si ascoltano che canzoni d'uccelli e muggiti di buoi, sparsi nella campagna lontana. Ivi non t'inseguono la ciarla molesta e il pettegolezzo maligno, che si sprigionano dal lastrico delle vie cittadine:


il fattore sta a discorrerti del buon tempo e del ricolto, della festosa vendemmia e della pioggia che manda il buon Dio. E, da Teocrito a Gessner, quanti hanno cantato  questo   dolce  ideale!
L'Arcadia, anch'essa, se ne impadronì e lo sfruttò a suo talento. Mise in mostra pastorelli e ninfe di porcellana, e li fé ciarlare come in un salotto elegante; fece scorrere fiumi di latte; piantò, incorniciati dai suoi orizzonti di cobalto, alberi ingrommati di miele, e carichi  di  frutta  d'oro.
L'Arcadia non è la vita; e quindi è la negazione dell'arte. Le campagne del suo cosmorama sono oleografie francesi da cinque franchi la dozzina. Giacché la vita rustica, come la medaglia, ha il suo rovescio; ed è un rovescio ben triste, sapete! Sono razze affrante di fatiche e di abbrutimento, emaciate dalla terzana, avvilite dal servaggio, che vivono e soffrono alla luce del sole. E Verga, nei suoi bozzetti, ritrae questo triste lato della vita campagnola; egli penetra negli animi di quei poveri villici, e li presenta nella loro semplicità rozza e ignorante, nelle loro passioni stupide e forsennate.

* * *
Conobbi Giovanni Verga, tre anni fa, a Milano. Me Io presentò una sera, in galleria, Felice Cameroni, il brillante appendicista del « Sole », buono come un angelo, ma meno bello del diavolo. Dopo quella sera, con Verga ci rivedemmo sovente, al Biffi, dove sino a tarda notte si stava a discorrere, fumando. E non eravamo soli; ma una piccola colonia di siciliani a dirittura. Si ciarlava, per lo più, di arte e di donne. Auteri raccontava storielle scollacciate. Navarro dava anche lui i suoi giudizi, ma da uomo di mondo, che ha corso la cavallina, e non si lascia sedurre se non da profumi nuovi e squisiti, che producano dolci vertigini. Scontrino ammiccava qua e là furbamente, e ricamava la sua burletta su tutto e su tutti. Capuana non lo si vedeva mai. Qualcuno, nella brigata, fece intendere che egli passava la sera rubando cuori di crestaie e di servotte, sui pianerottoli delle scale; ma, in nome dei suoi capelli bianchi, respingo l'atroce calunnia. Giovannino Avellone veniva qualche volta a romperci le scatole con la sua eloquenza concitata e chiassosa di avvocato penalista...

Verga, di giorno, rimaneva in casa, a lavorare. A quel tempo scriveva un romanzo, Padron Ntoni, di cui adesso ho visto annunziata la prossima pubblicazione sotto un altro titolo: I Malavoglia. È un bozzetto della vita peschereccia, che gli ha costato stenti e fatiche, e che farà un bel rumore, ne sono sicuro. Spesso andavo a trovarlo in quella sua graziosa stanzetta di piazza Scala; e il suo tavolo era sparso di pagine, piene di zampe di mosca, cancellate, corrette, rifatte. Giacché egli, innamorato dell'arte, prova tutti gli sconforti dell'artista, che, nella sua plastica nervosa, non è mai contento di sé. Oggi scriveva una pagina che lo riempiva d'esultanza; domani un'altra che finiva per lacerare rabbiosamente: erano queste ultime le sue giornate bianche, com'egli  usava  chiamarle.
La sera poi la passava al Biffi, insieme agli amici. Qualche volta recavasi alla Scala; e lo vedevo dalla platea, tutto eleganza e sorriso, che andava qua e là, da  un palchetto  a l'altro  della  haute.
E la vita dorata fu, una volta, l'argomento dei suoi romanzi: Eros ne è una prova. Adesso Verga volge il suo sguardo nero e profondo pel paesaggio dell'isola nativa, che tanto si presta ai colori della sua tavolozza. Esso non è il paesaggio napoletano, pieno di luce e di chiasso, dove le fanciulle, belle, discinte, intrecciano folli danze, in faccia al mare, al suono di tamburelli e di nacchere; ma è calmo, molle, sereno, e vi ascolti la mesta canzone, tremolante nella vasta solitudine incendiata dal sole. È come un torpore di Arabia che avviluppa quei selvaggi presepi. Ed è là che Giovanni Verga incontra i suoi pastori e le sue contadine, che soffrono tormenti d'inferno, e ardono alla fiamma di pazzi amori.

*  « Capitan  Fracassa »,  14 settembre  1880. E. Onufrio




venerdì 20 gennaio 2017

«IL GIOBBE» DI MARIO RAPISARDI

Ma che ! " Voi solo — gli scrive Arturo Graf dopo la lettura del " Giobbe „ — in mezzo a tanta sciatteria e vigliaccheria tornate pur sempre con la mente ai grandi dolori, alle grandi lotte, alle faticose fortune dell'umanità, e tessete il verso di lacrime e di grida di ribellione e di canti di trionfo. Lasciate i rospi diguazzare e gracidare nella pozzanghera: lasciate che sputino la bava ond' hanno pieno il corpo! Il poeta d'Italia siete voi. Anzi, non pure d'Italia, ma un poeta voi siete dell'umanità; e coi dolori e con le speranze della umanità a cui li avete sposati, rimarranno i vostri versi, quando di quelli degli altri sarà spenta perfino la memoria „



Esaminando tutta l'opera poetica, che nel corso di circa vent'anni è venuta fuori dalla mente del Rapisardi, rilevasi tutto il travaglio del pensiero moderno in questi ultimi tempi. 
Sui canti della Palingenesi (primo lavoro poetico del catanese) aleggia un'alta idealità divina. Fra le malinconiche strofe delle Ricordanze si asside la triste ombra del dubbio. Prorompe, in seguito, il Lucifero, forte e audace poema del razionalismo, combattimento contro le parvenze e i fantasmi di cui era sgombro da poco l'umano pensiero. Ma ecco che, dopo tanta rovina di idoli, sparisce anch'esso l'ultimo idolo, che è Satana: la sua vita è brevissima; esso non rappresenta che un periodo passeggiero di facile rivolta, anzi  non esprime  che un  altro  grido  di  vittoria.
Sopraggiunge un nuovo e grande ideale: la scienza.

