Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

sabato 21 gennaio 2017

LA «VITA DEI CAMPI» di Giovanni Verga



La vita dei campi è un ideale gaio e sereno, e, da che mondo è mondo, molti lo han sognato, e continuano a sognarlo. E pur bello avere un po' di terra al sole, lungi dalla città, sopra un colle ridente; e, in mezzo agli alberi, lieta di primavera e di fiori, una casetta bianca, d'onde non si ascoltano che canzoni d'uccelli e muggiti di buoi, sparsi nella campagna lontana. Ivi non t'inseguono la ciarla molesta e il pettegolezzo maligno, che si sprigionano dal lastrico delle vie cittadine:


il fattore sta a discorrerti del buon tempo e del ricolto, della festosa vendemmia e della pioggia che manda il buon Dio. E, da Teocrito a Gessner, quanti hanno cantato  questo   dolce  ideale!
L'Arcadia, anch'essa, se ne impadronì e lo sfruttò a suo talento. Mise in mostra pastorelli e ninfe di porcellana, e li fé ciarlare come in un salotto elegante; fece scorrere fiumi di latte; piantò, incorniciati dai suoi orizzonti di cobalto, alberi ingrommati di miele, e carichi  di  frutta  d'oro.
L'Arcadia non è la vita; e quindi è la negazione dell'arte. Le campagne del suo cosmorama sono oleografie francesi da cinque franchi la dozzina. Giacché la vita rustica, come la medaglia, ha il suo rovescio; ed è un rovescio ben triste, sapete! Sono razze affrante di fatiche e di abbrutimento, emaciate dalla terzana, avvilite dal servaggio, che vivono e soffrono alla luce del sole. E Verga, nei suoi bozzetti, ritrae questo triste lato della vita campagnola; egli penetra negli animi di quei poveri villici, e li presenta nella loro semplicità rozza e ignorante, nelle loro passioni stupide e forsennate.

* * *
Conobbi Giovanni Verga, tre anni fa, a Milano. Me Io presentò una sera, in galleria, Felice Cameroni, il brillante appendicista del « Sole », buono come un angelo, ma meno bello del diavolo. Dopo quella sera, con Verga ci rivedemmo sovente, al Biffi, dove sino a tarda notte si stava a discorrere, fumando. E non eravamo soli; ma una piccola colonia di siciliani a dirittura. Si ciarlava, per lo più, di arte e di donne. Auteri raccontava storielle scollacciate. Navarro dava anche lui i suoi giudizi, ma da uomo di mondo, che ha corso la cavallina, e non si lascia sedurre se non da profumi nuovi e squisiti, che producano dolci vertigini. Scontrino ammiccava qua e là furbamente, e ricamava la sua burletta su tutto e su tutti. Capuana non lo si vedeva mai. Qualcuno, nella brigata, fece intendere che egli passava la sera rubando cuori di crestaie e di servotte, sui pianerottoli delle scale; ma, in nome dei suoi capelli bianchi, respingo l'atroce calunnia. Giovannino Avellone veniva qualche volta a romperci le scatole con la sua eloquenza concitata e chiassosa di avvocato penalista...

Verga, di giorno, rimaneva in casa, a lavorare. A quel tempo scriveva un romanzo, Padron Ntoni, di cui adesso ho visto annunziata la prossima pubblicazione sotto un altro titolo: I Malavoglia. È un bozzetto della vita peschereccia, che gli ha costato stenti e fatiche, e che farà un bel rumore, ne sono sicuro. Spesso andavo a trovarlo in quella sua graziosa stanzetta di piazza Scala; e il suo tavolo era sparso di pagine, piene di zampe di mosca, cancellate, corrette, rifatte. Giacché egli, innamorato dell'arte, prova tutti gli sconforti dell'artista, che, nella sua plastica nervosa, non è mai contento di sé. Oggi scriveva una pagina che lo riempiva d'esultanza; domani un'altra che finiva per lacerare rabbiosamente: erano queste ultime le sue giornate bianche, com'egli  usava  chiamarle.
La sera poi la passava al Biffi, insieme agli amici. Qualche volta recavasi alla Scala; e lo vedevo dalla platea, tutto eleganza e sorriso, che andava qua e là, da  un palchetto  a l'altro  della  haute.
E la vita dorata fu, una volta, l'argomento dei suoi romanzi: Eros ne è una prova. Adesso Verga volge il suo sguardo nero e profondo pel paesaggio dell'isola nativa, che tanto si presta ai colori della sua tavolozza. Esso non è il paesaggio napoletano, pieno di luce e di chiasso, dove le fanciulle, belle, discinte, intrecciano folli danze, in faccia al mare, al suono di tamburelli e di nacchere; ma è calmo, molle, sereno, e vi ascolti la mesta canzone, tremolante nella vasta solitudine incendiata dal sole. È come un torpore di Arabia che avviluppa quei selvaggi presepi. Ed è là che Giovanni Verga incontra i suoi pastori e le sue contadine, che soffrono tormenti d'inferno, e ardono alla fiamma di pazzi amori.

*  « Capitan  Fracassa »,  14 settembre  1880. E. Onufrio