Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

lunedì 23 gennaio 2017

GIROLAMO RAGUSA-MOLETI "ribelle dei ribelli"

Girolamo Ragusa-Moleti (1851 - 1917), nato a Palermo il 14 gennaio 1851.
Scrittore e rinomato giornalista, collaborava per le riviste più autorevoli.
Direttore della R. Scuola Tecnica di Palermo.

Profondo conoscitore della letteratura Francese, sostenitore d’Emil Zola e della scuola naturalistica fin dai tempi del suo saggio sul realismo, fu, anche nella scelta degli autori francesi da analizzare, "ribelle dei ribelli", Percorso, com'era, da "un soffio iconoclastico di violenta rivolta contro i mali del mondo", fu naturale, per lui, dare tutto il proprio contributo a quel foglio palermitano - "Il Momento" - sul cui secondo numero era apparsa l'effigie d’Emil Zola.

Accostatosi all’opera di Baudelaire, che lo terrà legato a se per vari anni, nel 1878, dopo uno studio approfondito della letteratura baudelairiana, pubblica un saggio - e si tratta, molto probabilmente, della prima monografia dedicata da un italiano al poeta francese.(...)


Qualche volta lo si vede guizzare come un pesce per le vie di Palermo, — furioso, affrettato, quasi ansante — con un mozzicone di sigaro fra i denti, col cappello a sghembo, con i capelli che gli scappano a ricci ed arruffati sulla fronte e sulle tempie, con la cravatta che ad ogni suo movimento di braccia e di spalle gira sul collare, per la semplicissima ragione che egli non vuol mai sottometterla alla tirannia d'uno spillo...

Ragusa è vano di due cose: dei suoi denti bianchi e delle sue pupille nere. Quelli occhioni neri, grandi, espressivi sono lo specchio di ogni sentimento che egli prova, ed esercitano — mi dicono — molto fascino sulle signore... Ma io non voglio entrarci... e me ne lavo le mani.

* * *
Quando Ragusa non corre e sta fermo a discorrere, è raro che non si metta a ridere. Ride spesso, ride sempre — quando non è annoiato, s'intende — ride anche quando le sue tasche sono all'asciutto. Lo si potrebbe chiamare  l'uomo  che  ride...
Una   lettrice   m'interrompe   per  esclamare:
— Ride per farsi  vedere i  denti!
Ecco   qua:   potrebbe  darsi,  ma  non  lo  credo.
Comprendo benissimo che se Ragusa avesse i denti neri non riderebbe tanto di frequente — ad ogni modo non supponga la mia signora lettrice, che l'autore delle Solite Storie difetti di cuore. I romanzieri cuore ne hanno sempre a bizzeffe. Ragusa, dopo di aver canzonato un individuo o ricamato la burletta sopra un libro, sa contemplare con occhi scintillanti un tramonto, sa inebbriarsi dei profumi di zagara e di gelsomino — sa parlare di noia, di scetticismo, di nulla — sa maledire alla vita.
Appartiene al secolo — ecco tutto.
Taluni lo chiamano il pazzo : lui lo sa e si mette a ridere.