Il poeta vi si abbandona interamente, consacra il suo ingegno agli studi positivi e scientifici, rinsangua la sua mente già esausta di ogni ideale, e, illudendosi per avventura che la scienza possa essere elemento di fede, nella foga del suo nuovo amore, traduce il poema di Lucrezio Caro.
Adunque, fino a questo punto, il poeta ha percorso tutta la grande orbita del pensiero moderno.  Egli è stato teista, scettico, razionalista, positivista.  Il suo canto si è innalzato fra le azzurre idealità di Mazzini, di Quinet, di Victor Hugo; cadendo poscia da tant'alto, ha aleggiato sui campi della desolazione, tutto assorto come in una visione leopardiana. 
Poscia, inebbriandosi della abbagliante luce di magnesio, che mandavan le torce de' razionalisti, il Rapisardi lanciò anch'egli il suo dardo contro il debellato Olimpo. 
Seguì indi, come abbiam detto il periodo del sano e vital nutrimento: Spencer, Darwin, Stuart-Mill, Buchner, Feuerbach, gli forniscono il cibo agognato, ed egli, dopo sì lauto pasto, parve acquetarsi nel sereno soddisfacimento della scienza.


E adesso ecco venir fuori il Giobbe. Che cosa è dunque  questo  Giobbe?


Tre anni or sono, essendosi il Rapisardi accinto da poco a codesto poema, così brevemente piacevagli esprimermene il concetto: — Dopo l'epopea del diavolo, l'epopea   dell'uomo.
Dunque il Giobbe è il poema dell'uomo. Ma non basta.

Il Giobbe è il poema dell'uomo, pensato e scritto da un poeta che dell'uomo e delle sue sorti è conscio, che dell'umana sapienza è consapevole, e la cui mente è libera da qualunque idealità.
Il Rapisardi è stato teista, scettico, razionalista, positivista; e positivista rimane tuttavia; ma la scienza per lui non è fede, è esclusivamente conoscenza : egli dunque guarda i destini degli uomini e delle cose con la malinconia  serenità   del  chiaroveggente.
Hanno detto che il Giobbe sia il poema del dolore: il Rapisardi medesimo, illudendosi intorno all'opera sua, ha espresso tal pensiero in una breve prefazione. Ma questo dolore non è elemento estetico o sentimentale del poema; non scaturisce nemmeno da esso, o, se verso la fine in qualche modo vi alita, ha un tal carattere di subiettività e di fugacità che non lo si può chiamare parte inerente all'organismo del poema, che, essendo come un epilogo dell'opera umana, esprime le idealità fatali e meccaniche delle varie generazioni attraverso i secoli.

*
Esaminando il Giobbe, ancor questo è da notare: delle tre parti in cui dividesi il poema, la prima è affatto disgiunta dalle altre. Dirò anzi: il concetto sostanziale del poema svolgesi nelle ultime due parti. La prima parte è storica, è drammatica, è esclusivamente lavoro d'arte. Il poeta toglie dalla Bibbia la grandiosa figura di Giobbe, e, seguendo il testo biblico, la tratteggia ampiamente e splendidamente.
Solo quando giunge al punto delle famose lamentazioni, egli nella figura del patriarca incarna tutta l'umanità, e dalla bocca del vegliardo par che prorompa l'alta voce de' secoli.
Impadronitosi di questa figura di Giobbe, il poeta se ne serve per accompagnarla attraverso il faticoso procedere del pensiero umano, e, volendo scegliere un periodo che a noi personalmente interessa e la cui storia è completamente nota, egli svolge tutta la grande orbita del pensiero e della civiltà cristiana nel suo splendore, nelle sue battaglie, nelle sue sconfitte e nel suo decadimento, venendo fino alla morte dell'ultimo idolo, cioè di Satana, ed entrando poscia nel trionfale splendore  del  rinnovamento scientifico.
E la terza parte è tutta consacrata a questo grande e nuovo ideale del positivismo. E il poema, che nella prima parte è drammatico, nella seconda è allegorico, con molto ma debole elemento drammatico e con abbastanza di lirico, nella terza parte è affatto didascalico, o, per dir meglio, scientifico.
Nella prima parte il poeta è dominato dall'opera d'arte; nella seconda e nella terza è il concetto sostanziale che lo  conduce.
Verso la fine, Giobbe non è pago del grande sapere fornitogli dalla scienza; vuole andare più in là, si mostra scontento, vorrebbe rompere i limiti all'uomo assegnati  dalle  leggi   di   natura.   In  conclusione   Giobbe rappresenta  l'uomo  ormai  sciente,  non più  soggiogato da verun ideale, e che racquista la propria individualità. Questo è il Giobbe.


E  l'opera   d'arte?

Il Rapisardi, è noto, è grande artefice di versi, e, nel dar vita e forma ai suoi fantasmi d'arte, ha un'impronta di originalità incontestata. Nella seconda parte l'azione è varia e rapida; molte delle laudi e delle odi che vi son frammiste riescono interessantissime; il canto de' goliardi è come un allegro raggio di sole che balza fuori dalle mistiche tetraggini medievali, in cui si è dibattuto  per  lungo  tratto  il  poema:

O fanciulla che languida giaci 
Fra  le piume,  e sognando  sorridi, 
Il  ciel  suona  di  canti  e  di  baci, 
Freme  il bosco  d'amplessi  e  di nidi:


O fanciulla,  son rapide l'ore 
Della  gioia,  a  te  mormora  il  rio; 
Sorgi,  vieni,   ti  dice  il  cor  mio; 
O  l'amore,  l'amore,   l'amore !


Nella terza parte, sebben didascalica, tutta la gran vita della natura è così largamente ed epicamente tratteggiata, che obliasi affatto l'aridità dell'argomento, per tener  dietro  co'  sensi  innamorati  a  quella  larga  onda d'armonie.
Ma, sopra tutte, notevole è la parte prima. Ivi c'è il dramma, muovonsi figure umane, campeggiano sentimenti e passioni umane ; e per conseguenza c'è la vita, e la grande arte sfavilla. Con minuziosa maestria son descritti i vasti possedimenti di Giobbe:

.........Il vagabondo

Arabo  avventurier,  che  con la lercia 
Famiglia  e  col  destrier  fido  e  il  camello 
L'orme  inseguiva  della   sua  fortuna, 
Consistere  vedea  sui   verdi  colli 
Come un'immensa  candidezza,  e  tosto 
Riconoscea le innumerate gregge 
Di  quel  felice,   onde  suonava   il   grido 
Per   ogni   terra   orientale...


