Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

mercoledì 18 gennaio 2017

CARLO DOSSI - « Giornale di Sicilia », 26 agosto 1883

Tra i più importanti esponenti della scapigliatura milanese, fu particolarmente legato ad altri scrittori del genere come Emilio Praga e Luigi Conconi ed è ancora oggi apprezzato per la schiettezza dei suoi scritti, il linguaggio ricercato ma comprensibile a tutti, la spiccata ironia e la critica che mosse al suo tempo anche in ambito politico e sociale.


 « Giornale di Sicilia », 26 agosto 1883

A poco a poco questo Carlo Dossi han finito per istrapparlo dall'oscurità. Qualche editore stampa i suoi libri, e qualche giornalista se ne occupa. Ciò non ostante chi ne sa qualche cosa di costui? Dove abita? con chi vive? è egli giovane o vecchio? Non è facil cosa rispondere a tutte queste dimande. A Milano dov'io feci, assai tempo addietro, lunga dimora, e dov'era amico degli amici del Dossi, quest'ultimo non lo vidi che una volta sola, per caso. La sua figura mi colpì. Stetti un pezzo a mirare fisamente quella strana testa d'uccello appiccicata ad un esile corpo. Egli non proferiva che poche parole, per forza, come colui che si annoia   financo   ad   aprir  la  bocca.
Nel suo sguardo, nella sua voce c'era come una triste espressione di stanchezza. Pareva un uomo che avesse assai sofferto e assai pensato.

Carlo Dossi avea fatto parte di un cenacolo artistico, nel quale torreggiava la figura erculea di uno scrittore dalla coltura eclettica e dal vasto e poderoso ingegno, Giuseppe Rovani. Morto Rovani, quel cenacolo si sbandò. Grandi, lo scultore che sta lavorando nel monumento per le Cinque Giornate, cominciava a farsi un nome col suo Cesare Beccaria; Tranquillo Cremona aveva acquistato un'autorità pari al suo valore; Levi e Perelli s'erano buttati al giornalismo; Carlo Alberto Pisani Dossi, cioè Carlo Dossi, sebbene agiato, desiderava quel che si dice un'occupazione. Ognuno dunque cominciava a pensare al fatto suo. Non pertanto se il cenacolo più non esisteva come un'intima brigata di amici, continuava sempre ad esistere come un'affettuosa armonia d'intelligenze.
Ma il Dossi rimaneva ancora ignoto, o quasi. Del resto credo che egli rifugga del consorzio degli uomini. A me pare che questo forte originale e caratteristico scrittore debba nutrire un profondo disprezzo per la società. Ci aveva la mamma, una santa donna di alto e libero ingegno, e la mamma gli è morta. Ci aveva un cane, ma un rospo gliel'ha morsicato, e se n'è ito il cane. E adesso Carlo Dossi è rimasto solo.
Dico male: a Roma, dov'egli è impiegato al Ministero degli Esteri, ci ha due fidi amici, il Levi e il Perelli,   direttore  il   primo,   redattore   l'altro   della   « Riforma»,  ma costoro passano il santo giorno strascinando
la catena del giornalismo; e il Dossi non li vede che qualche volta la sera, a ora tarda. Li vede per salutarli, perché essi non s'impensieriscano sul conto suo; e poco dopo  se ne va,  meditabondo,  seccato.
Oh i bei giorni del cenacolo, a Milano! Oh come allora si sturacciavano allegramente le bottiglie, anfitrione, nume e protettore Giuseppe Rovani, là, in quella  rumorosa  Osteria del Gallo.
D'altronde a quei convegni io credo che il Dossi c'intervenisse di raro. Il suo intelletto è fatto per la solitudine. Tutto ciò che è folla lo annoia; tutto ciò che è rumore lo disturba. Che importa a lui della gente? Che importa a lui della società? Che gliene importa della rinomanza della gloria? Egli possiede una vasta coltura, ma la dottrina a lui non serve che come un nutrimento di cui ha bisogno. Egli conosce il latino, il greco antico, l'ebraico, il caldeo, ma tutta questa roba se la tiene in corpo, per sé. Pare che non avesse potuto resistere all'impulso di scrivere —- e scrisse; ma che ne fece, sino a poco tempo addietro, dei suoi romanzi? li stampò con gran lusso, in edizioni... di cento esemplari. Ognuno di questi esemplari era messo in vendita per cento lire; e così il Dossi raggiungeva il suo scopo, ch'era  quello  di  non  venderne  nemmeno  uno.
Un solo editore, il Sommaruga, ha potuto vincere una tale ripugnanza per la pubblicità che possiede in sommo grado il Dossi; e appunto il Sommaruga ha ristampato adesso due suoi vecchi lavori:  la Colonia Felice ed i Ritratti Umani, che in questi giorni ho letto, anzi  ho  riletto,   con  interesse grandissimo.