* * *

Giovanetto amò i piaceri e il bel tempo, mandò a carte quarantotto lo studio e gavazzò per qualche tempo nel  mestiere  di   scapestrato.   Si  fece  cavaliere  errante delle donne... facili... molto facili — e siccome questo apostolato... galante a Palermo si sostiene a furia di sciabolate, Ragusa seppe fare onore alla sua lama e le sue sei o sette ferite che ha seminato sul corpo ne fanno una testimonianza chiara e lampante.
Un bel giorno Ragusa s'innamorò...
Ma  lasciamo  parlare  lui  stesso,  nelle  Solite  Storie
__ giacché dovete sapere che, nei suoi romanzi, Ragusa
ha la stessa abitudine di Miirger e sotto gli abiti di Giorgio Biondini spesso s'indovina l'autore.
Ma  non  divaghiamo.
«— La fantastica testolina (è un brano delle Solite Storie) quella sera non si fece però vedere. Biondini credeva per la paura di pigliare un catarro, ma invece era stato il babbo, un don Leonardo qualunque, che l'avea persuasa che non c'era decoro a fare un romanzetto con un asino e un rompicollo. Aveva forse torto?... La fanciulla che era già una donnina e sapeva fare i suoi conti, fece sapere quel giudizio paterno a Giorgio, aggiungendo che una fanciulla perbene deve essere ubbidiente ai voleri dei parenti. Leggendo quella letterina scritta in un foglietto liscio, ambrato, a Giorgio erano salite in viso le vampe della collera; pensò un momento, quindi mormorò fra i denti stretti: Non sarò più   né  un  asino  né  un  rompicollo.
Quanto agli amici, fece brigata nuova; anzi, per meglio dire, nei primi tempi della sua conversione, non vide più nessuno. Si chiuse in casa dicendo: 'Studiamo!' Ma studiare è una bella parola; a questo mondo si può studiare cose infinite, e so che, scoperta la vocazione, indovinato se stesso, non ci vuol altro che seguitare giorno per giorno e qualche cosa spunterà. Ma il nodo sta appunto nello   indovinare codesta sciarada della vocazione.
Fare una ventina di versi laidi non vuol dire essere nati con l'estro in corpo, né sciogliere un problema alla lavagna, e restar pensieroso davanti una pignatta che bolle o un fulmine che casca, vuol che si sia un Archimede, un Walt o un Volta. Pure Giorgio non era giovane da tirarsi indietro, e cominciò a studiare senza metodo, senza sistema, assai il giorno, più assai la notte, tanto per formare l'abitudine ». Questo brano delle Solite Storie che io ho riportato è una specie di autobiografia dell'autore, al quale porgo i più sentiti ringraziamenti perché m'ha risparmiato la  fatica  di  riferire  un  tratto  della  sua  vita.

* * *
Ma non è completamente vero che egli siasi messo a studiare «senza metodo, senza sistema». Non tralasciando di acquistare delle cognizioni in fisica, nelle scienze naturali e in economia, egli si diede particolarmente e con una specie di amore rabbioso agli studi letterari e filosofici — s'impegnò ad imparar bene la lingua sul vocabolario, sulle antologie, sui capolavori dell'arte — sudando a riempire risme di carta, di periodi, di modi, di frasi, di proverbi — scervellandosi per imparare a scriver bene ed in lingua italiana — avvezzando l'orecchio al ritmo dei versi per scrivere versi egli  pure.
Di filosofia egli studiò principalmente quel periodo che per noi ha più importanza —' e che incomincia con Renato Cartesio e termina con Arturo Schopenhauer.  Si nutrì di questi studi severi — analizzando uno per uno quei sistemi profondi — imbevendosi di quelle dottrine che hanno saputo scandagliare le ultime latebre del pensiero umano — imparando ad amare quei sommi che trascinarono dinanzi alle loro cattedre intere generazioni. Giorgio Hegel lo ammaliò sopra tutti, del suo sistema ne conobbe il sofisma, ma ne comprese la grandezza e tutt'ora se ne pasce cogli ardori d'un innamorato...
Hegel! Hegel! Quante volte insieme a Ragusa mi son messo a discutere il sistema del grande caposcuola e a un certo punto entrambi ci siamo scongiurati a vicenda di troncare la discussione se no chissà se non saremmo terminali  col prenderci a 'pugni.
Per me Kant, Hegel, Schopenhauer sono grandi atleti del pensiero umano — per loro ho un culto sincero e profondo — a loro ho ricorso e ricorrerò sempre adoperandoli come ginnastica della mente. Dall'altro lato comprendo benissimo quanto piccino e tisicuzzo sia il materialismo ai nostri giorni, ma esso mi convince sebbene ancora debole e barcollante — mi convince perché lo sento in me medesimo nella mia vita, nei miei sentimenti, nelle mie aspirazioni —. mi convince perché è frutto dei risultati della scienza — mi convince per il concetto  meccanico  col  quale  considera  la  natura.
Ma l'autore delle Solite Storie imbevuto di Hegel fino al midollo dell'ossa, si burla del materialismo che non ha saputo varcare il Rubicone della coscienza ed interrogato  a  quale  sistema  appartenga,  risponde:
—  Che  sistema!   nessuna  dottrina  mi  convince;  io sono  scettico.

* * *
Ragusa — un avanzo dei rompicolli di Mentana __

ora s'infischia della politica e scambia tanto la destra che la sinistra per un pugno di mestieranti. Quei paroloni vuoti, altisonanti — che gli ambiziosi grandi e piccini mettono innanzi come biglietti d'ingresso che li conducano a Montecitorio — lo fanno ridere. Per lui — che ha tanto studiato il pensiero umano sulle pagine dei filosofi — la lotta per la vita non si traduce che in una lotta dell'egoismo, infarinato d'un po' d'orpello per illudere i gonzi. È per questo che egli va altero di quell'ironia che sparge a manate nei suoi versi e nelle sue prose e che — secondo lui — dev'essere uno dei meriti  principalissimi  dei  lavori  d'arte.