Rabbrividente per verità di colori e di immagini è la descrizione della morte degli animali colpiti dalla lue. Dolce e soave è la figura di Sara; bella e fiera quella di Zilpa. Spirano una fraganza tutta orientale le canzoni  di entrambe.  L'una dice così :

Ho  pregalo  pregalo,  e   il  ciel   s'è  aperto, 
E n'è disceso un giovine signor: 
D'erbe  si  copre l'arido deserto, 
Un   limpido   ruscel   corre   tra'   fior.

Neri ha i capelli come gran di pepe,
Ha  gli  occhi  di  gazzella   il  mio  fedel;
Il mare e il monte hanno i suoi campi a siepe,
I  padiglioni suoi levansi al ciel.

.......................
Bello è il mondo, ma bello anche è il mio core, 
Come  il sole il mio cor di  fiamme è pien: 
Resti  il sole  ed  il mondo  ara  al Signore, 
Regno   ed  ara   d'amor  solo   il  mio   sen.

Un vero quadretto di genere è la scena domestica in casa di Sara, con quella caratteristica figura di Anna, la vecchia nutrice. Questa Anna sembra veramente una figura dipinta da Giacomo Favaretto: il poeta la tratteggia minutamente, con intelligente maestria di coloritore. Guardate ad esempio questi graziosissimi tocchi di pennello. La vecchia Anna corre, e, nella corsa, perde un  zoccolo:

Sgusciato   nella   corsa  erale  un   grave 
Zoccolo,  ond'essa a questo ed a quel fianco 
Preso   e  tratto   a  ginocchio   il  grigio  sajo, 
Sul  pie  mal  fermo   balzellon  venia, 
Come  gallina  che correndo al cibo 
In  arruffato  canapel s'impigli.

Veramente epico è quel brano delle lamentazioni di Giobbe, dove, per la bocca del patriarca, favella l'umanità. Vorrei riportarlo per intero se le esigenze dello spazio  in  un  foglio  politico  non  fossero  veramente  ti ranniche. Io rimando gl'intelligenti alla lettura di tutto il poema.
Intorno al quale dirò solamente questo: esso segna nel campo filosofico l'ultima meta a cui l'umano pensiero, dopo tanto travaglio, artisticamente o scientificamente possa pervenire. L'arte s'è rivestita dell'ultima e nova idealità moderna dandole forma e drappeggiamento epico. I posteri, nello studiare l'agonia di questo nostro secolo strano e tormentoso, guarderanno certo a quest'orma artistica lasciata dal Giobbe. E se tale orma  sia  stata  lieve o  profonda,  essi  li  diranno.

* « Giornale di Sicilia », 8 febbraio 1884. E. Onufrio





LAUDA DI SUORA  - dal "Giobbe"
Musica di F. P. Frontini

Amore, amore non dammi riposo,
Amore, amore il mio seno ha corroso; 
Alzar le ciglia, e guardarlo non oso
Quel Dio pietoso, che me volse amare.

O santa piaga del lato di Cristo,
Da che al tuo sangue il mio pianto s'è misto,
Il paradiso dell' anima ho visto,
Al cui conquisto mi voglio affrettare.

Con le mie mani tremanti t'attingo,
Con labbra smorte ti bacio, ti stringo,
Del tuo colore quest' anima tingo,
E più la spingo e più vuol penetrare.

Il sapor dolce, la grata fragranza
Più sempre accende la mia desianza;
O mia dolcezza, mia sola speranza,
Mia sola amanza, in te vommi mutare.

Amore, amore, amor solo, amor santo,
Deh! com'è dolce morirti da canto,
Com'è suave distruggersi in pianto, 
E in un mar santo di luce affogare!

mercoledì 18 gennaio 2017

Luigi Capuana e "la politica anzitutto"


  • Ebbi rimorsi di non essermi sentito Siciliano abbastanza; di avere esagerato anch’io i difetti del carattere isolano, e di avere apprezzato equamente pregi e particolari ogni volta che, interrogato, avevo dovuto ragionare; ebbi rimorso di non aver difeso clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata... cosa non rara purtroppo! (Capuana da L'isola del sole - proemio, Giannotta ed., Catania, 1914)



La vastissima produzione di letterato e di critico di Luigi Capuana è conosciuta universalmente (e la diversificazione in generi letterari numerosi nell'ambito di essa dà la misura delle qualità dell'Autore); meno conosciuta per taluni risvolti la dimensione politica, che il Nostro esplicò con grinta e con passione, pur con le pause degli anni vissuti a Firenze a Milano e altrove — per un trentennio, congiuntamente anzi strettamente intrecciata con l'attività letteraria.
Fu una vocazione o predisposizione, lontana nel tempo, risalente agli albori dell'Unità, se troviamo il Capuana nel maggio 1860, appena ventunenne, vice presidente del «Comitato di operazione di Mineo», insediatosi dopo lo sbarco di Garibaldi per il dissolvimento degli organi municipali (cfr. Gino Raya, Bibliografia di L. Capuana, Roma, 1969, p. 12). Il 30 giugno successivo, il presidente del Municipio portava a conoscenza del Capuana che il Governatore del distretto l'aveva nominato «Segretario Cancelliere di questo Consiglio civico». L'incarico, provvisorio, fu espletato egregiamente per tutto il semestre. L'11 agosto 1861 fu scelto dal Governatore come consigliere del comune (il Consiglio civico in questa fase non era ancora elettivo) ed invitato alla sessione che iniziava il 20 successivo (cfr. C. Zimbone, La Biblioteca Capuana, Catania, 1962, p. 62). Ancora qualche anno trascorso nel natio loco e poi l'espatrio a Firenze, dove rimase per cinque anni, fino al 1868.

Nell'agosto del 1868 (era rientrato a Mineo alla fine di giugno), la morte improvvisa del padre e «gli affari di famiglia» gli imposero di rimanere a lungo. Riprendeva i contatti con i conterranei e, in particolare, con Lionardo Vigo e con Mario Rapisardi. Nel 1870, nel corso dell'anno scolastico, dalla Giunta comunale fu nominato «ispettore scolastico municipale». Di questo incarico, adempiuto con senso del dovere, rimane il testo del lungo discorso pronunziato il 24 novembre 1870, giorno della solenne premiazione (Il bucato in famiglia, Catania, 1870, pp. 23). È questo il tramite, o il ritorno di fiamma, che lo traeva dal privato al pubblico.