E le impressioni che ne ho ricevuto sono state molte e varie; questa anzitutto: che il Dossi non sarà mai popolare. Questo scrittore, che pure nei suoi intenti artistici è così democratico, è poi estremamente aristocratico nella forma. In lui non il periodo lindo e leggiero che scivoli elegantemente come slitta sul ghiaccio; ma il tocco forte e conciso, ma la frase concettosa ed efficace, ma il periodo muscoloso e breviloquente. Codesto ameranno senza dubbio lettori intelligentissimi dal gusto raffinato, ma non amerà la plebe folta dei leggitori dal breve comprendonio, dalla non nutrita intelligenza, dalla poca voglia di studiare e di imparare leggendo. A questo si aggiunga la numerosa introduzione che fa il Dossi nella sua prosa di nuovi o poco usitati vocaboli, tratti in gran parte dal dialetto lombardo; si aggiunga anche la strana accentuazione, non del tutto illogica e inutile da lui adoperata e ne avrete abbastanza perché i lavori di questo originalissimo scrittore non possano mai essere completamente accettati dalla moltitudine.
La originalità del Dossi, leggendo appunto i suoi libri, sembra dapprima che consista solo nella rude e ferrea magia della forma, e invece codesta originalità risiede non meno nella parte sostanziale dell'opera. Gli è  che  l'armonia  tra  le  due  parti   è  grandissima;   può dirsi   anzi,   senza   tema   d'errare,   che  l'una  s'immed sima   incosciamente  nell'altra  o  che  entrambe  scaturiscono  d'un  sol  getto  insieme.
Che fa il Dossi nei suoi libri? Studia e svela l'uomo, o, per dir meglio gli uomini, nella loro individualità e nella loro comunità. Ed è strano! Questo solitario, questo refrattario dal sociale consorzio, quest'uomo che ha vissuto e che vive tutto immerso in una solitudine triste e contemplativa, conosce la società e la vita in un modo che mette spavento. È per effetto di osservazione, o solo per effetto d'intuito? Certo l'osservazione vi ha avuto la sua parte, né sarebbe possibile altrimenti; ma la forza dell'intuito deve essere in quest'uomo ferrea e profonda. Tutto ciò che è vizio, ipocrisia, malignità egli lo conosce, lo anatomizza e lo svela; non v'è angolo del cuore umano che gli sia ignoto, non v'è arcano del pensiero che egli non intuisca e non afferri. Le sue dipinture, brevi ed efficaci, talvolta mettono i brividi; in una frase, in un motto egli è buono a scolpire un'indole, a fermare con efficacia scenica una situazione. Né egli è artista obiettivo soltanto. Egli, quasi sempre, rivelando, giudica, giudicando, condanna. I tipi ch'egli rappresenta, sembrano suoi nemici ch'egli aggredisce, doma e costringe a soccombere. Ed è una lotta disperata, corpo a corpo, alla quale il suo stile, che sembra opera di un bulino di cesellatore, dà efficacia strana e fortissima di contorni, di linee di espressioni e di movenze.

Questo è il Dossi. Tale è soprattutto nell'opera sua più seria e più completa che è la Desinenza in A, grande e luminosa lanterna magica di viventi. E la Desinenza in A, fa desiderare che il Dossi si accinga ad un'opera di più vasta mole: che tenti il romanzo sociale, dalle grandi linee e dalle molteplici figure. Vi riuscirebbe? Io non so; certo un suo tentativo, anche rimanendo semplicemente un tentativo, potrebbe chiamarsi  con  precedenza  un  serio  lavoro.
Ma dalla Desinenza in A son già trascorsi circa sei anni, e Carlo Dossi non ci ha dato più nulla di nuovo. Difatti la Colonia felice ed i Ritratti umani, che ci han fornito l'occasione di questo articolo, non sono che delle ristampe. Che fa egli dunque il Dossi, egli, l'artista dalla inesauribile tempra? La stanchezza l'opprime a tal segno, da fargli trascurare il suo unico svago, quello cioè  di  far  conoscere  gli  uomini   agli  uomini?
Se ciò è, io ne sono dolente per lui che soffre; dolente per l'arte, la quale, con suo detrimento, dalle sofferenze dell'uomo vede anche derivare l'inerzia dell'artista.
* Enrico Onufrio