* * *
Ragusa è lavoratore ma non è sgobbone.

Pubblicò l'anno scorso le Solite Storie — novella che piacque moltissimo e di cui scrissero con somma lode la «Perseveranza», il «Sole», l'« Illustrazione Italiana», il «Diritto», l'« Opinione», e gli altri principali periodici d'Italia, Si ammirò la sua lingua purgata,  il suo stile vivace, ironico, spesso  quasi nervoso — e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria. 
— e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria.
La signora Lilli e il Mal di nervi sono infatti due romanzi che faranno un bel grido e che il Ragusa ha scritto  in  pochi  mesi.
—- E quando si pubblicheranno?
—- Non saprei.
—  Manca   forse  l'editore?
—  Che editore! l'editore c'è anzi ce ne son due che attendono l'uno La signora Lilli e l'altro il Mal di nervi, ma l'autore non  è  ancora  disposto...
—  A  che  cosa?
—  A  correggerli,  a  rileggerli.
—  Perché?
—  Perché s'annoia.
Né più né meno. I due romanzi non attendono che la cosidetta limatura, ma Ragusa ha lo spleen degli artisti. È capace di stare un mese lavorando come un cane, e un altro mese...  sbadigliando  come un turco!
Ad ogni modo queste mie parole valgano almeno ad infondergli un pò di spiritaccio, e a fargli riprendere in mano i suoi manoscritti che a quest'ora sono polverosi come una cartapecora antica!
Io l'ho paragonato ad un turco — or si rammenti egli che attualmente i turchi non  dormono — e prova ne siano i telegrammi che l'agenzia  Stefani ci regala ad un soldo la sera.

* * *
Ragusa è anche poeta. I suoi versi sono originali nel concetto e nella forma —. riboccanti ora d'ironia, ora di sentimento — essi non seguono la falsariga di nessun poeta, ma rammentano lo studio dei grandi poeti. Vi s'indovina l'autore che ha studiato Heine e Baudelaire — sebbene né l'uno né l'altro vi appariscano; — vi s'indovina il filosofo senza sistema; e l'uomo senza ideale determinato — vi si scorge il linguista che conosce la proprietà dei vocaboli e il poeta che ha lottato colle difficoltà del ritmo.
Delle poesie del Ragusa non se ne sono pubblicate che quattro o cinque — le altre dormono sotto la polvere che vi hanno accumulato l'ala del tempo e lo spleen...   turco  dell'autore.

* * *
Ragusa ha delle caratteristiche che lo rendono originale.
Egli va altero dei suoi studi filosofici e dei suoi studi di lingua. La filosofia egli la crede un mezzo necessario per comprendere l'arte e per saperla esprimere — e vieppiù si riafferma in questa sua opinione nello scorgere la vacuità di studi di certi scrittori moderni che nei lavori badano più alla forma che alla sostanza — e almeno badassero veramente  alla  forma!
Ragusa ha 26 anni, è professore di storia e letteratura ed è ammogliato — una caratteristica che nella vita d'un uomo è certo la più interessante. Veste sempre di nero, non beve vino ed ama la campagna... sebbene il lusso d'una villeggiatura — ahimè! — è rimasto finora per lui un pio... desiderio; ma non importa: aggiratevi ogni dopo pranzo per le campagne della Conca d'oro e vedrete la figura di Girolamo Ragusa Moleti designarsi fra gli alberi ed il fogliame.
L'autore di Mea culpa è franco, nemico dell'ipocrisia e della posa.
Ha molti conoscenti, ma pochi amici — è generoso, riconoscente e paga puntualmente i debiti — quando ne ha.
Fra i poeti francesi preferisce Musset — tra gl'inglesi Byron — tra i tedeschi Heine — tra gl'italiani, dopo Dante, preferisce Giusti, che porta sempre in tasca — le poesie, s'intende... non il poeta...
Ha certe espressioni preferite che lo caratterizzano meglio. Quando deve parlare di qualcuno che non gli va a sangue, esclama: — Che imbecille! Un libro cattivo lo giudica a questo modo: — Che porcheria! E quando qualcuno assume la posa d'uomo serio egli dice ridendo:  — Ha messo su la pancia.

* «La Farfalla», Cagliari, 3 giugno 1877. E. Onufrio