Nelle elezioni amministrative, svoltesi nel corso dell'anno, venne eletto consigliere comunale: iniziava così il nuovo ciclo di attività amministrativa, al servizio della cittadinanza. Nel 1872, con regio decreto del 29 febbraio, venne nominato Sindaco di Mineo. Dopo pochi mesi il consiglio comunale fu sciolto e la gestione affidata al R. Delegato straordinario cav. Antonino Fassari inviato dalla prefettura (rimane una Relazione sulla tenuta dell'amministrazione del Comune di Mineo, Catania, 1872). Del nuovo consiglio, che tenne la prima seduta il 24 agosto 1872, fece parte il rieletto Capuana, che dopo venne nominato sindaco, sempre con regio decreto.
Le sindacature del Capuana durarono, in questa fase, poco meno di quattro anni. In una lettera («Mineo lì 2 marzo 1875») all'amico Giovanni Gianformaggio, Capuana lo informava della stesura di una relazione riguardante il periodo della sua amministrazione «Sto scrivendo la mia relazione al pubblico delle cose fatte nei quattro anni di sindacatura» (L. Capuana, Carteggio inedito, a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Catania, 1973, p. 11). Le elezioni, che si svolsero nel luglio 1875, segnarono la sconfitta dell'amministrazione guidata da Capuana.
La quasi totalità dei biografi e degli studiosi sono convinti che le sindacature del Capuana furono solamente queste, specificando erroneamente la durata continua di cinque o di sei anni. Tutti omettono la sindacatura triennale dal 1885 al 1888. La testimonianza in tal senso nel Carteggio Verga-Capuana, edito da Gino Raya (Roma, 1984, pp. 274-275), ed è Capuana che in una lettera, inviata da Mineo il 9 agosto 1887 dopo il lungo sfogo confidava all'amico Giovanni: «Come Sindaco non ne posso più! ». Rimarrà in carica ancora un anno. Un cronista del quotidiano catanese Il TelefonoEco dell'Isola riferiva, nel novembre 1887, nella rubrica «Vediamo un po'», un incontro non comune. Lo stelloncino era titolato «Il Sindaco di Mineo»: « Luigi Capuana, il fortunato autore di Giacinta, è qui fra noi da parecchi giorni. L'ho incontrato al corso con Giovanni Verga» (a. I, n. 104, martedì 15 novembre 1887, p. 2).

*   *   *
Nel decennio intercorso fra le sindacature del 1872-1875 e l'ultima del 1885-1888, vi fu la fase propriamente politica allorquando il Capuana si convinse che la conquista della medaglietta fosse agevole nel Collegio elettorale di Militello in Val di Catania, che comprendeva anche il comune di Mineo. Nel primo decennio dopo l'Unità d'Italia, il collegio era stato conquistato agevolmente dal barone Salvatore Majorana-Cucuzzella. Nel decennio successivo, con inizio il 20 novembre 1870 fu rappresentato, per le successive cinque legislature, dal professore Salvatore Majorana Calatabiano, che cessò automaticamente il 13 luglio 1879 per la nomina a senatore. Questa l'occasione buona per l'inserimento (pensava il cav. Luigi Capuana).
Nelle elezioni indette per il 3 agosto 1879, Capuana ebbe due forti avversari: il barone Benedetto Majorana Ramingo, che sperava di ereditare l'elettorato di famiglia del padre Salvatore, già deputato, e Ippolito De Cristofaro dei baroni dell'Ingegno, che aveva compatti i voti degli elettori di Scordia.
Vinse quest'ultimo largamente, e il povero Capuana, buon ultimo, si dovette accontentare di appena 66 voti (su un totale di 532 espressi validamente). Le elezioni generali per la nuova legislatura si svolsero il 16 maggio 1880 e l'uscente De Cristofaro ebbe per competitore unico il Capuana che fu ancora una volta soccombente (De Cristofaro voti 421, Capuana 114). Dell'insuccesso vi è traccia incisiva nella lettera inviata da Verga pochi giorni dopo («Milano, 28 maggio 1880») «Temevo che tu fossi in collera con me, come l'amico Campi, per il fiasco elettorale»; della candidatura ampia pubblicità nel quotidiano catanese Il Plebiscito (a. 1, n. 102, del 10 maggio 1880, p. 2), che l'appoggiò calorosamente.

Dobbiamo ora considerare, e con indagine mirata, la terza ed ultima fase dell'attività politico-amministrativa di Capuana, che va dall'anno 1885 al 1892, così frenetica e convulsa nello svolgimento da meritare lo slogan «politica ad oltranza» (o, come si direbbe in Francia, «politique d'abord, tout d'abord»). Il sindaco Capuana, in sella dall'agosto 1885 è indaffaratissimo; non solo «per patrocinare il bilancio del Comune presso la Depurazione provinciale» (lettera a G. Verga del 3 dicembre 1885), ma per i nuovi pesanti obblighi sopravvenuti dal luglio '85 con la elezione a consigliere provinciale per il mandamento di Mineo. Subentrava al barone Francesco Spadaro, che era stato eletto nel 1861 e rieletto dopo per un quarto di secolo. Il cav. Luigi Capuana raccolse 214 voti e fu probabilmente presente alla prima seduta della sessione ordinaria del 10 agosto; dopo l'insediamento, fu eletto componente della 3a commissione Istruzione e beneficenza.
Ma le assenze, fin dai primi mesi, furono molto più numerose delle presenze. Aveva promesso a Federico De Roberto, in una lettera del 20 novembre '85, di occuparsi di un affare editoriale a breve scadenza «Me ne occuperò costì, appena dovrò venirci pel Consiglio provinciale». Anche Giovanni Verga sembra deluso per l'assenteismo e così gli scrive il 16 dicembre '85 «Fui sino dal Giannotta a chiedere di te, quando sfumarono le speranze di vederti in occasione delle sedute del Consiglio provinciale. Bel consigliere che fai! ». Esplicò una certa attività; nella seduta del 15 dicembre 1886 fece aggiungere due proposte: la prima «per dichiararsi provinciale la strada Fondacaccio-Mineo» e l'altra «per un sussidio all'osservatorio sismico meteorologico di Mineo» (sollecitata dall'amico Corrado Guzzanti). Dopo, negli anni successivi, le sue assenze divennero sistematiche, e sappiamo che per lunghi periodi soggiornava a Roma e nella primavera del 1888 divenne redattore del Corriere di Napoli, diretto da Edoardo Scarfoglio.

Trascorse così il quadriennio del mandato di consigliere e nelle elezioni successive, indette per domenica 27 ottobre 1889, il quotidiano Corriere di Catania, appoggiava il candidato Capuana per i suoi meriti di letterato, ma si esprimeva con cautela per il resto e con monito per l'interessato; «Quantunque dimorante a Roma il nome illustre ci obbliga a sostenerlo, e confidiamo che gli egregi amici nostri, i quali colà si sono messi in candidatura in opposizione al Capuana vogliamo ritirarsi. Del resto nella nuova legge è sancito il principio della decadenza ed ove il Capuana non rappresentasse gli elettori al Consiglio provinciale si farebbe sempre in tempo per soddisfare alle legittime aspirazioni dei cittadini di Mineo» (a. XII, n. 292, giovedì 24 ottobre 1889, p. 2).
La spada di Damocle della decadenza non turbò il nostro consigliere, che svolgeva la sua attività di scrittore e di giornalista a Roma, cosicché nei primi mesi del 1890 fu avanzata dal prefetto «la proposta di decadenza per le assenze ingiustificate alle sedute della sessione ordinaria». Essa fu posta all'ordine del giorno della seduta dell'8 aprile 1890. Parlarono a suo favore numerosi consiglieri: gli avvocati Eduardo Cimbali e Giovanni Auteri Berretta e, ancora, l'autorevole comm. Francesco Tenerelli senatore del regno. Perorarono efficacemente, sostenendo che le assenze del Capuana erano giustificate, in quanto dovute a malattia. Il prefetto Vincenzo Colmayer « custode della legge», pur non perfettamente convinto, tuttavia ritirò la proposta di decadenza.
Due anni dopo Luigi Capuana presentava formali dimissioni che furono accettate. Si chiudeva così definitivamente un ciclo di attività extra letteraria durato circa trent'anni. Si apriva un altro capitolo della vita di Luigi Capuana: aveva ottenuto dal ministro della P.I., nel novembre 1892, la nomina di professore incaricato dell'insegnamento di letterature straniere comparate presso il R. Istituto Superiore di Magistero femminile di Roma.
(La Sicilia, 29 novembre 1985) Sebastiano Catalano




CARLO DOSSI - « Giornale di Sicilia », 26 agosto 1883

Tra i più importanti esponenti della scapigliatura milanese, fu particolarmente legato ad altri scrittori del genere come Emilio Praga e Luigi Conconi ed è ancora oggi apprezzato per la schiettezza dei suoi scritti, il linguaggio ricercato ma comprensibile a tutti, la spiccata ironia e la critica che mosse al suo tempo anche in ambito politico e sociale.


 « Giornale di Sicilia », 26 agosto 1883

A poco a poco questo Carlo Dossi han finito per istrapparlo dall'oscurità. Qualche editore stampa i suoi libri, e qualche giornalista se ne occupa. Ciò non ostante chi ne sa qualche cosa di costui? Dove abita? con chi vive? è egli giovane o vecchio? Non è facil cosa rispondere a tutte queste dimande. A Milano dov'io feci, assai tempo addietro, lunga dimora, e dov'era amico degli amici del Dossi, quest'ultimo non lo vidi che una volta sola, per caso. La sua figura mi colpì. Stetti un pezzo a mirare fisamente quella strana testa d'uccello appiccicata ad un esile corpo. Egli non proferiva che poche parole, per forza, come colui che si annoia   financo   ad   aprir  la  bocca.
Nel suo sguardo, nella sua voce c'era come una triste espressione di stanchezza. Pareva un uomo che avesse assai sofferto e assai pensato.

Carlo Dossi avea fatto parte di un cenacolo artistico, nel quale torreggiava la figura erculea di uno scrittore dalla coltura eclettica e dal vasto e poderoso ingegno, Giuseppe Rovani. Morto Rovani, quel cenacolo si sbandò. Grandi, lo scultore che sta lavorando nel monumento per le Cinque Giornate, cominciava a farsi un nome col suo Cesare Beccaria; Tranquillo Cremona aveva acquistato un'autorità pari al suo valore; Levi e Perelli s'erano buttati al giornalismo; Carlo Alberto Pisani Dossi, cioè Carlo Dossi, sebbene agiato, desiderava quel che si dice un'occupazione. Ognuno dunque cominciava a pensare al fatto suo. Non pertanto se il cenacolo più non esisteva come un'intima brigata di amici, continuava sempre ad esistere come un'affettuosa armonia d'intelligenze.
Ma il Dossi rimaneva ancora ignoto, o quasi. Del resto credo che egli rifugga del consorzio degli uomini. A me pare che questo forte originale e caratteristico scrittore debba nutrire un profondo disprezzo per la società. Ci aveva la mamma, una santa donna di alto e libero ingegno, e la mamma gli è morta. Ci aveva un cane, ma un rospo gliel'ha morsicato, e se n'è ito il cane. E adesso Carlo Dossi è rimasto solo.
Dico male: a Roma, dov'egli è impiegato al Ministero degli Esteri, ci ha due fidi amici, il Levi e il Perelli,   direttore  il   primo,   redattore   l'altro   della   « Riforma»,  ma costoro passano il santo giorno strascinando
la catena del giornalismo; e il Dossi non li vede che qualche volta la sera, a ora tarda. Li vede per salutarli, perché essi non s'impensieriscano sul conto suo; e poco dopo  se ne va,  meditabondo,  seccato.
Oh i bei giorni del cenacolo, a Milano! Oh come allora si sturacciavano allegramente le bottiglie, anfitrione, nume e protettore Giuseppe Rovani, là, in quella  rumorosa  Osteria del Gallo.
D'altronde a quei convegni io credo che il Dossi c'intervenisse di raro. Il suo intelletto è fatto per la solitudine. Tutto ciò che è folla lo annoia; tutto ciò che è rumore lo disturba. Che importa a lui della gente? Che importa a lui della società? Che gliene importa della rinomanza della gloria? Egli possiede una vasta coltura, ma la dottrina a lui non serve che come un nutrimento di cui ha bisogno. Egli conosce il latino, il greco antico, l'ebraico, il caldeo, ma tutta questa roba se la tiene in corpo, per sé. Pare che non avesse potuto resistere all'impulso di scrivere —- e scrisse; ma che ne fece, sino a poco tempo addietro, dei suoi romanzi? li stampò con gran lusso, in edizioni... di cento esemplari. Ognuno di questi esemplari era messo in vendita per cento lire; e così il Dossi raggiungeva il suo scopo, ch'era  quello  di  non  venderne  nemmeno  uno.
Un solo editore, il Sommaruga, ha potuto vincere una tale ripugnanza per la pubblicità che possiede in sommo grado il Dossi; e appunto il Sommaruga ha ristampato adesso due suoi vecchi lavori:  la Colonia Felice ed i Ritratti Umani, che in questi giorni ho letto, anzi  ho  riletto,   con  interesse grandissimo.

E le impressioni che ne ho ricevuto sono state molte e varie; questa anzitutto: che il Dossi non sarà mai popolare. Questo scrittore, che pure nei suoi intenti artistici è così democratico, è poi estremamente aristocratico nella forma. In lui non il periodo lindo e leggiero che scivoli elegantemente come slitta sul ghiaccio; ma il tocco forte e conciso, ma la frase concettosa ed efficace, ma il periodo muscoloso e breviloquente. Codesto ameranno senza dubbio lettori intelligentissimi dal gusto raffinato, ma non amerà la plebe folta dei leggitori dal breve comprendonio, dalla non nutrita intelligenza, dalla poca voglia di studiare e di imparare leggendo. A questo si aggiunga la numerosa introduzione che fa il Dossi nella sua prosa di nuovi o poco usitati vocaboli, tratti in gran parte dal dialetto lombardo; si aggiunga anche la strana accentuazione, non del tutto illogica e inutile da lui adoperata e ne avrete abbastanza perché i lavori di questo originalissimo scrittore non possano mai essere completamente accettati dalla moltitudine.
La originalità del Dossi, leggendo appunto i suoi libri, sembra dapprima che consista solo nella rude e ferrea magia della forma, e invece codesta originalità risiede non meno nella parte sostanziale dell'opera. Gli è  che  l'armonia  tra  le  due  parti   è  grandissima;   può dirsi   anzi,   senza   tema   d'errare,   che  l'una  s'immed sima   incosciamente  nell'altra  o  che  entrambe  scaturiscono  d'un  sol  getto  insieme.
Che fa il Dossi nei suoi libri? Studia e svela l'uomo, o, per dir meglio gli uomini, nella loro individualità e nella loro comunità. Ed è strano! Questo solitario, questo refrattario dal sociale consorzio, quest'uomo che ha vissuto e che vive tutto immerso in una solitudine triste e contemplativa, conosce la società e la vita in un modo che mette spavento. È per effetto di osservazione, o solo per effetto d'intuito? Certo l'osservazione vi ha avuto la sua parte, né sarebbe possibile altrimenti; ma la forza dell'intuito deve essere in quest'uomo ferrea e profonda. Tutto ciò che è vizio, ipocrisia, malignità egli lo conosce, lo anatomizza e lo svela; non v'è angolo del cuore umano che gli sia ignoto, non v'è arcano del pensiero che egli non intuisca e non afferri. Le sue dipinture, brevi ed efficaci, talvolta mettono i brividi; in una frase, in un motto egli è buono a scolpire un'indole, a fermare con efficacia scenica una situazione. Né egli è artista obiettivo soltanto. Egli, quasi sempre, rivelando, giudica, giudicando, condanna. I tipi ch'egli rappresenta, sembrano suoi nemici ch'egli aggredisce, doma e costringe a soccombere. Ed è una lotta disperata, corpo a corpo, alla quale il suo stile, che sembra opera di un bulino di cesellatore, dà efficacia strana e fortissima di contorni, di linee di espressioni e di movenze.

Questo è il Dossi. Tale è soprattutto nell'opera sua più seria e più completa che è la Desinenza in A, grande e luminosa lanterna magica di viventi. E la Desinenza in A, fa desiderare che il Dossi si accinga ad un'opera di più vasta mole: che tenti il romanzo sociale, dalle grandi linee e dalle molteplici figure. Vi riuscirebbe? Io non so; certo un suo tentativo, anche rimanendo semplicemente un tentativo, potrebbe chiamarsi  con  precedenza  un  serio  lavoro.
Ma dalla Desinenza in A son già trascorsi circa sei anni, e Carlo Dossi non ci ha dato più nulla di nuovo. Difatti la Colonia felice ed i Ritratti umani, che ci han fornito l'occasione di questo articolo, non sono che delle ristampe. Che fa egli dunque il Dossi, egli, l'artista dalla inesauribile tempra? La stanchezza l'opprime a tal segno, da fargli trascurare il suo unico svago, quello cioè  di  far  conoscere  gli  uomini   agli  uomini?
Se ciò è, io ne sono dolente per lui che soffre; dolente per l'arte, la quale, con suo detrimento, dalle sofferenze dell'uomo vede anche derivare l'inerzia dell'artista.
* Enrico Onufrio


martedì 3 gennaio 2017

LA MAFIA IN SICILIA - 1887


« Nuova Antologia » febbraio  1887, di Enrico Onufrio






1°) Allorquando avviene che le condizioni della pubblica sicurezza in Sicilia si riducono ad uno stato anormale, Deputati, Giornalisti, Governo, individui d'ogni taglia e d'ogni colore ne discutono e ne giudicano come di materia che essi a sufficienza conoscano.
Allora si risolleva la parola mafia, le si attribuiscono significati diversi, la si plasma in moltissime guise, e a (mesto modo si cade in un intricato labirinto di spropositi, che aumenta le difficoltà e riduce il problema ad  un  enimma.
Ultimamente, presentatasi l'opportunità di un'interrogazione in Parlamento da un Deputato siciliano, il Ministro degli Interni,  nel rispondere all'interrogante, si trattenne a parlare del malandrinaggio in Sicilia, e neppure egli potè dispensarsi dal proferire giudizi affatto erronei. Né questo può attribuirglisi a colpa, giacché ritengo fermamente, che nessuno può discorrere, con piena coscienza di causa, di faccende che ignora: sicché dal 1860 a questi giorni, tutti i Ministri italiani, che si sono intrattenuti sulla mafia siciliana, son cascati in errori madornali ed hanno resa più difficile la questione.
Si domanda da ogni parte: che significa mafia? quali sono gli individui che possono dirsi mafiosi? quali rimedii debbono mettersi in opera per ischiantare la trista radice?

2°) Ma prima di tutto bisogna determinare il vero significato di questa parola. Comunemente per mafioso s'intende in Sicilia chi ha del coraggio e sa darne le prove. Oltre a questo però il gregario della mafia dev'essere fornito di certi requisiti indispensabili: deve portare, per esempio il berretto o il cappello un pò a sghembo; i capelli devono terminargli a ciuffo sulle tempie; il suo linguaggio deve essere spiccio e conciso.
Probabilmente la mafia ha un'origine spagnola.
A quei tempi la braveria era all'ordine del giorno, e gli altolocati poggiavano la loro forza sulla bassa canaglia. Il mafioso siciliano ai tempi della dominazione spagnuola ha il suo riscontro nel bravo di Lombardia.
Ci sono naturalmente diversi generi di mafiosi, ma di questo parlerò in appresso. Dico per ora, che lungo il corso delle rivoluzioni siciliane, dal 1820 al 1860, la mafia seguì l'andazzo dei tempi, e non esito a confessare che moltissimi dei suoi gregari, impugnando le armi,   seppero   battersi   con   valore.
Però non abbandonarono la loro trista impronta. Al 1848, per esempio molte squadre di rivoltosi dalle varie contrade dell'Isola convennero in Palermo; ma appena scacciate le truppe borboniche molti di quei ribelli da soldati della patria si mutarono in ladri di piazza e la sera, appostati pe' canti delle vie meno frequentate, rubavano a man salva. Si dovette ricorrere all'estremo  rimedio   della   fucilazione.
Nei tempi che precessero la rivoluzione del 1860 i mafiosi potevano dividersi in tre categorie: camorristi,  ricottari  e briganti.
Parlerò successivamente di questi tre diversi generi di  galantuomini.

3°) I camorristi sono interamente spariti: ritengo che sieno già divenuti monopolio della tradizione. Per lo meno suppongo che pochi ne rimangano ancora. La camorra esiste sempre e dovunque, ma io qui intendo alludere alla camorra com'era a quei tempi organizzata in  Sicilia.
Il nome di camorrista deriva probabilmente da capo morra o mora, che è il gioco prediletto da quella gente e nel cui esercizio suole scegliersi talvolta un direttore o un capo. Infatti il camorrista è colui che s'impone agli altri per mezzo del suo coraggio e della sua forza fisica che gli hanno fruttata una grande autorità morale.
Non c'era un camorrista che fosse sprovvisto di coltello.
Quest'arma era chiamata con vocabolo del gergo, danno, ed era fornita ai detenuti dagli amici di fuori, nascosta  dentro un  pane  di  forma bislunga.
Il capo camorrista era anche sottoposto a quei pericoli che minacciavano i Governi dispotici. Spesso in grembo alla associazione avvenivano congiure ed ammutinamenti, ma l'audace monarca facea pagare ben cara la sua vita.
Di estrema audacia, provvisto grandemente di coraggio e di forza, valentissimo tiratore di coltello, egli non  periva  che  sui   cadaveri   di  parecchi  nemici.
Ecco in poche linee il quadro dei camorristi quali erano un tempo in Sicilia. Evasero tutti dalle carceri per la rivoluzione del 1860, ed impugnate le armi seminarono delle loro ossa i campi di Milazzo e del Volturno.

4°) Estinto non è ancora l'altro tipo della mafia: il ricottaro.
La missione del ricottaro è quella di essere strenuo paladino delle donne perdute e di farsene il difensore di fronte a coloro che vogliano su di esse esercitare dei soprusi. Ma la loro missione comunemente trascende, sicché si muta in quest'altra: esercitare le sopercherie più capricciose per semplice ambizione di prepotenza.
I ritrovi dei ricottari sono le taverne e le case, dove si eserciti un infame mercato e nelle quali ciascuno ha la  propria  amante.
Anch'essi adoperano un gergo stranissimo; vestono abiti dimessi, e mostrano dall'aspetto e dall'abbigliamento il loro strano e turpe mestiere. Essi odiano mortalmente due sorta di gente: il damerino detto don liddo, cioè lindo, pulito, e il birro.
Nel basso popolo di Sicilia l'odio alla Polizia è assai comune, e trae manifestamente la sua origine dai tempi antichissimi del dispotismo borbonico, in cui la sbirraglia, scelta dal grembo della più bassa canaglia, non aveva altra missione che di esercitare violenze e soprusi. Quest'odio verso la Polizia nella classe dei ricottari continua, poiché sono appunto i poliziotti che invigilano su loro, li perquisiscono e li conducono in domo Petri,  quando  occorre.
I ricottari esercitano la loro malaugurata carriera in età  giovanissima, comunemente dai diciotto ai ventiquattro anni. Molti di loro, dandosi all'omicidio e al furto, terminano la loro vita nelle carceri; moltissimi altri s'ingentiliscono coll'esperienza ed a proprie spese  imparano  a  divenir  galantuomini.
L'arma dei ricottari è il coltello, ed è questo il loro amico indivisibile; moltissimi ne diventano abili tiratori, e sanno riceversi e consegnare colla massima disinvoltura   delle  buone  coltellate.
Il linguaggio che essi adoperano è breve e conciso.
Nelle taverne il giuoco prediletto del ricottaro è il tocco.
Qual'è lo scopo del tocco? Nessuno. Non tralascio però di fare un'osservazione. Tanto nella società di camorristi, quanto nel tocco, abbiamo visto de' governi assoluti e dispotici. Il capocamorra e il sotto rappresentano due tiranni in piccolo.
Si avverta che le due usanze, a cui ho accennato, nacquero senza dubbio sotto il governo del dispotismo, e la bassa canaglia, che in faccia alle leggi allo Stato non godeva alcun diritto, pare che si fosse riunita in sé stessa per godere la voluttà d'un dominio e un'apparente indipendenza dagli altri corpi sociali.
La classe dei ricottari se non è distrutta è assai illanguidita nella sua forza d'un tempo. In epoche di continui rivolgimenti e trambusti, essa si agitava liberamente nell'ombra, adempiendo in tutto e per tutto al suo tristo programma. Ma oggidì un mutamento esiste. Il coltello del ricottaro nell'affrontare il don liddo teme la comparsa d'una rivoltella nascosta sotto l soprabito, e nell'affrontare la sbirraglia teme la giustizia  della  Corte  d'Assise.
Ad ogni modo il ricottaro in Sicilia non è spento.
Non è raro che un giovane perisca di ferite all'ospedale senza voler confessare il nome del suo feritore. Quel disgraziato comunemente è un ricottaro, che muore adempiendo scrupolosamente alla sua legge della omertà.

5°) Esiste ancora il brigante.
Parecchi individui che portano questo nome si aggirano attualmente per le campagne dell'Isola, lasciando fama delle loro prodezze. Il più famigerato di loro è Antonino Leone, Valvo, Di Pasquale, Lo Cicero, Capraro, Rinaldi, tutti masnadieri audacissimi, furono uccisi la maggior parte per vendette private o per invidia di mestiere. Capraro di Sciacca fu ucciso dalla pubblica forza. Egli abbandonato dai suoi compagni sostenne da solo due ore di combattimento contro un gran numero di soldati. Valvo fu assalito in una casa, dove trovavasi colla sua amante e morì combattendo. Di Pasquale fu ucciso da Leone per odio personale, Batindari trovasi attualmente in prigione. Egli resistette per parecchie ore contro gli assalitori; abbandonato dai compagni,  continuò  a  combattere;  ferito  gravemente, si diede alla fuga, per più di due miglia, dopo le quali cadde a terra sfinito.
Uomini di tale audacia si impongono facilmente a popolazioni d'intere campagne. Il brigante veramente famoso che rimanga in questi giorni, come dissi più sopra, è Leone, ma le bande di malandrini non mancano. Esse son formate di uomini che non esercitano il brigantaggio per mestiere, ma che si prestano volentieri di tanto in tanto a fare un bel colpo. Dopo la loro impresa essi lasciano il fucile del brigante ed impugnano spesso la zappa del contadino.
Alla distruzione del malandrinaggio in Sicilia sono inutili sino a un certo punto i soldati dell'esercito, e sono spessissimo, quasi sempre dannosi i cosi detti militi a  cavallo.
L'Onorevole Ministro degl'Interni, parlando della pubblica sicurezza in Sicilia, disse com'egli abbia speranza nel concorso delle popolazioni. Per popolazione non può intendersi che devastino le loro campagne uccidano il loro bestiame, incendino i loro boschi. Adunque prima di tutto fa d'uopo che ai proprietari s'infonda la fiducia col forte appoggio, colle promesse fondate, senza lasciarli poco dopo soli all'arbitrio dei briganti, che non dimenticherebbero di vendicarsi di quei proprietari che loro hanno dichiarata la guerra.
Inoltre è buono a sapersi, che l'anormalità della pubblica sicurezza in Sicilia non deriva soltanto da otto o dieci briganti che vanno attorno per le campagne; ma assai più da quei tali (e sono pur troppo in gran numero) che nascosti nell'ombra agevolano il brigantaggio e se ne fanno manutengoli. Costoro, i quali non hanno l'audacia di affrontare a viso aperto la battaglia e la morte, coperti dal mantello della loro vigliaccheria aiutano e fomentano il brigantaggio, formando quella congrega di faziosi che la mano forte del Governo potrebbe agevolmente comprimere. Dappoiché quei tristi sono come i corvi che si avventano sull'uomo, solo quand'esso è cadavere; coloro infatti, che esercitano il manutengolismo per ingordigia di denaro, chinano il capo e si mettono le mani in tasca, quando temono che la loro pelle possa andarne di mezzo.
Perché il Governo possa direttamente intervenire alla estirpazione del malandrinaggio, fa d'uopo che conosca il male negli elementi che lo compongono e negl'individui che lo rappresentano; sicché egli deve infondere intera la fiducia nei proprietari, ed affidare il reggimento delle provincie ad uomini del paese che sappiano, vogliano e possano fare. In quanto ai militi a cavallo io ne ritengo necessaria l'abolizione; ma se deve affidarsi alle truppe il servizio delle campagne, bisogna che si mettano alla loro testa delle guide coraggiose del paese, e che non abbiano punto l'onore di una   qualsiasi  relazione   col   brigantaggio.
Si è detto da moltissimi che la costruzione delle vie ferrate influirà in gran parte alla estirpazione del malandrinaggio, ed io ne convengo interamente. Ma credo altresì che una delle ragioni precipue dell'esistenza della mafia sia la questione economica intorno ai contadini siciliani. A ciò potrebbe provvedere benissimo una certa legge agraria presentata molto tempo addietro in Parlamento, e che credo trovisi attualmente sotto gli studii di una speciale commissione.
In Sicilia, per la maggior parte, la paga massima del contadino è venticinque soldi al giorno e nulla più. In inverno, quando piove, l'agricoltura si mette da parte e il contadino si muore di fame. In estate, in moltissimi paesi dell'Isola, il contadino non ha diritto che a mezza giornata di lavoro. Sicché ognuno può comprendere facilmente in quali misere condizioni versi la classe dei contadini in Sicilia. Venticinque soldi a giorno è il maximum della fortuna, a cui egli possa aspirare, ed un povero diavolo, prima di morire di fame, prima di prostituire le sue figlie, ama meglio farsi manutengolo di un brigante, o brigante egli stesso.
Ci vuole adunque da questo lato una riforma ed una riforma radicale.
Allorquando ai reggitori della cosa pubblica si presenta una quistione sociale, bisogna che essi l'affrontino e si studino in tutti i modi di risolverla. Un problema che oggi si offre per se stesso difficile, domani potrà essere irrisolubile  affatto.

6°) Riassumo brevemente le idee da me innanzi espresse. Ho  dimostrato  colla  storia  come  la  Sicilia  sino  al 1860 vivesse d'una vita tutta propria; e quindi intorno alla mafia nessuno estraneo all'Isola può farsi assai facilmente  un  concetto.
Alla mafia cittadina può provvedere benissimo una Polizia oculata ed onesta. Alla mafia campagnuola con tutte le sue diramazioni affini di manutengolismo è in obbligo di provvedere la mano energica del Governo.
Dopo ciò è inutile ripetere che il tempo saprà fare il resto, qualora cittadini e Governo concorrano entrambi ad agevolare lo sviluppo di que' benefici che la civiltà suole immancabilmente apportare.